L’anziano contabile della nostra azienda sospirò profondamente, emettendo un fruscio secco attraverso l’altoparlante.
«Tuo fratello Giorgio pensa che avere il cinquantuno per cento delle quote operative significhi possedere l’universo intero» mormorò con tono cauto, quasi temesse che i muri potessero ascoltarlo.
«Ha fatto la sua recita ieri pomeriggio, Matteo, l’hai vista anche tu» risposi, mentre la rabbia risaliva lenta come veleno lungo la gola.
«Mi ha urlato che ero un peso morto davanti a tutta la linea di montaggio e al personale dell’amministrazione.»
«Ha detto che non contribuivo più alla crescita dell’azienda e che mi teneva lì solo per pietà fraterna.»
«Ero paralizzato dall’umiliazione, ho preso la mia scatola di cartone e me ne sono andato per non finire a mettergli le mani addosso.»
«Lo so, ragazzo mio, ero lì a guardare quel disastro con il cuore spezzato» disse Matteo, sfogliando nervosamente dei fogli di carta pesante.
«Nostro padre ha commesso molti errori prima di andarsene tre anni fa, ma stupido non lo è mai stato.»
«Giorgio ha sempre creduto che papà gli avesse lasciato il pieno controllo dell’officina e degli uffici perché era il primogenito ambizioso.»
«Ma c’è una distinzione fondamentale tra la società di produzione e il patrimonio immobiliare, una clausola che tuo fratello non si è mai curato di verificare.»
Trattenni il respiro, appoggiandomi con entrambe le mani al bordo del bancone di legno massiccio.
«Matteo, parlami chiaramente, non ho la testa per i tuoi enigmi contabili stamattina.»
«La società operativa paga un affitto mensile di quindicimila euro per quell’intero complesso industriale, capannoni e piazzale compresi.»
«Il contratto di locazione decennale è scaduto formalmente il mese scorso, e Giorgio ha semplicemente dato per scontato che si rinnovasse da solo.»
«Ma l’immobile non è mai stato intestato alla società, bensì a una holding fiduciaria creata appositamente.»
«E chi è l’unico beneficiario effettivo e amministratore di quella fiduciaria, Matteo?» chiesi, con il cuore che batteva forte nelle tempie.
«Tu, Lorenzo.»
«Soltanto tu.»
Chiusi gli occhi per un lungo istante, mentre il ricordo delle ultime parole di nostro padre riaffiorava improvviso e nitido.
«Lorenzo, tu hai il cuore buono e le mani che lavorano sodo, ma Giorgio ha fame di potere e la fame rende ciechi gli uomini.»
«Un giorno capirai perché ho diviso le cose in questo modo.»
All’epoca non avevo dato peso a quel discorso velato sul letto dell’ospedale, credendo fosse solo il delirio della stanchezza.
«Il notaio Ferrante ha l’atto originale e la procura registrata nel suo archivio personale» proseguì Matteo con una calma tagliente.
«Giorgio non ha mai letto una riga delle carte patrimoniali, convinto che il comando spettasse a chi gestisce i clienti e urla più forte negli uffici.»
«Questa mattina si è presentato alle otto in punto, tronfio come un pavone, annunciando che l’azienda avrebbe finalmente tagliato i costi inutili.»
«Ha persino fatto cambiare la serratura del tuo vecchio ufficio al primo piano prima delle nove.»
Un sorriso freddo, completamente estraneo alla mia indole pacifica, si fece strada sul mio volto.
«Quanto tempo ho prima che le banche o i fornitori si accorgano della situazione?» chiesi, alzandomi in piedi e afferrando le chiavi dell’auto.
«L’azienda ha già due linee di credito tese al massimo limite consentito per acquistare i nuovi macchinari voluti da Giorgio.»
«Se la società perde la sede legale e il titolo di possesso sull’immobile, gli istituti di credito ritireranno i fidi nel giro di quarantotto ore.»
«E senza quei macchinari operativi nei capannoni, non riuscirà a consegnare la commessa trimestrale per i tedeschi entro fine mese.»
«Perfetto, Matteo, raggiungimi allo studio del notaio tra mezz’ora esatta.»
Guidai attraverso la città sotto un cielo grigio piombo, ma per la prima volta in vita mia sentivo l’aria fresca entrarmi nei polmoni con una chiarezza assoluta.
Non provavo alcun desiderio di vendetta cieca o distruttiva; volevo soltanto che la giustizia facesse il suo corso naturale.
Per otto lunghi anni avevo passato le mie giornate sul pavimento della fabbrica a tarare i motori, a risolvere le dispute sindacali e a rimediare ai contratti avventati firmati da mio fratello.
Lui si prendeva gli applausi alle cene di gala degli industriali, mentre io mi lavavo il grasso nero dalle dita nei lavandini di metallo.
E ieri, per gratitudine, mi aveva trattato come un parassita davanti alle stesse persone che avevo difeso e guidato per anni.
Lo studio del notaio Ferrante profumava di cera per pavimenti, tabacco da pipa e fascicoli rilegati in cuoio antico.
L’anziano professionista, amico di vecchia data di nostro padre, mi accolse con un abbraccio sobrio e uno sguardo carico di comprensione.
«Tuo padre sapeva esattamente chi dei due fratelli avrebbe costruito e chi avrebbe rischiato di distruggere ogni cosa» disse Ferrante, aprendo un fascicolo foderato di rosso.
«Ecco qui l’atto costitutivo della holding ‘Pietra Serena’ e il titolo di proprietà esclusiva dei terreni e dei fabbricati industriali.»
«Il contratto di locazione con la società di Giorgio è legalmente estinto dal trenta settembre scorso per mancata richiesta formale di proroga.»
«Attualmente la sua impresa occupa la struttura senza alcun titolo giuridico valido.»
Matteo, seduto accanto a me, tirò fuori una penna stilografica d’argento e un foglio di calcoli dettagliati.
«Cosa dobbiamo fare adesso, Lorenzo?» chiese il commercialista, guardandomi dritto negli occhi per saggiare la mia determinazione.
«Prepariamo una diffida formale di sfratto per occupazione abusiva di suolo privato» risposi con voce ferma e priva di esitazione.
«Fissiamo un termine perentorio di quarantotto ore per sgomberare i locali o ridiscutere i termini alle mie condizioni.»
«E voglio che il canone mensile per il nuovo eventuale contratto sia triplicato rispetto alla cifra precedente.»
Il notaio sollevò un sopracciglio, lasciando trapelare un lampo di divertita ammirazione dietro le lenti spesse.
«Un aumento del genere soffocherà la sua liquidità corrente all’istante, Lorenzo.»
«Mio fratello voleva fare affari da spietato capitalista moderno, no?» dissi, stringendo i pugni.
«E allora gli mostreremo come funziona il mercato quando non si è protetti dalla famiglia.»
Erano le due del pomeriggio quando il corriere speciale consegnò la busta notarile direttamente sulla scrivania di Giorgio.
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