“Ti prego, Valeria, non sparare, abbi pietà di me!” implorò disperatamente la giovane assistente, piangendo vere e calde lacrime di puro terrore di fronte alla canna della mia arma.
“Rodrigo mi ha crudelmente costretta a farlo, mi ha minacciata di morte, dicendo che avrebbe fatto del male alla mia stessa famiglia se non lo avessi aiutato fisicamente a scambiare le due bambine!”
“Chi era esattamente quella povera e disgraziata bambina che ho visto all’obitorio, Renata?” urlai con voce rotta, avvicinandomi a lei a grandi falcate, senza mai abbassare il braccio teso della pistola.
“Chi diavolo avete vigliaccamente ucciso al posto di mia figlia, per simulare quella maledetta asfissia nella mia macchina?”
“L’hanno presa stamattina presto in un orfanotrofio clandestino e non registrato nei quartieri più poveri della periferia sud,” singhiozzò pietosamente l’assistente, confessando l’orrendo crimine.
“L’hanno drogata fino a farle perdere i sensi e poi l’hanno chiusa sadicamente sotto il sole cocente a soffocare nei sedili posteriori del tuo SUV, mentre la signora Graciela portava via frettolosamente Lucía dalla porta posteriore di sicurezza dell’asilo infantile.”
Graciela, nonostante fosse in evidente svantaggio tattico, fece stizzita un passo in avanti, cercando di mantenere intatta fino alla fine la sua ingannevole facciata di nobiltà e potere intoccabile.
“Sei sempre stata solo una stupida e insignificante sartina senza alcun futuro dignitoso, Valeria, non capisci mai gli affari che contano,” sibilò la vecchia donna malvagia, con un disprezzo velenoso che le deformava i lineamenti marcati del viso.
“Questa bambina fortunata era ormai destinata a cose molto più grandi, a una facoltosa famiglia svizzera che le avrebbe donato un impero dorato, e con quei soldi noi avremmo finalmente sistemato i nostri enormi debiti con i cartelli.”
“Il vostro presunto impero non esisterà mai, perché lo costruirò direttamente sopra le vostre ceneri e il vostro sangue,” risposi con un tono così freddo e distaccato da non sembrare nemmeno la mia stessa voce.
Alejandro, stufo dei teatrini, intimò bruscamente all’autista di mettere Lucía delicatamente sull’asfalto, premendo la canna rovente del fucile contro la tempia sudata dell’uomo corpulento.
Il gigante obbedì senza discutere, obbedendo al comando con movimenti lenti e cauti, palesemente terrorizzato dall’espressione assassina e risoluta stampata sul volto di mio fratello.
Corsi immediatamente, gettando via l’arma, verso il piccolo e inerme corpicino addormentato della mia amata bambina avvolta nella coperta.
Respirava regolarmente, in modo dolce e profondo, e il suo bellissimo viso era sereno, completamente ignara del grottesco orrore criminale che si stava violentemente consumando a pochi passi da lei.
La presi saldamente tra le mie braccia protettive, stringendola forte al petto, sentendo il meraviglioso calore rassicurante della sua pelle infantile e inalando a pieni polmoni il dolce profumo di vaniglia dei suoi capelli arruffati.
Era finalmente viva e vegeta, ed era tornata esattamente dove meritava di stare.
In quel preciso e liberatorio momento, il suono assordante e stridulo di decine di sirene della polizia iniziò a echeggiare prepotentemente in lontananza, rompendo la quiete serale della periferia.
Alejandro, prevedendo ogni singola mossa dei nostri nemici, aveva saggiamente avvertito in grande segreto il comandante in capo della polizia federale anti-sequestro, un suo fidato e incorruttibile compagno d’armi di vecchia data.
“Non potete farci questo, io ho conoscenze potentissime in tribunale!” strillò disperatamente Graciela, perdendo tutto il suo finto contegno e cercando stupidamente di correre verso la scaletta del jet acceso.
Ma Alejandro fu decisamente più svelto di lei: la afferrò rudemente per il bavero del costoso cappotto, strattonandola indietro e sbattendola senza troppi complimenti contro il pesante pneumatico del carrello d’atterraggio dell’aereo.
Pochissimi minuti dopo quell’azione decisa, l’intera e silenziosa pista d’atterraggio privata fu letteralmente invasa da pattuglie illuminate a giorno da lampeggianti blu e rossi, e da furgoni blindati delle squadre speciali.
La sprezzante Graciela, la piagnucolante Renata, l’autista omertoso e persino i due piloti svizzeri corrotti del jet privato furono immediatamente circondati, ammanettati con fascette di plastica e spinti con la forza sui freddi sedili metallici dei veicoli della polizia federale.
Ma, nonostante l’arresto imminente dei complici, sapevo dentro di me che la mia personale e sanguinosa vendetta morale non era ancora del tutto completata.
Tornai precipitosamente in ospedale facendomi scortare, dopo aver lasciato la piccola Lucía al sicuro e ancora profondamente addormentata sotto l’impenetrabile protezione armata di Alejandro in una casa sicura della polizia.
Salii al secondo piano dell’edificio clinico, camminando con passo deciso verso gli uffici amministrativi direzionali, con le mani ancora leggermente tremanti ma con lo sguardo fiero e fermo di un cacciatore trionfante.
Rodrigo era ancora noiosamente seduto nella lussuosa sala d’attesa privata, tamburellando ritmicamente le sue dita curate sull’elegante tavolo di vetro temperato, visibilmente irritato e sudato per il mio prolungato e imprevisto ritardo.
Quando mi vide finalmente apparire sulla soglia, raddrizzò la schiena e compose all’istante il suo falso volto, indossando la migliore maschera di finta e sofferta tristezza che potesse recitare.
“Valeria, finalmente sei tornata da me, mi stavo preoccupando a morte,” sospirò teatralmente lui, spingendo la pesante cartelletta blu scuro piena di documenti verso di me sul tavolo trasparente.
“I documenti notarili sono tutti perfettamente pronti e timbrati, dobbiamo solo finire questa squallida farsa legale per poter finalmente piangere in pace la nostra grave e straziante perdita.”
“Ho già ampiamente firmato e documentato tutto ciò che dovevo firmare per questa sera, Rodrigo,” dissi con tono gelido, lanciando con disprezzo sul tavolo di vetro la spessa cartelletta nera che mi ero portata dietro dalla macchina.
Lui, spinto da una morbosa curiosità mista a impazienza, la aprì con foga e arroganza, ma il suo compiaciuto sorriso da squalo si spense all’istante trasformandosi in una maschera di puro e incontrollabile terrore.
Al posto del patetico e misero accordo di riservatezza, trovò il nuovo passaporto palesemente falso con il volto di Lucía.
Subito sotto il passaporto, campeggiava il milionario contratto di adozione clandestina in bianco, e una straziante fotografia stampata della bambina morta con indosso l’impermeabile giallo che avevo lasciato a scopo intimidatorio.
Rodrigo alzò lentamente lo sguardo paralizzato verso di me, livido e pallido come uno spettro, mentre tre imponenti agenti in assetto tattico della polizia federale entravano silenziosamente nella stanza alle mie spalle, chiudendo a chiave la porta.
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