“Tu…” balbettò Vanessa, cercando di rialzarsi. Il suo tacco a spillo da quindici centimetri si era spezzato nella caduta, costringendola a zoppicare grottescamente prima di appoggiarsi a un tavolo ricoperto da una piramide di bicchieri di caviale. “Chi diavolo ti credi di essere? Sicurezza! Dove cazzo è la sicurezza?!”

Quattro uomini in completo scuro e auricolari invisibili scattarono dai bordi della sala, ma prima che potessero fare tre passi, la cameriera alzò un solo dito. Non c’era panico nella sua figura. Il suo grembiule nero, stirato alla perfezione, e la sua camicia bianca contrastavano con la postura da combattente che aveva appena rivelato.

“Se mi toccate,” disse la cameriera con una voce fluida, profonda e del tutto priva di tremolio, “i server della Sterling Enterprises rilasceranno la contabilità parallela del Progetto Aquila a tre diverse testate giornalistiche internazionali nel giro di quattro secondi. Siete pagati bene, ragazzi, ma non abbastanza per finire in una prigione federale come complici d’associazione a delinquere.”

I quattro uomini della sicurezza si arrestarono all’istante, scambiandosi occhiate incerte. Uno di loro si toccò l’auricolare, in attesa di un ordine dal capo della vigilanza che non arrivò mai.

Un mormorio sommesso attraversò i duecento ospiti dell’alta società. Lord, industriali, senatori e dive del cinema si sporgevano in avanti, dimentichi delle buone maniere, affamati dello spettacolo più primordiale di tutti: la caduta degli dei.

“Ti stai inventando tutto,” disse Vanessa, pur con la voce che tremava in modo impercettibile. Cercò di ricomporsi, spingendo indietro i capelli biondi platino. “Sei solo una miserabile fallita con manie di grandezza. Quella foto… è un fotomontaggio. Julian, falla cacciare!”

Julian Vance non si mosse. I suoi occhi erano fissi sull’immagine. “Elena…?” sussurrò.

La cameriera fece un piccolo sorriso amaro. “Mi fa piacere che tu ti ricordi ancora il mio nome, Julian. Anche se sono passati diciassette anni da quando giocavamo nel giardino d’inverno di questa stessa villa, prima che la tua famiglia e quella dei Sterling decidessero che la mia non meritava più di esistere.”

Elena staccò con gesto lento la targhetta dorata dal suo gilet, quella con scritto Servizio – Staff, e la lasciò cadere sulla piastrella di marmo. Il piccolo pezzo di plastica risuonò nel silenzio come un guanto di sfida lanciato in arena.

“Diciassette anni fa,” continuò Elena, rivolgendosi non solo a Vanessa, ma alla platea di avvoltoi vestiti in abiti da sera, “mio padre, Arthur Vance-Ross, era il socio fondatore della Genesis Biotech insieme a tuo padre, Richard Sterling. Mio padre credeva nella ricerca, nella cura delle malattie rare. Richard Sterling, invece, credeva soltanto nella speculazione edilizia e nei brevetti rubati.”

“Mio padre è morto di infarto!” gridò Vanessa, la voce incrinata dalla rabbia e da una sottile venatura di terrore.

“Tuo padre è morto d’infarto otto anni fa nel suo letto d’oro, Vanessa,” lo corregge la voce glaciale di Elena. “Mio padre, invece, si è sparato nella sua auto in un parcheggio sotterraneo il 14 novembre di diciassette anni fa. O almeno, questo è quello che il dipartimento di polizia guidato dal vostro caro amico, il commissario De Luca — stasera presente al tavolo otto, vedo — ha scritto nel rapporto ufficiale.”

Tutti i sguardi si voltarono verso un uomo anziano dai capelli d’argento seduto al tavolo otto, che si irrigidì improvvisamente, portandosi il tovagliolo alla bocca per nascondere il pallore improvviso.

“Mio padre non si è ucciso,” proseguì Elena, muovendosi lentamente intorno al punto centrale della sala, come una pantera che perimetra la sua preda. “Mio padre aveva scoperto che la Sterling Enterprises stava usando fondi destinati alla sperimentazione medica per riciclare i soldi del cartello di cartello edilizio della costa est. Quando minacciò di andare alla Procura, la sua auto venne trovata in quel parcheggio. E tutti i documenti del suo brevetto scomparvero. Il giorno dopo, la Sterling Enterprises rilevò la Genesis Biotech per un dollaro simbolico.”

“Questa è una storia fantastica,” sibilò Vanessa, stringendo i pugni fino a farsi sbiancare le nocche. “Ma non hai le prove. Non hai niente! Sei solo una servetta che si è allenata con qualche arte marziale da strada per venire a fare una scenata al mio gala di fidanzamento!”

“Non sono venuta a fare una scenata, Vanessa,” disse Elena con dolcezza letale. “Sono venuta a ritirare i dividendi.”

Con la mano sinistra, Elena tirò fuori dal grembiule un piccolo telecomando nero con un unico pulsante dorato.

“Che cos’è quello?” chiese Julian, facendo finalmente un passo verso di lei. “Elena, ti prego… se c’è qualcosa di vero in quello che dici, parlane con me. Non rovinare tutto stasera. Questo è il nostro futuro.”

Elena lo guardò, e per un breve istante la freddezza nel suo sguardo si ammorbidì in una malinconia antica. “Il nostro futuro è morto la sera in cui tuo padre, Julian, ha firmato l’accordo di riservatezza per coprire Richard Sterling in cambio del venti per cento delle quote della nuova holding. Non fare il finto innocente. So che sai del conto bancario a Zurigo intestato a tuo nome a partire dal tuo diciottesimo compleanno.”

Julian chiuse gli occhi, senza smentire. La sua mascella si contrasse.

Sui grandi schermi LED posizionati ai lati del salone — che fino a pochi minuti prima proiettavano le foto romantiche di Vanessa e Julian e i loghi della fondazione benefica degli Sterling — l’immagine cambiò improvvisamente. Le immagini patinate sparirono, sostituite dall’interfaccia di un sistema di riproduzione video.

“Che cosa sta succedendo ai monitor?!” urlò la madre di Vanessa dal fondo della sala, alzandosi in tremito con le sue perle enormi che le oscillavano sul petto.

Un video a risoluzione standard, datato 14 novembre di diciassette anni prima, cominciò a scorrere sugli schermi giganti. La ripresa proveniva da una telecamera di sicurezza nascosta. Mostrava l’interno di un garage sotterraneo illuminato da neon tremolanti. Due uomini in scuro tenevano immobilizzato un uomo di mezza età con la camicia sbottonata — Arthur Ross. Un terzo uomo, figura inconfondibile dalla statura e dalla montatura di occhiali d’oro, osservava la scena a braccia conserte: Richard Sterling.