Gli raccontai tutto. Non omesi nulla. Raccontai dell’incontro fortuito, dell’arroganza di Clara, della spinta violenta contro il muro, della reazione vigliacca di David, e della scoperta che la donna che mi aveva appena aggredito era la stessa che dovevo giudicare di lì a dieci minuti. Non usai un tono vittimistico; esposi i fatti con la stessa gelida imparzialità che avrei usato per riassumere le carte processuali.

Mentre parlavo, il viso di Valerio passò dalla sorpresa allo sdegno, e infine a una fredda, tagliente collera. “Quella ragazzina viziata ti ha messo le mani addosso,” sibilò, stringendo i pugni sul piano della scrivania. “Nel mio tribunale. Davanti al tuo stesso figlio.”

“Sì,” risposi semplicemente.

“Chiamo la polizia. Subito.”

“No, Valerio. Ti prego,” lo fermai, alzando la mano sana. “Come ho detto a Marco, non voglio un circo mediatico. La stampa ci andrebbe a nozze. ‘L’ex Giudice Russo aggredita dalla nuora miliardaria’. Sarebbe grottesco. Voglio solo ritirarmi dal caso per palese conflitto di interessi. L’articolo 51 del codice di procedura civile mi obbliga a farlo. Non posso essere imparziale nei confronti di una parte che mi ha causato danni fisici.”

Valerio mi guardò a lungo, gli occhi che brillavano di un’intelligenza acuta e spietata. Poi, annuì lentamente, afferrando una penna stilografica. “Capisco. Ma capisci anche tu le conseguenze di questa tua, pur doverosa, ricusazione, vero? L’arbitrato salta. Dovremo fissare una nuova udienza. Con i nostri attuali ritardi arretrati…” sfogliò rapidamente un’agenda sul tavolo “…non potrò assegnare un nuovo consulente prima della fine di febbraio. Tra cinque mesi.”

Sapevo benissimo cosa significava. L’aveva detto la stessa Clara. Gli investitori stranieri della loro fusione pretendevano un via libera legale entro quel venerdì, altrimenti si sarebbero ritirati. Un ritardo di cinque mesi equivaleva alla morte dell’intero accordo commerciale, una perdita di decine di milioni di euro e un collasso vertiginoso del valore delle azioni del Gruppo Visconti.

“Le conseguenze delle azioni della signora Visconti non sono un mio problema,” risposi, la voce piana. “Io mi attengo alla legge.”

Valerio sorrise, un sorriso sottile e affilato. Tirò fuori un modulo intestato dal cassetto e iniziò a compilarlo rapidamente. “Moretti è un bravo avvocato, mi dispiace per lui che debba gestire clienti del genere. Quando comunicherò formalmente la sospensione a tempo indeterminato del caso, credo che allo studio legale ci sarà un’esplosione.” Firmò il documento con un tratto deciso e appose il timbro del tribunale. “Fatto. Sei sollevata dall’incarico, Elena. Vai a casa. Riposati.”

“Grazie, Valerio.”

Il viaggio in taxi verso casa fu un caleidoscopio di emozioni contrastanti. La città scorreva fuori dal finestrino, grigia e indifferente sotto un cielo nuvoloso autunnale, mentre il mio telefono iniziava a vibrare incessantemente nella borsa. Sapevo chi era. Il display illuminava il nome David ripetutamente. Non risposi. Lo spensi.

Il mio appartamento era un rifugio di quiete. Libri antichi foderavano le pareti del salotto, tappeti persiani attutiva i miei passi. Era la casa che avevo comprato con i risparmi di una vita di duro lavoro, la casa in cui avevo cresciuto David dopo la morte di suo padre, quando lui aveva solo sei anni. Mi sedetti sulla poltrona di velluto vicino alla finestra, fissando il vuoto, e finalmente, in solitudine, lasciai che le lacrime sgorgassero.

Non piangevo per la spalla. Piangevo per il figlio che avevo perso.

Ricordavo le notti passate in bianco quando aveva la febbre, le rinunce fatte per pagargli i migliori studi universitari. Ricordavo il giorno della sua laurea in ingegneria, il modo in cui mi aveva abbracciata dicendo: Sei la mia eroina, mamma. Dov’era finito quel ragazzo? Come aveva fatto a trasformarsi nell’ombra sottomessa di una donna crudele e classista? La risposta, lo sapevo, era lenta e insidiosa. Era iniziata con l’accondiscendenza, con il desiderio di compiacere la famiglia ricca e influente di Clara, rinnegando le sue origini più umili. Aveva barattato la sua spina dorsale per un posto nei consigli di amministrazione e per le vacanze a Cortina. E oggi, aveva pagato il prezzo di quel patto mefistofelico.

I giorni successivi furono un limbo surreale. Il dolore alla spalla iniziò a scemare, trasformandosi in un fastidio sordo gestibile con qualche pillola, ma l’onda d’urto di quanto accaduto in tribunale si propagò con una violenza devastante.

Non lessi i giornali, ma non ne ebbi bisogno. Il mondo dell’alta borghesia cittadina e dei tribunali è un piccolo villaggio, e i pettegolezzi viaggiano più veloci della luce. La mia vecchia amica e collega, l’avvocato Beatrice, mi venne a trovare portando dei pasticcini e gli ultimi aggiornamenti.

“È un massacro, Elena,” mi raccontò, sorseggiando il tè nel mio salotto. “La notizia che l’udienza per la fusione Visconti è saltata ha fatto il giro della finanza in mezza giornata. Gli investitori tedeschi hanno ritirato la loro offerta di acquisizione giovedì mattina, ventiquattr’ore dopo il vostro… incontro. Le azioni del Gruppo Visconti hanno perso il trenta percento in due giorni.”

“Mi dispiace per i dipendenti dell’azienda,” dissi onestamente.

Beatrice fece un gesto sprezzante con la mano. “Oh, l’azienda si ristrutturerà, ma la famiglia di Clara ha perso il controllo del pacchetto di maggioranza. Il padre di Clara è furibondo. Pare che abbia scoperto perché l’arbitrato è saltato. Lo studio di Moretti si è ritirato dall’incarico e ha mandato una parcella salatissima, rifiutandosi di rappresentare clienti che aggrediscono i giudici nei corridoi.”

Beatrice mi guardò da sopra la tazza di porcellana. “E tuo figlio?”

Il mio sguardo si abbassò. “Non gli rispondo.”

“Ha cercato di contattarti?”

“Il mio telefono registra decine di chiamate al giorno. La segreteria telefonica è piena. Ieri mattina ho trovato un mazzo di rose bianche fuori dalla porta, con un biglietto. Le ho buttate nel secchio dell’immondizia.”

“Sei dura, Elena.” Non c’era giudizio nella voce di Beatrice, solo una constatazione.

“Non sono dura,” risposi, sfiorando il tutore che ancora mi fasciava il petto. “Sono realista. Perdonare un figlio è nella natura di una madre, ma io non posso perdonare un uomo che è complice della violenza su un’anziana, fosse anche sua madre o una sconosciuta. Il suo silenzio in quel corridoio è stato peggio della spinta di Clara. È stato un tradimento dell’anima.”

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