“Tu non farai assolutamente nulla,” lo interruppe Laurel, glaciale. “Se la uccidi ora, i Volkov sapranno che li abbiamo scoperti prima che noi possiamo posizionare le nostre pedine. Sabrina Cole vive. Per ora. E tu obbedirai alle mie istruzioni, se non vuoi che i tuoi luogotenenti ti dichiarino inadatto al comando. Hai visto come ti guardava don Carmine? Stava già calcolando quanto velocemente potesse farti sparire prima che i russi ci spazzassero via tutti.”
Silas la guardò, gli occhi pieni di una rabbia impotente. Sapeva che aveva ragione. Il codice d’onore della mafia non perdonava la debolezza, e l’acume strategico di Laurel era l’unica cosa che li aveva tenuti un passo avanti ai federali per un decennio. Ora, lei stava usando quella stessa intelligenza contro di lui.
“Cosa vuoi che faccia?” domandò infine Silas, la voce che si spezzava sotto il peso della resa.
“Vai nel tuo studio. Bevi fino a perdere i sensi, se necessario. Domattina ti comporterai come se lo schiaffo fosse stato una mossa calcolata, una messinscena orchestrata da me e da te per smascherare la spia davanti a tutti e testare la loro lealtà.” Laurel chiuse a metà la porta, il suo viso avvolto nelle ombre. “Da domani, tu sei l’immagine. Il martello. Ma la mano che lo impugna, Silas, da stasera è la mia.”
Gli chiuse la porta in faccia prima che potesse replicare.
Laurel non perse altro tempo. Prese un telefono cellulare prepagato da un doppio fondo della scrivania e compose un numero che conosceva a memoria. Risposero al primo squillo.
“Signora,” disse la voce ruvida di un uomo. Era Marcus, il capo della sua sicurezza personale, un ex militare che rispondeva esclusivamente a lei, ancor prima che a Silas.
“Dimmi che la ragazza è al sicuro e che è ancora in grado di parlare,” ordinò Laurel.
“È legata alla sedia nella stanza insonorizzata. Piange molto, ma è intatta. Gli uomini di Silas volevano… iniziare a farle domande. Li ho fermati.”
“Hai fatto bene. Nessuno deve toccarla fino al mio arrivo. Raggiungimi all’ingresso del seminterrato. Porta la valigetta medica.”
Venti minuti dopo, Laurel scendeva le scale di cemento grezzo che conducevano alle viscere della villa. L’aria era gelida e sapeva di umidità e rame. Marcus la attendeva davanti a una pesante porta d’acciaio. Fece un cenno del capo, sbloccò la serratura elettronica e la fece entrare.
La stanza era illuminata da una singola, spietata lampada fluorescente sospesa al soffitto. Sabrina Cole era legata a una sedia di metallo, il viso sporco di trucco colato, l’abito da sera strappato su una spalla. Quando vide entrare Laurel, iniziò a singhiozzare convulsamente.
“Laurel, ti prego! Ti scongiuro!” urlò la ragazza, la voce roca e disperata. “Non volevo farlo! I Volkov hanno mio fratello. Lo hanno preso per un debito di gioco a San Pietroburgo, mi hanno detto che se non avessi copiato i file di Silas lo avrebbero ucciso! Ti prego, non uccidermi!”
Laurel si avvicinò lentamente. Prese una sedia pieghevole appoggiata al muro, la aprì e si sedette esattamente di fronte a Sabrina, accavallando le gambe con un’eleganza che contrastava grottescamente con l’orrore della stanza.
“Il tuo problema, Sabrina, è che credi che a me importi del perché lo hai fatto,” disse Laurel con calma. “A me non interessa tuo fratello. Non mi interessa la tua vita. L’unica cosa che mi interessa è il flusso di informazioni. Hai inviato le coordinate dei nostri carichi di Miami ai russi?”
Sabrina scosse la testa freneticamente, gli occhi gonfi di terrore. “No! Lo giuro! Stavo per farlo quando mi hai scoperta. Il telefono è rimasto sotto il tavolo da pranzo!”
“Marcus,” disse Laurel senza distogliere lo sguardo dalla ragazza. “Hai verificato il dispositivo?”
“Sì, signora. Nessun messaggio in uscita nelle ultime quattro ore,” confermò Marcus dall’ombra.
“Bene,” mormorò Laurel. “Questo significa che i Volkov stanno aspettando il tuo segnale per attaccare il porto di Miami domani notte.”
“Mi uccideranno se non mando le coordinate corrette,” piagnucolò Sabrina.
“Oh, manderai le coordinate corrette,” rispose Laurel, un sorriso sottile, quasi crudele, che le incurvava le labbra. “Ma non quelle dei magazzini di Miami. Manderai le coordinate del vecchio molo commerciale di Tampa. È una struttura abbandonata che usavamo anni fa. I russi manderanno le loro squadre d’assalto lì, pensando di cogliere i nostri uomini di sorpresa e bruciare il nostro carico.”
Sabrina la guardò, la confusione che si faceva strada attraverso il panico. “Ma… quando scopriranno che non c’è niente, capiranno che li ho traditi.”
“Non scopriranno che non c’è niente,” sussurrò Laurel, sporgendosi in avanti, gli occhi scuri che trafiggevano quelli della ragazza. “Scopriranno che c’è Marcus. E cinquanta dei nostri migliori cecchini appostati sui tetti dei container, circondati da esplosivo C-4. Bruceremo noi le loro squadre d’assalto. E tu scriverai il messaggio che li manderà al macello.”
Il pianto di Sabrina si bloccò in gola. Capì, in quell’istante, che non aveva a che fare con una moglie gelosa. Aveva di fronte un predatore naturale, molto più freddo e calcolatore di Silas o dei russi stessi.
“Se lo faccio… mi lascerai andare?” sussurrò Sabrina.
Laurel si alzò lentamente. Si sistemò i polsini dell’abito scuro.
“Fai quello che ti dico, esattamente come te lo dico,” rispose Laurel, voltandosi verso l’uscita. “E ti assicuro che la tua morte non sarà su ordine mio.”
Mentre risaliva le scale, il silenzio della casa sembrava diverso. Non era più il silenzio dell’attesa o della sottomissione. Era il silenzio che precede una tempesta perfetta. La guerra era appena iniziata, ma Laurel Varelli sapeva già come farla finire.
Il suono della mano di Silas Varelli che colpiva sua moglie fu così acuto che le dodici persone sedute intorno al tavolo di Natale sembrarono fermarsi nel respiro contemporaneamente.
Capitolo 7 – L’interrogatorio della memoria
L’ufficio di *Vance & Associates, Forensic Auditing* si trovava al quarto piano di un edificio in mattoni poco appariscente su Hudson Street.
Non c’era alcuna targa in ottone. Non c’era scorta di sicurezza. La tromba delle scale odorava di olio del termosifone e polvere di carta.
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