L’edificio era una maestosa costruzione in granito grigio con massicce porte in bronzo che recavano lo stemma della compagnia: un vascello a tre alberi con la prua fiera contro i marosi. Indossavo il mio solito completo da lavoro di sartoria sobria, un tailleur pantalone color antracite, con la cartellina porta-documenti sotto il braccio e i capelli raccolti in uno chignon ordinato.

Non appena oltrepassai la bussola d’ingresso, un uomo distinto sulla sessantina, con un completo scuro e un garofano bianco all’occhiello, mi venne incontro facendosi largo tra gli impiegati che affollavano l’atrio.

«Signorina Elena Belmont?», domandò con voce calda e deferente.

«Sì, sono io.»

«Sono il dottor Richard Thorne, segretario generale del consiglio d’amministrazione. Lady Margaret Prescott la sta attendendo nella sala degli archivi storici all’ultimo piano. Mi ha dato disposizione di accompagnarla personalmente.»

Salimmo con l’ascensore privato fino al dodicesimo piano. Quando le porte di quercia si aprirono, mi trovai davanti a uno spettacolo che mi tolse il fiato: un’immensa sala circolare con soffitti a volta affrescati, illuminata da grandi finestre affacciate sul porto e foderata da centinaia di metri di scaffalature in noce scuro. Su ogni ripiano riposavano faldoni in pergamena, mappe nautiche arrotolate in cilindri di piombo, diari di bordo seicenteschi e lettere d’affari sigillate con la cera imperiale delle Indie Orientali.

Al centro della sala, davanti a un monumentale tavolo da disegno, Lady Margaret Prescott stava esaminando un antico portolano con l’ausilio di una lente d’ingrandimento d’argento. Indossava un abito di lana pettinata color prugna, austero e regale, con l’immancabile bastoncino con pomello d’osso appoggiato contro il bordo del tavolo.

Quando sentì i miei passi, l’anziana nobildonna sollevò lo sguardo. I suoi occhi grigi, severi ma limpidi, si posarono su di me con un lampo di autentica soddisfazione.

«Puntuale, signorina Belmont», disse con quel suo timbro metallico e aristocratico. «Una virtù rara in questi tempi di promesse vuote e ritardi giustificati dal traffico.»

«Le carte antiche non amano aspettare chi non sa rispettare il tempo, signora Prescott», risposi con un leggero cenno del capo.

Un sorriso sottile increspò le labbra della vecchia signora. Fece un cenno a Thorne, che si inchinò e lasciò la sala chiudendo la porta alle sue spalle con un clic ovattato.

«Vieni qui, Elena», mi invitò Lady Margaret indicando il portolano steso sul tavolo. «Guarda questo documento. È la mappa originale della rotta commerciale tra Salem e Canton, tracciata nel 1792 dal primo comandante della nostra flotta, Thomas Prescott. La pergamena ha subito un attacco da umidità marina e l’inchiostro vegetale sta svanendo lungo il margine meridionale. Tre esperti da New York mi hanno detto che non c’è nulla da fare senza alterare la pigmentazione originale. Tu cosa ne pensi?»

Posai la mia borsa su una sedia laterale, estrassi dalla tasca un paio di guanti in puro cotone bianco e mi avvicinai al tavolo con passo misurato. Mi chinai sul documento, osservando attentamente la tessitura della pergamena alla luce radente della finestra, valutando il grado di desquamazione e l’ossidazione degli inchiostri senza toccare la superficie con le dita nude.

«Gli esperti di New York hanno usato protocolli chimici standard per carta di cellulosa moderna», dissi dopo due minuti di osservazione minuziosa. «Questa pergamena è di pelle di vitello conciata all’allume, tipica delle manifatture marittime del New England di fine Settecento. L’inchiostro non sta svanendo per usura superficiale, ma per una reazione acida con i vapori di zolfo delle vecchie colle usate durante una riparazione errata negli anni Cinquanta. Se neutralizziamo l’acidità con un bagno controllato a base di idrossido di calcio e usiamo un consolidante naturale derivato da alghe atlantiche, possiamo stabilizzare il fondo e restituire leggibilità alle annotazioni di rotta senza toccare una sola linea del disegno originale.»

Lady Margaret rimase immobile a fissarmi. Nei suoi occhi passò un’ammirazione così pura, così disarmata, che la severità del suo viso sembrò sciogliersi d’un colpo.

«Tuo nonno Arthur mi disse una volta che l’unica nobiltà che resiste alla ruggine è quella che sa esattamente cosa sta guardando mentre gli altri si limitano a fissare il prezzo della cornice», disse la matriarca a mezza voce. «Aveva ragione. Completamente ragione.»

L’anziana donna si allontanò dal tavolo, si avvicinò alla scrivania di noce nell’angolo ed estrasse un fascicolo rilegato con nastro cremisi.

«Questo è il contratto per il restauro integrale degli archivi Prescott per i prossimi tre anni», disse posando il fascicolo davanti a me con un tocco perentorio. «Cinquecentomila dollari di compenso professionale, con piena autonomia scientifica, la direzione del laboratorio di conservazione che allestiremo al piano terra e la facoltà di scegliere due assistenti a tue spese. Ma prima che tu firmi, Elena, c’è un’altra questione che dobbiamo definire.»

La guardai con attenzione. «Quale questione, signora?»

Lady Margaret prese un respiro profondo, appoggiandosi al suo bastoncino. «Mio nipote Michael ha firmato ieri sera la procura speciale per l’avvio della causa di annullamento matrimoniale per simulazione e inganno materiale. I suoi avvocati dimostreranno che Victoria ha orchestrato la relazione sulla base di false dichiarazioni relative al proprio patrimonio personale e all’assegnazione dell’eredità Belmont, nel tentativo di accedere al fondo societario della nostra famiglia.»

Fece una breve pausa, e il suo sguardo si fece cupo, attraversato da un disgusto antico. «Victoria ha rifiutato la conciliazione privata. Questa mattina si è presentata all’ingresso della nostra residenza a Newport gridando che non firmerà nulla a meno che non riceva una liquidazione transattiva di tre milioni di dollari e la proprietà della nostra tenuta di campagna. Sostiene che se non pagheremo, rilascerà interviste a tutta la stampa scandalistica del paese raccontando retroscena infamanti sulla nostra famiglia.»

Un moto di vergogna viscerale mi bruciò il petto. «Signora Prescott, le chiedo umilmente scusa per mia sorella. Non avrei mai voluto che il nome dei Belmont fosse associato a un ricatto così basso…»