Per decomprimere la tensione di quelle settimane, a ridosso delle vacanze di Natale, decidemmo di tornare in montagna. Non in albergo, ma nella stessa baita di legno isolata dove Matteo mi aveva chiesto di sposarlo anni prima. Volevamo la neve, il freddo pungente che schiarisce i pensieri, il fuoco del camino e l’isolamento dal caos della città e dai drammi del liceo.

La baita si trovava alla fine di una lunga strada sterrata, a milleottocento metri di altitudine. Quando arrivammo, il paesaggio era una cartolina incantata. La neve era alta mezzo metro, soffice e immacolata, e gli abeti sembravano giganti addormentati sotto coperte bianche.

Leo impazzì di gioia. Appena l’auto si fermò, si tuffò letteralmente nel primo cumulo di neve, sparendo fino alla vita e riemergendo con il viso rosso e una risata cristallina. Sofia, abbandonata per un momento la corazza da adolescente cinica, iniziò subito a bombardarlo con palle di neve, dando inizio a una guerra spietata in cui anche Matteo venne trascinato.

I primi due giorni furono un balsamo per l’anima. Ci svegliavamo tardi, bevevamo litri di cioccolata calda, giocavamo a carte sul tappeto vicino al fuoco e facevamo brevi passeggiate con le ciaspole. L’ansia di Sofia sembrava essersi sciolta nella neve; aveva persino passato un intero pomeriggio a leggere un libro a Leo, senza guardare il telefono una sola volta.

Ma la montagna, con tutta la sua bellezza, è anche un’entità selvaggia, indifferente ai piani umani.

La sera del terzo giorno, il bollettino meteo locale diramò un’allerta arancione. Una perturbazione anomala, carica di venti gelidi provenienti dal nord, stava per abbattersi sulla vallata. Matteo, da buon responsabile della sicurezza, non sottovalutò la cosa. Portò dentro abbastanza legna per tre giorni, controllò le scorte di cibo, verificò le torce a batteria e assicurò le persiane di legno.

La tempesta iniziò verso la mezzanotte. Non fu una nevicata romantica; fu un assalto. Il vento ululava contro le pareti di legno della baita con una ferocia quasi animalesca, facendo scricchiolare le travi del tetto. La neve veniva scagliata orizzontalmente, azzerando la visibilità fuori dalle finestre.

Ci svegliammo tutti. Leo era spaventato e si infilò nel nostro letto, nascondendo la testa sotto le coperte. Sofia venne in salotto, avvolta in una coperta di lana, sedendosi sul divano vicino a noi.

«Mamma, sembra che la casa stia per volare via,» sussurrò Sofia, guardando con apprensione le finestre che vibravano sotto le raffiche.

«La baita è solida, non preoccuparti,» la rassicurò Matteo, accarezzandole una spalla. «Ne ha viste decine di bufere così. Siamo al sicuro, abbiamo il fuoco, il cibo e tra un paio di giorni passerà tutto.»

Alle tre del mattino, la corrente elettrica saltò. La baita piombò nell’oscurità, illuminata solo dai bagliori danzanti del caminetto. Matteo accese un paio di lanterne a batteria, creando un’atmosfera sospesa, quasi primordiale. Eravamo isolati dal mondo. Nessun segnale sul cellulare, nessuna luce, solo noi quattro contro la forza della natura.

Fu in quel momento, tra l’ululato di una folata di vento e l’altra, che accadde l’impensabile.

Sentimmo un rumore. Non il rumore del vento contro il legno, ma un tonfo sordo, irregolare. Come qualcosa che sbatteva contro la porta esterna della veranda.

Ci raggelammo tutti.
«Cos’è stato?» chiese Sofia, stringendosi la coperta al collo.

Matteo si alzò in silenzio. Fece un cenno con la mano per intimarci di restare fermi. Prese la sua torcia tattica dal tavolo e si diresse verso l’ingresso. Il silenzio nella stanza era denso, pesante, rotto solo dal respiro regolare di Leo che, incredibilmente, si era riaddormentato sul divano.

Matteo accostò l’orecchio alla porta. Poi, senza esitare, sbloccò il catenaccio e aprì.

Una folata di vento gelido e neve invase l’ingresso, spegnendo quasi la lanterna sul tavolo. Matteo puntò la torcia verso il buio. Sulla soglia, rannicchiata contro lo stipite in un disperato tentativo di ripararsi, c’era una figura umana.

«Aiutatemi… vi prego…» La voce era un gemito sottile, quasi strappato via dal vento.

Matteo afferrò la figura per il giubbotto e la tirò dentro di peso, sbattendo la porta con una spallata per richiuderla contro la forza della tempesta. Spostò il chiavistello e si inginocchiò.

Corsi verso di lui. A terra c’era un ragazzo. Avrà avuto al massimo vent’anni. Indossava abiti da trekking inadeguati per una vera bufera, i jeans erano incrostati di ghiaccio e il viso era cianotico, le labbra di un viola preoccupante. Tremava in modo convulso, incontrollabile.

«Elena, prendi coperte asciutte, subito!» ordinò Matteo, passando istantaneamente in modalità emergenza. La sua voce era perentoria, chirurgica. «Sofia, metti a scaldare dell’acqua sul fuoco del camino, sbrigati!»

Tutti noi scattammo. La paura passò in secondo piano, sostituita dall’adrenalina pura. Portai tre coperte di lana. Matteo, con gesti rapidi e precisi, iniziò a spogliare il ragazzo degli abiti bagnati e ghiacciati.

«Come ti chiami? Mi senti?» gli chiedeva Matteo, dandogli leggeri colpetti sulle guance per tenerlo sveglio.

«L-Luca…» balbettò il ragazzo, i denti che sbattevano così forte da sembrare sul punto di spezzarsi.

«Ok Luca. Sei al sicuro. Ti stiamo scaldando. Ascoltami bene, guardami negli occhi.» Matteo gli sollevò il mento, costringendolo a incrociare il suo sguardo. «Eri da solo?»

La domanda mi fece fermare il cuore. Guardai Matteo. Nei suoi occhi c’era il terrore di chi conosce già la risposta.

Luca scosse la testa, chiudendo gli occhi mentre una lacrima si congelava sulle sue ciglia. «L-la mia ragazza… Chiara. Si è fatta male a una caviglia… non riusciva a camminare. L’ho lasciata s-sotto un pino… vicino al rifugio diroccato, per c-cercare aiuto. H-ho visto la vostra luce dal sentiero…»

Il rifugio diroccato. Era una vecchia stalla abbandonata che avevamo incrociato durante la passeggiata, a circa un chilometro e mezzo dalla nostra baita, in mezzo al bosco.

Matteo si alzò in piedi. Non disse nulla, ma la sua espressione era una sentenza. Iniziò a vestirsi. Si mise calzamaglia termica, pantaloni impermeabili, scarponi pesanti, giacca a vento, passamontagna. Prese la sua piccozza, una fune da alpinismo e lo zaino del pronto soccorso che portava sempre in auto.

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