Non appena raggiunse il bar di cristallo intagliato che dominava il lato est del salone, la paralisi della folla si spezzò. Come se un incantesimo fosse stato improvvisamente infranto, la nobiltà del denaro vecchio e nuovo iniziò a ricalibrare le proprie alleanze con una rapidità nauseante. Coloro che fino a dieci minuti prima avrebbero ucciso per un sorriso di Victoria Vance, ora si accalcavano disperatamente per incrociare lo sguardo di Elena.
Un uomo corpulento, con il volto paonazzo e un sigaro spento stretto tra le dita tremanti, fu il primo a farsi avanti. Era il senatore Harlan, un uomo che aveva costruito la sua intera carriera sui fondi neri dei Vance.
“Signorina Rostova,” esordì, piegandosi in un mezzo inchino che rasentava il patetico. Le perle di sudore gli brillavano sulla fronte sotto le luci spietate dei lampadari. “Permettemi di darvi il benvenuto. Devo ammettere che la gestione della famiglia Vance era diventata… problematica, negli ultimi tempi. Se mai doveste aver bisogno di un amico a Washington, le mie porte sono sempre aperte.”
Elena si fermò. Non prese il bicchiere di champagne che il barista le stava offrendo con mani malferme. Voltò lentamente la testa verso il senatore, i suoi occhi scuri, freddi e imperscrutabili come l’abisso.
“Senatore Harlan,” mormorò Elena. Il suo tono era così basso che l’uomo dovette sporgersi in avanti per sentirla, mettendo a nudo il suo collo sudato. “Ho esaminato i registri contabili della fondazione ieri notte. Ho visto esattamente quanto costava la sua ‘amicizia’ a Victoria. Cinquecentomila dollari mascherati da donazioni per orfanotrofi inesistenti.”
Il colore defluì rapidamente dal viso dell’uomo. La bocca gli si aprì e si chiuse come quella di un pesce fuor d’acqua.
“La mia amministrazione non compra amici, senatore,” continuò Elena, la voce vellutata e intrisa di un veleno letale. “E certamente non finanzia parassiti. Le suggerisco di ritirare la sua candidatura per la rielezione entro domani mattina, citando… motivi di salute. Altrimenti, i documenti che ho inviato alla procura federale mezz’ora fa diventeranno di dominio pubblico.”
Harlan arretrò, inciampando nei suoi stessi piedi, il terrore assoluto impresso nei suoi occhi dilatati. Senza dire un’altra parola, si voltò e fuggì verso l’uscita, spintonando via gli altri ospiti che cercavano di avvicinarsi.
L’esodo del senatore servì da monito perfetto. La folla si ritrasse, formando un cerchio rispettoso e terrorizzato attorno a lei. Nessuno osava più avvicinarsi; avevano capito che Elena non era lì per sostituire Victoria nel loro gioco di società. Era lì per distruggere il tavolo da gioco.
Soddisfatta del nuovo ordine stabilito, Elena diede le spalle alla sala e attraversò le grandi porte a vetri che conducevano all’ampia terrazza panoramica. L’aria fredda della notte la avvolse, portando con sé l’odore di pioggia imminente e smog, un sollievo rispetto al profumo opprimente di fiori tagliati e paure umane che ristagnava all’interno. La città si stendeva sotto di lei, un mare di luci tremolanti che si riflettevano sulle acque scure del fiume.
“È stato un colpo da maestra, devo ammetterlo.”
La voce maschile proveniva dall’ombra, vicino alla balaustra di pietra. Elena non sussultò. Sapeva perfettamente chi si nascondeva nel buio.
Julian Thorne emerse alla luce dei lampioni esterni. Indossava uno smoking nero dal taglio impeccabile, ma lo portava con una trascuratezza calcolata, il cravattino slegato che gli pendeva sul petto. I suoi occhi grigi, astuti e perennemente divertiti, la scrutavano con un misto di ammirazione e cautela. Era stato lui, l’hacker finanziario più brillante e ricercato d’Europa, a violare i server di Ginevra per portarle le prove dei crimini di Victoria.
“Non è stato un colpo, Julian,” rispose Elena, appoggiandosi alla balaustra e guardando i fari delle auto scorrere come globuli rossi nelle vene della città. “È stata un’esecuzione. L’ho pianificata per quindici anni.”
Julian si affiancò a lei, accendendo una sigaretta sottile. Il fumo azzurrognolo si levò nell’aria fredda. “Victoria ha perso tutto nel giro di sessanta secondi. L’impero di suo padre, la sua reputazione, persino i suoi vestiti. Non credi di essere stata… eccessiva?”
Elena si voltò verso di lui. Per la prima volta quella sera, la sua maschera di freddezza inumana si incrinò, rivelando un odio così profondo, antico e bruciante che Julian dovette distogliere lo sguardo.
“Tuo padre era un uomo spietato, Victoria è sempre stata solo una bambina viziata che giocava con armi troppo grandi per lei,” sussurrò Elena, la voce che tremava di una rabbia soppressa per troppo tempo. “Quando il vecchio Vance distrusse l’azienda della mia famiglia, non si limitò a pignorare le nostre case. Fece in modo che mio padre fosse accusato di frode, per coprire i suoi stessi buchi di bilancio. Mio padre si impiccò nella sua cella. Mia madre morì di crepacuore due anni dopo, in una clinica psichiatrica che a malapena potevamo permetterci.”
Strinse i pugni, la pelle scura dei guanti che strideva contro la pietra fredda della balaustra. “Victoria ballava nei suoi vestiti di seta gialla, comprati con il sangue della mia famiglia. Non le ho tolto nulla che fosse suo. Mi sono solo ripresa ciò che ci aveva rubato, con gli interessi.”
Julian annuì in silenzio, gettando il mozzicone di sigaretta oltre il parapetto, osservandolo cadere come una piccola stella morente verso le strade buie. “I documenti per l’acquisizione delle acciaierie Vance e della divisione immobiliare sono già firmati. Il consiglio di amministrazione ha accettato ogni tua condizione. Hanno troppa paura del carcere per opporsi. Da domani, tu sarai la donna più potente di questa parte del paese. Cosa farai ora, Elena?”
Elena guardò il proprio riflesso nel vetro oscuro della terrazza. La ragazzina spaventata e orfana era morta da tempo, sostituita dalla donna implacabile e perfetta che ora dominava il mondo. Il freddo della notte sembrava penetrarle nelle ossa, ma non sentiva più nulla. Aveva ottenuto la sua vendetta. Il vuoto che ne conseguiva era il prezzo del potere.
“Ora,” mormorò Elena, raddrizzando le spalle e voltandosi di nuovo verso le porte a vetri, dove la musica continuava a suonare per una folla di fantasmi spaventati, “insegnerò a questa città come ci si inchina.”
Popular Posts
→- 1
- 2
- 3
- 4
Recently Viewed
Stories you read recently will appear here.



