«Non devi scusarti per le azioni di una donna che hai già sconfitto con la tua sola presenza», tagliò corto Lady Margaret, alzando una mano per fermarmi. «Ti sto dicendo questo perché la conferenza stampa che Victoria minaccia di indire si terrà questo pomeriggio alle quattro nei saloni dell’Hotel Copley Plaza. Ha convocato le televisioni locali e i corrispondenti dei quotidiani nazionali. Vuole fare la sua ultima sceneggiata pubblica, dipingendosi come la vittima innocente di due famiglie aristocratiche senza pietà che hanno cospirato contro una giovane sposa.»
La nobildonna mi guardò dritto negli occhi con un’intensità quasi ipnotica. «Io non intendo sporcarmi le mani inviando i miei legali a quella farsa. Ma tua nonna Beatrice ha predisposto un’azione diversa. Un’azione a cui tu, come custode designata del patrimonio Belmont, hai il dovere di assistere.»
«Cosa intende fare mia nonna?»
Lady Margaret sorrise, un sorriso glaciale che presagiva la tempesta definitiva. «Beatrice ha deciso che quando un parassita minaccia di avvelenare l’aria, non si contratta con lui: si apre la finestra e si lascia che il vento dell’inverno lo spazzi via per sempre. Alle tre e mezza, Arthur verrà a prenderti qui con la Rolls-Royce. Tu non dovrai fare nulla, Elena. Dovrai solo stare al fianco di tua nonna e guardare la verità mentre compie la sua opera.»
La sala conferenze dell’Hotel Copley Plaza era gremita fino all’inverosimile quando arrivammo.
Cavi neri di telecamere serpeggiavano sul tappeto cremisi, i faretti alogeni delle televisioni scaldavano l’aria già pesante e quasi cinquanta tra giornalisti, fotografi e commentatori di costume si accalcavano davanti a un tavolo lungo coperto da un drappo verde scuro, dove erano posizionati sei microfoni e due caraffe d’acqua minerale.
Victoria era già seduta al centro del tavolo.
Non indossava più l’abito da sposa, ma un tailleur nero da vedova tragica, con un trucco meticolosamente studiato per far apparire il suo viso pallido, scavato dal dolore e solcato da una disperazione dignitosa. Accanto a lei sedeva un avvocato d’assalto della periferia nord, un uomo dai modi aggressivi noto per aver curato divorzi scandalistici tra atleti professionisti e modelle emergenti. Alla sua destra c’era nostra madre Eleanor, che teneva un fazzoletto di pizzo bianco premuto contro gli occhi, interpretando la parte della madre straziata dalla tragedia della figlia.
«Signori della stampa», stava dicendo l’avvocato con voce tonante al microfono, mentre i flash scattavano all’impazzata. «Quello a cui avete assistito sabato sera non è stato un banale diverbio familiare. È stata una premeditata esecuzione pubblica, orchestrata per distruggere psicologicamente ed economicamente una giovane donna rea soltanto di aver creduto nell’amore. La mia assistita, Victoria Belmont-Prescott, è stata ripudiata, diffamata e gettata in pasto alla gogna pubblica per il solo motivo di non provenire dai rami fiduciari intoccabili dell’aristocrazia marittima. Abbiamo depositato questa mattina un ricorso cautelare d’urgenza presso la corte federale per un risarcimento danni da cinquanta milioni di dollari contro la famiglia Prescott e contro l’asse ereditario dei Belmont…»
Victoria prese la parola, la voce tremante, calibrata con una perfezione teatrale che sfiorava il capolavoro della menzogna: «Io volevo solo una famiglia. Volevo solo che il mio matrimonio fosse un momento di unione. Ma loro… quelle persone crudeli… hanno usato mia sorella minore, una ragazza fragile e manipolata, come grimaldello per distruggermi. Hanno costretto mia nonna, un’anziana ottantatreenne ormai incapace di intendere appieno la realtà circostante, a compiere un gesto folle per strapparmi ciò che mi spettava di diritto…»
Le grandi porte a due battenti in fondo alla sala si spalancarono di colpo con un boato che zittì all’istante l’avvocato a metà frase.
I microfoni registrarono un ronzio acuto di retroazione. Tutti gli obiettivi delle telecamere, richiamati da un movimento collettivo del pubblico in prima fila, ruotarono contemporaneamente di centottanta gradi verso l’ingresso.
Nonna Beatrice Belmont avanzò nella stanza.
Non sembrava affatto un’anziana incapace di intendere: camminava con la falcata sicura di un magistrato che entra in aula per pronunciare una condanna a morte. Indossava un cappotto di cashmere blu notte con collo di zibellino, il suo bastone dal puntale d’argento batteva sul parquet con un ritmo perentorio, e al suo fianco c’erano due figure che fecero impallidire all’istante l’avvocato di Victoria: il giudice capo in pensione Charles Sterling e il procuratore distrettuale della contea di Suffolk.
Io camminavo un passo dietro mia nonna, vestita con il mio tailleur scuro, con la testa alta e la cartellina dei documenti stretta al petto.
Il mormorio tra i giornalisti divenne un fremito d’incredulità. «È la signora Belmont! Beatrice Belmont in persona!»
Victoria si alzò a metà dalla sedia, le mani che cercavano un appiglio sul tavolo verde, gli occhi spalancati dal terrore puro. La recita della vittima straziata si sciolse in una frazione di secondo, lasciando spazio a una maschera di panico cieco. «Nonna… cosa… cosa fai qui?»
Nonna Beatrice non si fermò fino a quando non raggiunse la pedana rialzata dei relatori. Ignorò completamente i fotografi che le scattavano centinaia di foto a bruciapelo. Fece un cenno imperioso all’avvocato d’assalto, che, riconoscendo il procuratore distrettuale alle spalle della vecchia signora, si alzò dalla sedia con una fretta quasi comica, balbettando scuse inudibili e indietreggiando verso il fondo del palco.
Beatrice salì i due gradini con l’aiuto del bastone. Si posizionò davanti al microfono centrale, senza sedersi.
«Buon pomeriggio, signori della stampa», disse Beatrice. La sua voce risuonò nei diffusori acustici limpida, profonda, priva della minima esitazione senile, facendo tremare i vetri delle finestre. «Ho appreso che la signorina Victoria Belmont e la mia stessa figlia Eleanor hanno ritenuto opportuno convocare i media per intrattenere la città con favole relative a una presunta cospirazione dinastica e alla mia presunta incapacità mentale.»
Nostra madre Eleanor si alzò di scatto, nascondendosi il viso con la borsa per non essere ripresa dalle telecamere che ora la inquadravano impietosamente. «Mamma, ti prego! Non fare questo! Andiamo via!»
«Siediti, Eleanor», ordinò Beatrice con un tono che avrebbe fatto tacere una tempesta d’inverno. E mia madre crollò di nuovo sulla sedia, tremando come una foglia.
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