Io ero seduto al tavolino del bar all’angolo della strada, a meno di cento metri dai cancelli dell’azienda, guardando le vetrate della presidenza.
Non passarono più di dieci minuti prima che il mio telefono cellulare cominciasse a vibrare convulsamente.
Giorgio sta chiamando.
Rifiutai la chiamata senza la minima esitazione.
Il telefono squillò una seconda volta, poi una terza, e infine arrivò una raffica di messaggi di testo carichi di panico e arroganza.
«Che scherzo di pessimo gusto è questo?»
«Rispondi subito, bastardo, credi davvero di potermi ricattare in questo modo?»
«Questo stabile appartiene alla nostra famiglia, nostro padre non avrebbe mai fatto una cosa del genere a me!»
Aspettai con pazienza che la furia cieca lasciasse spazio al terrore pratico.
Alle tre e mezza, il telefono squillò di nuovo; questa volta era un messaggio vocale di quindici secondi.
La voce di mio fratello non aveva più la spavalderia tonante del giorno prima, ma tremava come una corda troppo tesa.
«Lorenzo… ti prego, sali su da me per cinque minuti, le banche hanno appena bloccato i pagamenti telematici dopo aver visto la notifica del notaio.»
«Dobbiamo trovare un accordo civile tra gentiluomini, siamo sangue dello stesso sangue.»
Mi alzai con calma, sistemai il colletto della giacca ed entrai attraverso i cancelli principali a testa alta.
I dodici dipendenti che ieri avevano abbassato gli occhi mentre venivo cacciato erano tutti lì, riuniti nell’atrio d’ingresso a discutere sottovoce.
Quando mi videro varcare la soglia, un silenzio assoluto calò sull’intera sala, pesante come una lastra di piombo.
Roberto, il caporeparto con trent’anni di servizio alle spalle, fece un passo in avanti e mi tese la mano con rispetto evidente.
«Bentornato, Lorenzo» disse a voce abbastanza alta perché tutti potessero sentire chiaramente.
«Non me ne sono mai andato davvero, Roberto» risposi, ricambiando la stretta con vigore.
Salii le scale che portavano agli uffici dirigenziali al piano superiore, senza bussare prima di entrare nella presidenza.
Giorgio era in piedi davanti alla grande finestra panoramica, la cravatta slacciata e il viso sbiancato dalla disperazione.
Sulla sua scrivania di mogano giacevano sparsi i fogli dell’atto notarile, affiancati dal rendiconto finanziario inviato d’urgenza dalla banca.
«Come hai potuto farmi una cosa simile alle spalle?» esordì, cercando invano di recuperare un briciolo di autorità.
«Io non ho fatto assolutamente nulla alle tue spalle, fratello mio» dissi, sedendomi comodamente sulla poltrona di pelle di fronte a lui.
«Nostro padre ha sistemato le cose prima di morire, premiando la competenza dove serviva e proteggendo i beni da chi pensava solo ad apparire.»
«Tu ieri mi hai chiamato ‘peso morto’ davanti a tutta la fabbrica.»
«Hai detto che l’azienda doveva correre veloce e che io ero solo una zavorra che rallentava i tuoi sogni di gloria.»
Giorgio deglutì a fatica, appoggiandosi alla scrivania con le mani visibilmente tremanti.
«Ero sotto stress, Lorenzo… sai bene quanta pressione c’è con i nuovi clienti tedeschi, ho perso la testa per un momento.»
«La testa non l’hai persa ieri, Giorgio, l’hai persa il giorno in cui hai creduto che il rispetto si potesse comprare con un titolo sulla porta.»
«Adesso le regole sono cambiate radicalmente, e sarò io a dettarle una per una.»
«Cosa vuoi da me per ritirare questa maledetta notifica di sfratto?» mormorò con lo sguardo fisso sul pavimento.
«Prima di tutto, convocherai immediatamente una riunione generale nell’officina, esattamente nello stesso punto di ieri.»
«Chiederai scusa pubblicamente davanti a quegli stessi dodici lavoratori per il modo in cui mi hai trattato.»
«In secondo luogo, cederai il due per cento delle tue quote operative a me, facendomi diventare l’azionista di maggioranza assoluta con il cinquantadue per cento.»
«Non puoi pretendere questo, è la mia vita, ho lavorato tanto quanto te per questa azienda!» gridò disperato.
«Puoi sempre fare i bagagli e trovare un altro capannone industriale dove trasferire tonnellate di macchinari entro domani a mezzogiorno» risposi con un tono gelido e inamovibile.
«Vediamo quanti giorni resisterà la tua commessa tedesca quando sapranno che la produzione è completamente ferma sul piazzale.»
Mio fratello crollò lentamente sulla sedia girevole, portandosi le mani al viso mentre la realtà della sua sconfitta totale lo investiva come un treno merci.
Non c’era più traccia dell’uomo arrogante che ventiquattro ore prima mi indicava l’uscita con un cenno sprezzante del mento.
«Firmerò le carte dal notaio Ferrante alle cinque» disse infine, con un filo di voce appena percettibile.
«Bene, vedo che hai finalmente imparato a fare i conti con la realtà» dissi alzandomi per uscire.
«E un’ultima cosa, Giorgio.»
Lui sollevò gli occhi arrossati verso di me.
«Fai cambiare di nuovo la serratura del mio vecchio ufficio prima di sera.»
«Domattina torno a lavorare all’alba, e abbiamo parecchi motori da consegnare prima della fine della settimana.»
Scesi le scale con passo sicuro, mentre fuori la pioggia cominciava a lavare via la polvere dal piazzale asfaltato.
Non era una vittoria sulla persona, ma sulla superbia che rischiava di distruggere il lavoro di una vita intera.
Nostro padre aveva visto lontano, molto più lontano di quanto avessimo mai immaginato entrambi.
Popular Posts
→- 1
- 2
- 3
- 4
Recently Viewed
Stories you read recently will appear here.



