Guardai il mostro che avevo invitato nella mia vita. Ora capivo. Capivo la fretta di sposarmi, l’insistenza per redigere testamenti reciproci prima del matrimonio, il modo in cui mi aveva lentamente isolato dai miei amici più stretti, convincendomi che non mi meritassero.
“Tre mariti,” dissi io, la mia voce tremante per l’adrenalina e il disgusto. “Tutti morti per ‘arresto cardiaco improvviso’ nei primi due anni di matrimonio. Tutti uomini d’affari solitari. Tutti estremamente ricchi. E tu hai ereditato tutto ogni singola volta.”
“Tu sei pazzo!” urlò Vanessa. Non era più la donna sofisticata. Era un animale messo all’angolo, con gli occhi sbarrati e i denti digrignati. “Lui è un pazzo! Sta inventando tutto! Mi ami, vero? Sappiamo entrambi che sono tutte menzogne!”
“Eppure,” la voce di Greco era impassibile, “abbiamo trovato il deposito a Zurigo. Quello dove tieni i passaporti falsi, i documenti dei trust offshore in cui hai riversato i soldi delle tue vittime. E abbiamo trovato la cartella clinica di Arturo D’Amico. Abbiamo ottenuto l’ordine di riesumazione ieri sera. Il test tossicologico preliminare ha trovato tracce massicce di aconitina nei suoi tessuti ossei. Un veleno vegetale. Difficile da rintracciare se non sai cosa cercare. Provoca insufficienza cardiaca. Proprio come quella che hai iniziato a somministrare al nostro amico qui presente, vero?”
Mi portai una mano al petto. Da settimane mi sentivo debole, perennemente esausto, con occasionali palpitazioni notturne. Avevo dato la colpa allo stress lavorativo, ai preparativi per il matrimonio. Invece, stavo lentamente venendo avvelenato. La mia futura moglie stava dosando il mio omicidio, goccia dopo goccia, in ogni caffè mattutino, in ogni bicchiere di vino serale.
In quel momento, tutto il quadro si compose. Il motivo per cui Maria era legata alla colonna non aveva nulla a che fare con una collana di perle.
“Maria non stava rubando,” mormorai, guardando la povera donna che ora piangeva con rinnovata disperazione. Mi voltai verso Vanessa, che stava ansimando, il petto che si alzava e si abbassava rapidamente. “Cosa ha trovato, Vanessa? Cosa stava cercando Maria nella nostra stanza?”
Vanessa non rispose. Si guardò intorno freneticamente, calcolando le sue opzioni. La porta era chiusa. Le finestre dell’ingresso erano di vetro antiproiettile, un sistema di sicurezza che io stesso avevo fatto installare mesi prima. Era in trappola.
Mi avvicinai a Maria e, senza staccare gli occhi da Vanessa, strappai il bavaglio dalla bocca della governante.
“Signore…” singhiozzò Maria, tossendo per riprendere fiato. “La boccetta… ho trovato la boccetta nel doppio fondo della sua valigetta per i cosmetici. Stavo spolverando… è caduta. Ho visto le etichette con il teschio scritte in una lingua strana. Quando gliel’ho chiesto… quando le ho detto che gliel’avrei mostrata al suo ritorno…”
“Zitta, vecchia strega!” ruggì Vanessa, slanciandosi in avanti. Dalla manica del suo abito elegante, con un movimento fluido e letale che denotava un addestramento che andava ben oltre quello di una semplice truffatrice, fece scivolare un sottile fermacarte a forma di pugnale affilato, preso dalla console dell’ingresso.
Non puntò verso di me. Puntò verso Maria. Voleva eliminare la testimone oculare.
Agii d’istinto. Lasciai cadere il telefono, che si infranse a terra mentre la voce di Greco urlava ancora il mio nome, e mi lanciai contro Vanessa. La colpii con la spalla all’altezza del petto, spingendola via da Maria con tutta la forza che avevo.
Lo schianto fu violento. Vanessa cadde all’indietro, sbattendo pesantemente contro il tavolino di cristallo al centro dell’ingresso, mandandolo in frantumi in un’esplosione di schegge scintillanti. Il pugnale le scivolò di mano, scivolando via sul pavimento di marmo.
Non le diedi il tempo di riprendersi. Fui su di lei in un istante, afferrandole i polsi sottili ma sorprendentemente forti, e glieli immobilizzai contro il pavimento. Lottava come una furia, sputando insulti in una lingua slava che non avevo mai sentito, il suo viso bellissimo ora deformato in una maschera di odio puro e grottesco. Cercò di mordermi, cercando di divincolarsi, le unghie laccate di rosso che cercavano di graffiarmi il viso.
“Sei finito!” urlava, la voce stridula, gli occhi iniettati di sangue. “Nessuno ti crederà! Dirò che mi hai aggredita! Sei solo un idiota debole e patetico!”
“Forse ero un idiota,” dissi a denti stretti, lottando per mantenerla ferma a terra. Il mio cuore batteva all’impazzata, forse per l’adrenalina, o forse per le dosi di veleno che mi aveva già somministrato. “Ma non abbastanza da morire per te.”
In quel preciso istante, il suono acuto e penetrante delle sirene fendette l’aria serale. Si avvicinarono a velocità folle, i lampeggianti blu e rossi che si riflettevano contro i vetri delle finestre dell’atrio, trasformando la stanza in un caleidoscopio di colori frenetici e ombre inquietanti.
Sentii il rumore di frenate brusche sul vialetto di ghiaia fuori casa, poi voci maschili che gridavano ordini, seguiti da colpi violenti contro la porta d’ingresso.
“Polizia! Aprite la porta!”
Lasciai i polsi di Vanessa, ormai esausta e paralizzata dalla consapevolezza che fosse davvero finita, e mi alzai a fatica. Le ginocchia mi tremavano mentre tiravo fuori la chiave dalla tasca, andavo alla porta e giravo la serratura.
Sei agenti in tenuta tattica irruppero nell’ingresso con le armi spianate, seguiti da due ispettori in borghese. L’ispettore capo vide la scena: il tavolino rotto, me ansimante, Maria legata e piangente alla colonna, e Vanessa a terra, tra i frammenti di cristallo.
“Mettetela in manette,” ordinò l’ispettore. Due agenti la sollevarono di peso, ammanettandola senza troppe cerimonie. Vanessa non oppose più resistenza. Si limitò a fissarmi, con uno sguardo vuoto e gelido, mentre le sbattevano in faccia un elenco infinito di accuse: tentato omicidio, sequestro di persona, truffa aggravata, uso di falsi documenti, e sospetto omicidio plurimo.
Ignorai il mostro che veniva trascinato via verso le auto di pattuglia. Corsi da Maria. Mi inginocchiai dietro di lei e iniziai a slegare freneticamente i nodi spessi che le tagliavano i polsi. Non appena la corda cedette, la donna crollò in avanti. La presi tra le braccia, abbracciandola mentre lei affondava il viso sulla mia spalla, scoppiando in un pianto dirompente e catartico.
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