“Amore mio!” esclamò, la voce dolce e melodiosa, come se l’avessi appena sorpresa a preparare una torta invece che a torturare un essere umano. “Sei tornato presto dal tuo viaggio d’affari. Volevo farti una sorpresa per cena, ma… beh, abbiamo avuto un piccolo problema domestico.”
Spostai lo sguardo da lei a Maria. La nostra governante, una donna di sessant’anni che aveva lavorato per la mia famiglia sin da quando ero bambino, era legata con una fune ruvida alla colonna in stile corinzio che dominava l’atrio. Il suo viso era pallido come la cenere, rigato da fiumi di lacrime silenziose. Tremava convulsamente, il respiro le usciva in piccoli rantoli spezzati. I suoi occhi imploravano pietà, ma era troppo terrorizzata persino per pronunciare il mio nome. Sulla sua guancia sinistra, la pelle era arrossata, pericolosamente vicina al punto in cui la fiamma aveva danzato solo un secondo prima.
“Un piccolo problema domestico?” ripetei, sentendo il sangue gelarsi nelle vene. Feci un passo avanti, ma i miei piedi sembravano fatti di piombo. “Vanessa, cosa diavolo stai facendo? Slegala immediatamente.”
Il sorriso di Vanessa vacillò, le sue labbra perfette dipinte di rosso si indurirono in una linea sottile e crudele. Fece un passo verso di me, ignorando la mia richiesta, il fruscio del suo abito di seta viola che strideva nel silenzio.
“Non capisci, tesoro,” disse, abbassando il tono in un sussurro confidenziale e velenoso. “Questa viscida serva stava frugando tra le mie cose. L’ho sorpresa nella nostra camera da letto. Stava rubando. Ha preso la collana di perle di mia madre. Cercava di approfittare della tua assenza per derubarci e sparire. Aveva bisogno di una lezione. Aveva bisogno di capire chi è la padrona di questa casa.”
Guardai Maria. Scosse debolmente la testa, incapace di parlare a causa del panno di stoffa che Vanessa le aveva brutalmente spinto in bocca come bavaglio. I suoi occhi, tuttavia, non mentivano. C’era un terrore in quegli occhi che andava ben oltre la paura di essere licenziata o accusata di furto. Era la paura assoluta e primordiale di chi si trova di fronte a un mostro.
“Slegala,” ripetei, la voce ora più ferma, mentre una rabbia fredda iniziava a prendere il posto dello shock. “Non me ne frega un accidente di una collana, Vanessa. Hai legato una donna di sessant’anni a una fottuta colonna e le stavi dando fuoco alla faccia.”
L’espressione di Vanessa cambiò. La dolce fidanzata svanì, sostituita da un’entità fredda, calcolatrice e spietata. Alzò il mento, i diamanti ai lobi delle orecchie che scintillavano sotto la luce del lampadario di cristallo.
“È lei o sono io,” sibilò, puntandomi contro l’accendino d’argento come se fosse un’arma. “Scegli. O cacci immediatamente questa nullità, o il nostro matrimonio è finito prima ancora di cominciare. Non vivrò sotto lo stesso tetto con una ladra che non rispetta le mie regole.”
Rimasi a fissarla, elaborando la sua richiesta. Fino a un mese prima, avrei fatto qualsiasi cosa per lei. L’avrei difesa contro il mondo intero. Ero accecato dalla sua bellezza, dal suo fascino, dal modo in cui mi faceva sentire invincibile. Ma un mese fa, le cose erano cambiate. Piccoli dettagli. Discrepanze. Incongruenze nelle storie del suo passato. Un passaporto che avevo intravisto nella sua borsa con un nome diverso. Un estratto conto con bonifici verso destinazioni sconosciute.
Avevo cercato di convincermi che fossi solo paranoico, che l’ansia prematrimoniale mi stesse giocando brutti scherzi. Ma il tarlo del dubbio aveva continuato a scavare, spingendomi a fare qualcosa di cui mi ero inizialmente vergognato: avevo assunto un investigatore privato. Un ex poliziotto di nome Alessandro Greco.
Per settimane, Greco aveva scavato nel passato inesistente di “Vanessa Romano”. E proprio quella mattina, mentre mi trovavo in albergo a Londra, Greco mi aveva chiamato, pregandomi di tornare in Italia con il primo volo disponibile. Non parlarle, non affrontarla da solo, torna e basta, mi aveva detto. La donna che stai per sposare non esiste.
Feci un respiro profondo. Mi voltai lentamente verso l’imponente porta d’ingresso in quercia massiccia. Con un movimento deliberato, afferrai la pesante chiave d’ottone e la girai nella serratura. Clack. La chiusi a doppia mandata. Poi estrassi la chiave e me la misi in tasca.
“Cosa stai facendo?” domandò Vanessa, per la prima volta con una nota di incertezza nella voce.
“No, Vanessa,” risposi, voltandomi a guardarla negli occhi. “Stasera sarai tu a imparare qual è il tuo posto.”
Mentre lei mi fissava, interdetta, infilai la mano nella tasca interna della giacca ed estrassi il mio telefono. Non esitai. Avevo il numero di Greco impostato sulla composizione rapida. Premetti il pulsante, attivai il vivavoce e alzai il volume al massimo, in modo che la voce rimbombasse nell’atrio marmoreo.
Al secondo squillo, la voce ruvida e professionale dell’investigatore riempì la stanza.
“Greco. Sei arrivato a casa?”
“Sì, Alessandro. Sono qui. E anche lei,” dissi, senza mai distogliere lo sguardo da Vanessa.
“Bene. Ascoltami attentamente,” disse Greco dal vivavoce. “La polizia è già in viaggio. Ho inviato tutto il dossier all’ispettore capo della squadra omicidi. Saranno da te in meno di tre minuti. Stai lontano da lei, non farti toccare e non mangiare o bere nulla che lei abbia preparato.”
Il volto di Vanessa perse colore. Il suo sguardo saettò verso il telefono, poi di nuovo verso di me. “Chi è questo? Uno scherzo di cattivo gusto? Chiudi subito questa chiamata!” ordinò, la voce che si incrinava, perdendo la sua morbida cadenza.
“Non è uno scherzo, signorina Volkov,” intervenne Greco, pronunciando il nome con precisione glaciale. “O dovrei chiamarla signora D’Amico? O forse preferisce Katerina Ivanova?”
Vanessa fece un passo indietro, barcollando, come se fosse stata colpita fisicamente. L’accendino d’argento le sfuggì di mano, cadendo sul pavimento di marmo con un rumore secco e rimbombante.
“Vanessa Romano è morta sette anni fa in un incidente stradale nel sud Italia,” continuò Greco, la sua voce inesorabile come una sentenza di morte. “Hai rubato la sua identità, l’hai perfezionata e l’hai usata per infiltrarti nell’alta società. Sei stata brava. Ma non abbastanza brava da cancellare le tracce dei tuoi tre precedenti mariti.”
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