Stavano contemporaneamente e sfacciatamente frodando lo Stato messicano per svariati milioni di pesos evasi, accumulando reati federali molto pesanti.
La fresca mattina del ventiquattro ottobre, le autorità competenti emisero finalmente, senza alcuna esitazione, i mandati ufficiali di perquisizione e di arresto cautelare immediato.
La polizia armata irruppe violentemente negli uffici un tempo sfarzosi di “Remodelaciones Cárdenas”, sequestrando decine di computer, faldoni di documenti cartacei, server aziendali criptati e sigillando giudizialmente tutti i locali commerciali.
Rogelio e Leticia furono prelevati a forza dalla loro immensa e lussuosa villa residenziale, scortati fuori con le fredde manette ai polsi.
Tutto questo avvenne in diretta nazionale, proprio davanti alle spietate telecamere dei notiziari locali e nazionali accorsi tempestivamente sul posto grazie a una soffiata anonima.
I loro corposi conti bancari personali e aziendali furono immediatamente e totalmente congelati dalle severe autorità giudiziarie inquirenti.
Questa mossa letale li lasciò letteralmente e disperatamente senza un singolo centesimo disponibile per poter pagare la servitù, le bollette o assumere costosi e miracolosi avvocati difensori penalisti.
Le sfarzose e lucidissime automobili europee, vigliaccamente comprate usando indebitamente i preziosi soldi dell’istruzione di Mariana, furono istantaneamente confiscate dallo Stato.
Furono poi messe all’asta pubblica per ripagare solo parzialmente gli immensi e vergognosi debiti accumulati illegalmente con il rigoroso fisco messicano.
Esattamente due interminabili giorni dopo quel clamoroso e umiliante arresto pubblico, Mariana ricevette una disperata, pietosa richiesta di colloquio proveniente direttamente dal tetro carcere preventivo statale in cui erano rigidamente rinchiusi i suoi genitori in attesa di giudizio.
Inizialmente, con un senso di forte repulsione, pensò di rifiutare categoricamente quell’incontro che sapeva essere emotivamente tossico e inutile.
Ma poi, riflettendo a mente fredda, decise saggiamente che aveva un disperato bisogno psicologico di un’ultima, catartica e definitiva chiusura di quel doloroso, lungo e oscuro capitolo della sua giovane vita.
Si recò con fierezza alla prigione di massima sicurezza indossando un tailleur grigio dal taglio impeccabile, simbolo inequivocabile della sua nuova, solida identità professionale e della sua inattaccabile, sudata indipendenza economica.
Si sedette composta e dritta dall’altra parte del graffiato vetro antiproiettile, guardando senza sbattere le palpebre i due individui stanchi, prematuramente invecchiati e moralmente sconfitti che sedevano miseramente di fronte a lei, vestiti con le umilianti divise arancioni dei detenuti.
Leticia aveva completamente perso la sua solita, insopportabile arroganza altolocata e ora piangeva in modo patetico, rumoroso e incontrollabile, rovinandosi il viso non più truccato.
Rogelio, invece, teneva il suo sguardo spento fisso sul tavolo metallico arrugginito, dimostrandosi totalmente incapace e terrorizzato all’idea di sostenere lo sguardo duro e giudicante della propria figlia.
“Mariana, figlia mia, ti prego in ginocchio, devi assolutamente ritirare subito la tua denuncia penale per il furto d’identità bancaria,” singhiozzò disperatamente la madre, avvicinando con mani tremanti il ricevitore di plastica del telefono carcerario al suo viso bagnato di copiose lacrime.
“Se lo fai oggi stesso, noi potremo sperare di patteggiare per una sostanziosa riduzione della pena detentiva riguardante i soli reati fiscali dell’azienda.”
“Altrimenti, amore mio, marcirò in questo posto orribile, violento e buio per chissà quanti interminabili anni della mia vita.”
Rogelio alzò finalmente, seppur con immensa fatica, i suoi occhi arrossati e prese lentamente il suo ricevitore, cercando goffamente di usare un tono che simulasse pietosamente l’antica, perduta autorità paterna.
“Siamo pur sempre i tuoi veri genitori, siamo il sangue del tuo stesso sangue, ti abbiamo cresciuta con amore,” le disse l’uomo, mentendo a sé stesso.
“Non puoi davvero avere il cuore così freddo da distruggerci e condannarci in questo modo tanto spietato e definitivo solo per una stupida questione di banale denaro.”
Mariana lo guardò dritta negli occhi con una freddezza così assoluta e tagliente da gelargli il sangue nelle vene, non provando dentro di sé assolutamente nulla.
Non provava più alcuna pietà, non provava più nessuna rabbia viscerale, ma percepiva solamente una profonda, incolmabile e pacifica indifferenza emotiva totale verso di loro.
“Non si tratta affatto di soldi, papà, credimi, e ti assicuro che non si è assolutamente mai trattato solo di stupide banconote da contare,” rispose la giovane donna, scandendo perfettamente e lentamente ogni singola sillaba con spaventosa calma.
“Si tratta unicamente di lealtà umana, di basilare rispetto reciproco, di vero e disinteressato amore filiale e della totale, abissale assenza di questi fondamentali valori morali all’interno della nostra disfunzionale famiglia.”
“Mi hai voluta distruggere e umiliare pubblicamente, godendo del mio dolore, nel giorno che avrebbe dovuto legittimamente essere il più bello, gioioso e orgoglioso della mia intera, difficile giovinezza di studentessa.”
“Hai cercato con premeditazione di farmi sentire piccola, pateticamente inutile e soprattutto eternamente in debito soffocante con te.”
“Lo hai fatto solo ed esclusivamente per poter manipolare psicologicamente e controllare finanziariamente ogni minimo e futuro aspetto del mio destino.”
“Voi due avete calpestato senza alcun rimorso la dolce memoria di nonna Elena, rubando di nascosto ciò che lei aveva pazientemente costruito con anni di enormi sacrifici personali unicamente per proteggere la sua amata nipote.”
“Non ritirerò assolutamente mai nessuna delle mie denunce sporte in questura, per nessuna ragione al mondo, perché i gravi crimini che avete commesso deliberatamente hanno delle pesanti conseguenze legali e reali che dovrete affrontare.”
“Avete tentato in modo barbaro di rovinare per sempre la mia vita economica, lavorativa e personale prima ancora che iniziasse a sbocciare veramente.”
“E ora, senza sconti e senza pietà, dovrete semplicemente pagare l’altissimo conto giudiziario e carcerario delle vostre stesse, avide azioni criminali.”
Senza degnarsi di aggiungere un’altra singola parola, Mariana attaccò con un colpo secco e definitivo il ricevitore metallico sulla sua logora forcella attaccata alla parete divisoria insonorizzata.
Si alzò lentamente e con infinita grazia dalla scomoda sedia metallica della squallida sala colloqui del penitenziario messicano.
Voltò per sempre le sue spalle fiere ai due prigionieri in lacrime che ora gridavano disperati e isterici il suo nome dietro allo spesso e insonorizzato vetro divisorio antiproiettile.
Uscì dal tetro e opprimente edificio carcerario, camminando con passo leggero verso il soleggiato parcheggio dei visitatori, dove aveva orgogliosamente lasciato la sua piccola auto utilitaria usata.
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