Passai due settimane in ospedale. Il mio corpo era debole, scosso da tremori improvvisi e sudorazioni fredde. Ma il dolore fisico non era nulla paragonato al tormento psicologico. Ogni volta che chiudevo gli occhi, vedevo il viso di Maria illuminato dalla fiamma dell’accendino e il sorriso perfetto, vuoto e sociopatico della donna che stavo per chiamare moglie.

Maria venne a trovarmi il quarto giorno. Aveva una vistosa fasciatura ai polsi, dove le corde le avevano lacerato la pelle, ma il suo viso, seppur stanco, aveva riacquistato un po’ di colore. Quando entrò nella mia stanza, cercò di fare un piccolo inchino formale, un’abitudine che non ero mai riuscito a farle perdere.

“Signore,” mormorò, la voce ancora roca per il bavaglio.

“Maria, ti ho detto mille volte di chiamarmi per nome,” risposi, cercando di mettermi a sedere. Mi sporsi in avanti e le presi le mani, stringendole con delicatezza per non farle male ai polsi. “Come stai? I medici ti stanno seguendo?”

“Sto bene. Sono viva grazie a lei,” rispose, e gli occhi le si riempirono di nuovo di lacrime. “Non avrei mai dovuto frugare tra le sue cose. Ma avevo dei sospetti. La vedevo… la vedevo versare delle polveri nel suo caffè, nel suo vino. Quando le chiedevo cosa fossero, mi diceva che erano integratori per lo stress. Ma lei stava sempre peggio. Così ho cercato delle prove.”

“Hai rischiato la vita per me, Maria,” le dissi, sentendo un nodo alla gola. “Io ti ho portata in questa situazione. Ho portato un mostro in casa nostra. Non me lo perdonerò mai.”

“Non è colpa sua,” disse lei con fermezza, stringendomi debolmente le dita. “Il male ha un viso bellissimo, a volte. Come faceva a saperlo?”

Più tardi, quel pomeriggio, arrivò Alessandro Greco. L’investigatore privato gettò un pesante fascicolo sul mio letto d’ospedale prima di sedersi sulla poltrona per i visitatori, incrociando le gambe con un sospiro stanco.

“Abbiamo scoperchiato il vaso di Pandora,” annunciò, accendendosi una sigaretta elettronica. “La polizia federale, l’Interpol… sono tutti coinvolti. La tua ‘Vanessa’ si chiama in realtà Katerina Ivanova. Ed è solo la punta dell’iceberg.”

Greco mi spiegò che Katerina non operava da sola. Era parte di un’organizzazione criminale transnazionale, un sindacato oscuro specializzato in truffe matrimoniali di altissimo livello. Selezionavano bersagli specifici: uomini d’affari ricchi, spesso orfani o con poche connessioni familiari strette, e inserivano le loro “vedove nere” nelle loro vite. Fornivano identità false perfette, documentazione bancaria inattaccabile, e, naturalmente, il veleno.

“Tre mariti prima di te,” disse Greco, indicando il fascicolo. “Arturo D’Amico a Roma, Jean-Luc Moreau a Parigi, e un certo Thomas Sterling a Londra. Tutti morti per arresto cardiaco. Tutti le hanno lasciato fortune immense che sono state prontamente trasferite in trust offshore intestati a società fantasma, prima che lei svanisse nel nulla.”

“E i soldi?” chiesi, inorridito. “Dove finiscono?”

“Al Sindacato. Lei teneva una percentuale altissima, certo, amava il lusso. Ma il grosso andava ai suoi ‘protettori’. E ora che lei è dietro le sbarre e i conti che conosciamo sono stati congelati… l’organizzazione non è affatto contenta.”

Un brivido mi percorse la schiena. “Stai dicendo che sono in pericolo?”

“Sto dicendo,” rispose Greco, abbassando la voce, “che non devi fidarti di nessuno. La polizia ha messo sotto sorveglianza la tua villa. Ma finché non capiremo chi è il suo contatto in Italia, devi guardarti le spalle.”

Tornare a casa fu come entrare in un mausoleo.
La villa era fredda. Il tavolino di cristallo in frantumi era stato spazzato via, e la colonna di marmo era intatta, ma per me era ancora macchiata dall’eco delle grida di Maria. Avevo insistito affinché Maria si prendesse due mesi di ferie pagate per stare con sua sorella in campagna, al sicuro, lontano da quel luogo infestato. Ero solo.

La prima cosa che feci, supportato da una bottiglia di whisky che non aprivo da mesi (ora sicuro che non fosse avvelenata), fu salire nella camera da letto principale. La stanza odorava ancora del profumo di Vanessa: un mix inebriante di orchidea nera e vaniglia che ora mi procurava un senso di nausea fisica.

Spalancai le finestre per far uscire l’odore. Poi mi diressi verso la sua cabina armadio. I poliziotti avevano già sequestrato i suoi documenti, il computer e i telefoni, ma avevano lasciato i suoi effetti personali.

Ero deciso a cancellare ogni traccia di lei dalla mia vita. Iniziai a gettare abiti di alta moda, borse di marca e scarpe in grandi sacchi neri della spazzatura. Fuori, nel cortile, avevo intenzione di fare un falò. Non volevo donarli, non volevo venderli. Volevo vederli bruciare.

Mentre svuotavo l’ultimo cassetto della sua scarpiera, notai una fessura anomala sul fondo di mogano. Il legno sembrava sollevato di qualche millimetro. Inserii la lama di un tagliacarte e feci leva. Il doppio fondo scattò, rivelando un piccolo vano nascosto.

Il cuore mi balzò in gola. All’interno c’era un quadernetto nero in pelle e una chiavetta USB criptata. La scientifica se l’era lasciata sfuggire, nascosta sotto una fila di costosi stivali di Jimmy Choo.

Presi il quaderno. Le pagine erano piene di nomi, date, cifre esorbitanti e, cosa più inquietante, coordinate bancarie accompagnate da sigle in cirillico. Non erano appunti casuali. Era il registro delle tangenti. Era la prova dei pagamenti che Katerina faceva ai suoi supervisori.

Chiamai Greco immediatamente. “Alessandro. Ho trovato qualcosa. Qualcosa di grosso.”

“Non muoverti,” rispose lui. “Vengo subito da te.”

Mentre aspettavo Greco, scesi in soggiorno e mi versai un altro bicchiere di whisky. La pioggia aveva iniziato a battere contro i vetri oscurati della villa, creando un ritmo ipnotico. Mi sedetti sul divano di pelle, fissando il quadernetto nero sul tavolino davanti a me come se fosse un serpente velenoso pronto a colpire.

Improvvisamente, le luci tremolarono e si spensero.

La villa piombò nell’oscurità totale. Il silenzio divenne denso. Il sistema di allarme, che avrebbe dovuto attivarsi con la batteria di riserva, rimase muto. Qualcuno aveva disabilitato il generatore principale e tagliato i cavi della sicurezza.