Mark bevve un sorso del suo gin tonic, esitando solo per un istante prima di fare un cenno d’assenso con il capo. «Sì, forse hai ragione. Le dirò che abbiamo degli incontri di lavoro riservati e che sarebbe più comoda altrove. Magari le lascio un paio di centinaia di dollari per le cene.»

«Cinquanta basteranno ampiamente,» sghignazzò Amber, allungando la mano per chiamare il cameriere con uno schiocco impaziente delle dita. «Ehi, ragazzo! Portaci un’altra bottiglia di Dom Pérignon e quel caviale del Caspio che avete nel menu speciale. E mettilo tutto sul conto della camera 204. Faremo stornare l’addebito sul fondo fiduciario al check-out.»

Il cameriere, un giovane di nome Luca che lavorava per la tenuta da quattro stagioni, guardò il conto che teneva sul vassoio d’argento. Il suo viso era impassibile, ma nei suoi occhi brillava una scintilla di fredda soddisfazione che i due non seppero cogliere.

«Certamente, signora,» disse il ragazzo inchinandosi leggermente. «Tuttavia, prima di aprire la seconda bottiglia, il nostro sistema gestionale richiede una nuova pre-autorizzazione sulla carta di credito principale fornita al momento dell’ingresso. La reception mi ha chiesto di sottoporle questo terminale.»

Amber sbuffò sonoramente, estraendo dal suo portafoglio di coccodrillo la carta di credito aziendale nera intestata a Mark Sterling. «Che noia mortale. Questo posto ha standard di servizio ridicoli. Ecco, prenda e faccia in fretta.»

Luca inserì la carta nel lettore portatile. Attese cinque secondi. Sul display apparve una scritta in rosso brillante: TRANSAZIONE NEGATA – CODICE 99: BLOCCO AMMINISTRATIVO PER FRODE.

«Mi dispiace, signora,» disse Luca con voce chiarissima, abbastanza alta da essere udita dalle coppie nei gazebo vicini. «La transazione è stata rifiutata dall’istituto emittente. Il sistema segnala che la carta è stata revocata per revoca dei poteri di firma.»

Amber si tolse di colpo l’asciugamano dal viso, mettendosi a sedere con uno scatto furioso. «Cosa? È impossibile! Mark, cos’è questa storia? Usa la tua carta personale!»

Mark, visibilmente a disagio sotto gli sguardi incuriositi dei vicini, tirò fuori la sua carta personale Platinum emessa dalla Chase. «Ci deve essere un errore della banca, a volte i sistemi di sicurezza bloccano i pagamenti fuori stato. Prova con questa.»

Luca strisciò la seconda carta. Il terminale emise un doppio bip acuto, sgradevole, seguito da un messaggio ancora più perentorio: FONDI INSUFFICIENTI – CARTA BLOCCATA DALLA BANCA EMITTENTE.

«Anche questa carta è inaccessibile, signore,» annunciò il cameriere con una calma impeccabile. «E il sistema della reception mi informa che il saldo delle consumazioni accumulate nelle ultime due ore — pari a milleottocentoquaranta dollari per i trattamenti spa, il pranzo e i vini speciali — richiede una copertura immediata in contanti o con una carta valida per consentirvi di mantenere l’accesso ai servizi esclusivi del resort.»

Il viso di Mark passò da un rossore acceso a un pallore spettrale. «Cosa diavolo significa fondi insufficienti? Ci devono essere almeno settantamila dollari su quel conto corrente! Ho depositato l’assegno di mia madre appena giovedì scorso!»

«Questo è un oltraggio!» gridò Amber, alzandosi in piedi e rovesciando quasi il tavolino di bambù con i calici di cristallo. «Chiamate il direttore! Pretendo di parlare con il direttore generale in questo istante! Voi non sapete chi siamo noi! Mio marito è un investitore di alto livello e io sono la figlia del dottor Harrison! Vi farò licenziare tutti, dal primo all’ultimo!»

«Non ci sarà bisogno di chiamare il direttore generale, signora Sterling,» disse una voce profonda e autorevole alle loro spalle.

I due si voltarono di scatto.

Attraverso il vialetto lastricato di pietra corallina stava avanzando un piccolo corteo che sembrava uscito direttamente dalle pagine del Financial Times. Davanti a tutti c’era Arthur Vance, imponente nel suo abito gessato blu scuro di sartoria londinese, affiancato da due legali con borse di pelle piene di fascicoli e da Matteo Rossi, il direttore generale di Serenity Shores, con il suo impeccabile completo grigio perla e il distintivo d’oro della catena appuntato al bavero.

Mark riconobbe Arthur all’istante. L’aveva visto due volte in tutta la sua vita: la prima al funerale di suo padre ventidue anni prima, e la seconda cinque anni fa, quando gli era stato detto che quello studio notarile gestiva la piccola pensione integrativa della madre.

«Signor Vance?» balbettò Mark, deglutendo a vuoto. «Cosa… cosa ci fa lei qui in Florida? C’è qualche problema con la pensione di mia madre?»

Amber, che non aveva mai visto l’uomo ma ne percepiva l’aura di potere inaccessibile, cercò di riprendere il controllo con la solita arroganza. «È lei il responsabile di questo circo? I suoi dipendenti hanno osato bloccare le nostre carte e insultarci davanti a tutta la piscina! Pretendo delle scuse formali immediate e il rimborso totale del nostro soggiorno, altrimenti il mio avvocato…»

«Il suo avvocato farebbe meglio a trovarsi un buon avvocato a sua volta, signora,» la interruppe Arthur con una voce che tagliò l’aria calda del pomeriggio come una lama ghiacciata. «Io non sono un dipendente del resort. Sono l’amministratore delegato della Sterling Hospitality Holdings, la società proprietaria di questo resort e di altre sedici strutture a cinque stelle negli Stati Uniti orientali.»

Mark sbiancò. «La… Sterling Holdings? Ma questo è solo un caso di omonimia… mio padre si chiamava Sterling, ma noi non abbiamo niente a che fare con…»

«Non c’è nessuna omonimia, Mark,» continuò Arthur, aprendo con un gesto calmo una cartellina di pergamena che un assistente gli porse immediatamente. «La società è stata fondata nel 1991 da tua madre, Evelyn Sterling, con il ricavato della vendita della piccola locanda di famiglia e con un prestito ipotecario che lei ha ripagato lavorando venti ore al giorno per dieci anni mentre tu eri al collegio privato a giocare a tennis.»

Il silenzio che calò sul gazebo fu così denso che si udiva solo lo sciacquio dell’acqua nella vasca a sfioro. I presenti avevano smesso di fingere disinteresse; tutti stavano ascoltando ogni singola parola.

«Tua madre… possiede questo posto?» mormorò Amber, la cui voce per la prima volta vacillò, perdendo ogni sfumatura di aggressività per tingersi di un terrore puro e viscerale. «La vecchia… quella donna vestita di stracci… possiede tutto questo?»