«Matteo, no,» dissi, la voce che mi si incrinava, afferrandogli il braccio. Il panico stava risalendo, lo stesso panico nero e appiccicoso che avevo provato sull’asfalto anni prima. Questa volta, però, il mostro non era una donna folle in maglietta arancione. Il mostro era la montagna, la tempesta perfetta, cieca e spietata. «Fuori ci sono meno quindici gradi, la visibilità è zero. Non ce la farai, ti perderai anche tu.»

Lui si fermò. Prese il mio viso tra le mani incantate, baciandomi la fronte. Le sue mani erano calde, rassicuranti.

«Elena, ascoltami. Se non vado, quella ragazza sarà morta prima dell’alba. So dov’è il rifugio diroccato. Conosco la montagna. Ho il GPS con la mappa precaricata e la bussola.»

«È un suicidio!» gridai, le lacrime che mi bruciavano gli occhi.

«È il mio lavoro, amore mio,» sussurrò lui, con una dolcezza che spezzava il cuore. «Sono tornato a farlo proprio per questo. Perché non so voltarmi dall’altra parte. Se fosse Sofia là fuori, sotto la neve… non vorresti che qualcuno uscisse a cercarla?»

L’immagine di mia figlia, congelata e sola nel buio, mi trafisse l’anima, abbattendo tutte le mie resistenze egoistiche. Chiusi gli occhi e annuii, piangendo.

«Portala a casa,» gli dissi. «E torna da me. Torna da me, Matteo, o giuro che ti vengo a cercare all’inferno.»

«Te lo prometto,» disse lui.

Sofia si avvicinò. Aveva messo l’acqua sul fuoco. Guardò Matteo, l’uomo che considerava suo padre, e i suoi occhi brillavano di un orgoglio e di una paura indescrivibili.
«Fai attenzione, papà.»

Matteo le sorrise. «Tu pensa a tua madre e a tuo fratello. Siete la mia squadra a terra.»

Si girò, aprì la porta, e la bufera lo inghiottì. La porta si richiuse con un tonfo, lasciandoci nel silenzio ovattato della baita, interrotto solo dal rumore del fuoco e dai brividi di Luca.

Iniziò l’attesa più lunga della mia vita.

Il tempo, in situazioni di emergenza, perde ogni coordinata. I minuti diventano ore, le ore diventano epoche geologiche. Non potevo chiamare i soccorsi perché non c’era campo. Potevo solo fare ciò che l’universo mi aveva addestrato a fare: essere forte per gli altri.

Io e Sofia ci prendemmo cura di Luca. Applicammo le regole base che Matteo ci aveva insegnato negli anni. Non strofinare gli arti congelati. Non dare acqua bollente, ma tè tiepido e zuccherato. Lo avvolgemmo nelle coperte vicino al fuoco, monitorando il suo respiro. Sofia fu incredibile. Non perse il controllo. Sedeva accanto al ragazzo, gli parlava con voce calma, lo rassicurava dicendogli che Matteo era un eroe e che avrebbe trovato Chiara. Mia figlia stava usando il suo scudo; stava proteggendo una mente dal crollo psicologico.

Passò un’ora.
Poi un’ora e mezza.

Camminavo avanti e indietro per la stanza. Guardavo l’orologio, poi la porta, poi il fuoco. La mia mente era un vortice di pensieri catastrofici. E se fosse caduto? E se la pila della torcia si fosse esaurita? E se fossero congelati entrambi? L’idea di vivere il resto dei miei giorni senza quell’uomo, di dover dire a Leo che il suo eroe non sarebbe tornato, mi toglieva letteralmente l’aria dai polmoni.

Ma ogni volta che il panico minacciava di paralizzarmi, ricordavo le sue parole. Siete la mia squadra a terra. Dovevo resistere.

Dopo due ore e venti minuti, sentimmo un rumore.
Corsi alla porta e la spalancai prima ancora che Matteo potesse bussare.

Il vento ci investì di nuovo, ma non mi importava. Sulla soglia c’era Matteo. Sembrava uno yeti, completamente coperto di neve e ghiaccio, il respiro pesante che formava nuvole di vapore nell’aria gelida. Ma non era solo.

Sulle spalle, sorretta con la tecnica del pompiere, portava una ragazza.

Matteo barcollò dentro la baita, le gambe che tremavano per lo sforzo immane, e depose delicatamente la ragazza sul tappeto, lontano dal fuoco diretto. Poi crollò in ginocchio, togliendosi il passamontagna. Aveva le sopracciglia coperte di brina e il viso rosso per lo sforzo, ma i suoi occhi cercarono immediatamente i miei.

«L’ho… trovata,» ansimò, la voce roca.

Luca, ignorando la debolezza, strisciò verso la ragazza, piangendo disperatamente. Chiara era incosciente. I suoi vestiti erano rigidi. La sua caviglia era visibilmente gonfia, ma il pericolo maggiore era l’ipotermia severa.

La baita si trasformò in una sala di rianimazione. Matteo riprese fiato e comandò le operazioni. Tagliammo via i vestiti bagnati della ragazza. Matteo iniziò a massaggiarle il petto e le braccia per favorire la circolazione, usando il proprio calore corporeo per alzarle la temperatura.

Per dieci, interminabili minuti, non successe nulla. Temetti che fosse arrivato troppo tardi.

Ma poi, Chiara fece un respiro profondo, rantolante, e aprì gli occhi. Il suo corpo iniziò a tremare violentemente, il segno che il sistema nervoso stava ricominciando a funzionare e a cercare calore.

Luca le afferrò la mano, singhiozzando. «Sei viva, amore, sei viva.»

Mi accasciai sul divano, le gambe che improvvisamente si rifiutavano di reggere il mio peso. Mi coprii il viso con le mani, lasciando finalmente sfogare l’adrenalina in un pianto silenzioso e liberatorio.

Matteo si alzò a fatica. Si avvicinò, si sedette accanto a me e mi tirò contro il suo petto. Puzzava di neve bagnata, sudore e resina di pino, ma era l’odore più buono del mondo.

«Te l’avevo promesso,» mi sussurrò tra i capelli, stringendomi.
«Sei un pazzo incosciente,» risposi tra le lacrime, stringendogli la giacca a vento. «Ma sei il mio pazzo incosciente.»

La mattina dopo, la tormenta si placò, lasciando il posto a un sole abbagliante e a un cielo di un azzurro così limpido da far male agli occhi. Il paesaggio era di una bellezza surreale, sepolto sotto quasi un metro di neve immacolata.

Verso le dieci, il segnale telefonico tornò. Matteo chiamò il soccorso alpino. I gatti delle nevi arrivarono a mezzogiorno, insieme a un’ambulanza attrezzata. Luca e Chiara, ormai stabili e fuori pericolo, vennero caricati per essere portati all’ospedale per i controlli di rito.