«Tua madre è una psicopatica!» sibilò lei, balzando in piedi con uno scatto isterico che fece voltare un addetto alle pulizie intento a spingere un carrello arrugginito. «Ci ha teso una trappola! Ci ha portati lì vestita come una stracciona per godersi la nostra umiliazione! Nessun tribunale le darà ragione! Andremo da un avvocato civilista ad Atlanta, un vero avvocato, non quegli scagnozzi che si porta dietro come cagnolini. Dimostreremo che ti ha promesso quella quota ereditaria per iscritto, dimostreremo l’abuso psicologico, la…»
«Non abbiamo soldi per l’avvocato, Amber,» la interruppe Mark, senza nemmeno alzare la testa per guardarla. «Non abbiamo soldi per pagare la cauzione se il padrone di casa di Buckhead deciderà di farci causa per i danni all’appartamento. Abbiamo trecento dollari in contanti nel portafoglio. Duecento se togliamo i biglietti per questo autobus. Questo è tutto ciò che abbiamo al mondo.»
Amber lo fissò come se fosse un estraneo comparso dal nulla, una presenza ripugnante di cui disfarsi all’istante.
«Tu… tu sei un fallito,» disse, scandendo le sillabe con un veleno che non cercava più alcuna maschera di compiacimento coniugale. «Un totale, patetico parassita. Mi hai fatto credere di essere un partner di una società di investimenti internazionali! Mi hai detto che la tua famiglia possedeva metà della costa della Georgia! Mi hai sposata con i soldi di una vecchia che puliva le latrine e non sei stato nemmeno capace di farti intestare una casa prima che se ne accorgesse!»
Mark sollevò lentamente lo sguardo. In quegli occhi opachi, per la prima volta da quando l’aveva conosciuta a una festa esclusiva nel quartiere finanziario di Atlanta, non c’era traccia della sottomissione servile con cui aveva assecondato ogni suo capriccio. C’era solo una nausea infinita, un disgusto profondo che partiva dal fondo dello stomaco e gli risaliva fino alla gola, rivolto tanto a lei quanto a se stesso.
«I soldi erano di mia madre,» mormorò Mark con una lentezza disarmante. «E tu non hai mai amato me, vero? Non per un solo secondo. Amavi i tavoli riservati nei ristoranti, amavi le borse comprate su Rodeo Drive, amavi l’idea di poter trattare gli altri come spazzatura per sentirti potente.»
«Certo che amavo quel tenore di vita!» gridò Amber, incurante degli sguardi dei passeggeri in attesa. «Chi sposerebbe un uomo senza spina dorsale come te se non ci fossero i soldi dietro? Guardati! Senza il conto in banca di quella vecchia non vali un soldo bucato! Sei un vegetale che ha bisogno del permesso della mamma persino per respirare!»
Il clacson bitonale dell’autobus numero 402 ruppe l’aria calda del terminal, sollevando una nube di polvere mentre la pesante carcassa metallica accostava alla banchina numero sei.
Mark si alzò in piedi. Con calma quasi irreale, raccolse la sua unica borsa di pelle dal pavimento, infilò la mano nella tasca dei pantaloni ed estrasse due banconote da cinquanta dollari. Le posò sulla panca di plastica arancione, accanto al cellulare di Amber.
«Cosa sono questi?» chiese lei, sgranando gli occhi.
«La tua parte,» disse Mark. «Il biglietto per Atlanta costa settantacinque dollari. Con quello che avanza puoi comprarti una bottiglia d’acqua e qualcosa da mangiare durante le quattordici ore di viaggio.»
«E tu?» chiese la donna, un barlume di panico che cominciava a incrinare la sua furia cieca. «Tu dove vai?»
«Io non vengo ad Atlanta,» rispose lui, voltandole le spalle e incamminandosi verso l’uscita pedonale che dava sulla statale 41, nella direzione opposta a quella delle corsie di partenza.
«Mark! Mark, torna qui subito!» urlò Amber, tentando di seguirlo con i tacchi che sbandavano sul cemento dissestato. «Non puoi lasciarmi qui da sola! Chi pagherà le spese di deposito dei miei bauli a Buckhead? Mark!»
L’uomo non rispose né accelerò il passo. Continuò a camminare dritto lungo il ciglio della strada, mentre il rombo del motore dell’autobus inghiottiva le ultime imprecazioni di sua moglie e i fari delle auto sulla corsia nord cominciavano ad accendersi contro la luce livida dell’imbrunire.
VII. Il registro masto
A Serenity Shores, la notte era calata con quella quiete ovattata che solo le proprietà isolate dal mare sanno conservare. Le torce di bambù alimentate a citronella tracciavano un perimetro d’oro caldo attorno alle piscine a sfioro, e il mormorio dei condizionatori centralizzati era impercettibile sotto il rumore costante della risacca.
Nella biblioteca dell’ala padronale — una sala circolare con scaffali in ciliegio alti fino al soffitto e una volta affrescata a mano con mappe nautiche del diciottesimo secolo — sedevo dietro una scrivania da capitano in mogano intarsiato. Davanti a me non c’erano tablet o computer portatili; c’erano i vecchi registri mastri a fogli mobili, rilegati in tela verde smeraldo con gli angoli in ottone, che avevo iniziato a compilare a mano nel novembre del 1988 nella cucina della mia prima pensione a Savannah.
Arthur Vance entrò senza bussare, portando con sé una cartellina sottile in pelle marrone e una caraffa d’acqua minerale fresca con due fette di limone.
«La riunione con i direttori generali delle divisioni regionali è fissata per domani mattina alle nove e trenta a Tampa,» disse l’amministratore delegato, sedendosi con un sospiro sulla poltrona di pelle di fronte alla scrivania. «Abbiamo già predisposto il comunicato per gli investitori istituzionali. Nessun allarmismo: specificheremo che la costituzione del trust filantropico ‘Evelyn Sterling Foundation’ non comporterà alcuna variazione nella governance operativa né disinvestimenti dalle linee di sviluppo alberghiero.»
«E per quanto riguarda le banche creditrici di Mark?» domandai, facendo scorrere l’indice su una colonna di cifre datata 1994: le spese per il primo corso estivo di nuoto di mio figlio, annotate con inchiostro blu accanto alle fatture per la sostituzione delle caldaie a gasolio.
«La Chase ha avviato la procedura esecutiva sull’automobile,» rispose Arthur con tono asciutto. «L’appartamento di Buckhead è stato sigillato dagli ufficiali giudiziari alle sedici di oggi per mancato pagamento delle rate condominiali straordinarie che Mark non saldava da nove mesi. La signorina Amber è salita sull’autobus delle diciannove e quindici per Atlanta. Pare che durante l’attesa al terminal abbiano avuto una lite furibonda davanti a decine di testimoni.»
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