L’adrenalina spazzò via la debolezza del veleno residuo. Mi alzai lentamente, senza fare rumore. Conoscevo quella casa a memoria. Mi mossi silenziosamente verso lo studio, dove tenevo una pistola calibro 9 nella cassaforte dietro la scrivania, regolarmente denunciata ma che non avevo mai pensato di dover usare.

Mentre attraversavo il corridoio, un lampo illuminò l’atrio. Per una frazione di secondo, vidi la sagoma di un uomo. Era alto, vestito con un lungo impermeabile nero, e teneva qualcosa in mano. Non un’arma da fuoco, ma qualcosa di metallico, come un piede di porco o una lama.

“Sappiamo che ce l’hai tu,” disse la sagoma. La sua voce era profonda, con un marcato accento dell’Est Europa. “Il quaderno. Katerina ha detto ai nostri avvocati che lo aveva nascosto nella scarpiera. Daccelo, e questa notte finirà in modo pacifico.”

Trattenni il respiro, appiattendomi contro il muro del corridoio. Ero disarmato, e lo studio era a dieci metri di distanza.

“Non sai con chi ti sei messo,” continuò l’intruso, facendo un passo verso il buio dove mi trovavo. “Katerina era solo una pedina. I soldi che hai bloccato congelando i conti… appartengono a uomini che non accettano perdite. Se non ci dai i registri, non uccideremo solo te. Troveremo la vecchia domestica. Come si chiama? Maria? Ha una sorella a Viterbo, vero?”

La menzione di Maria fu come benzina sul fuoco della mia rabbia. L’idea che quegli assassini potessero dare la caccia a quella povera donna che aveva già sofferto così tanto fece scattare qualcosa dentro di me. L’istinto di sopravvivenza puro.

C’era un pesante vaso di bronzo etrusco su un piedistallo alla mia destra. Lo afferrai con entrambe le mani. Era pesantissimo.

L’uomo si avvicinò, accendendo una potente torcia tattica. Il fascio di luce spazzò il corridoio. Prima che potesse inquadrarmi, feci un passo fuori dall’ombra, sollevai il vaso con tutta la forza che avevo in corpo e glielo schiantai contro il lato della testa.

Il rumore del bronzo contro il cranio fu sordo e nauseante. L’uomo grugnì, barcollando di lato, e la torcia cadde a terra, ruotando e creando un gioco di luci psichedelico sul soffitto. Cercò di colpirmi con l’arma che aveva in mano — un manganello telescopico d’acciaio — ma il colpo era debole. Lo afferrai per il bavero dell’impermeabile e lo scaraventai contro la parete di legno intarsiato. Cadde a terra, stordito.

Presi il suo manganello caduto e mi misi in posizione di difesa, ansimando.

In quel momento, i fari di un’auto illuminarono a giorno il vialetto esterno. Il suono acuto di una sgommata, poi porte che si aprivano e sbattevano. Pochi secondi dopo, la porta d’ingresso fu spalancata con un calcio violento.

“Fermo! Polizia! Mani in alto!”

Erano gli uomini di Greco, seguiti dagli agenti della squadra mobile. I fari tattici inondarono la casa di luce. L’intruso, ancora a terra sanguinante, fu immediatamente ammanettato.

Greco mi si avvicinò, abbassando la pistola. Mi guardò, poi guardò l’uomo a terra e infine il vaso di bronzo. “Vedo che non hai aspettato il mio arrivo per iniziare la festa.”

“Voleva il quaderno,” dissi, il respiro ancora affannoso. “E ha minacciato Maria. Se ha minacciato lei, significa che Katerina dal carcere sta passando informazioni. Come diavolo è possibile?”

Greco si accigliò, accendendo le luci di emergenza con la sua torcia. “Corruzione. Probabilmente uno dei suoi avvocati fa da tramite. Ma non preoccuparti, amico mio. Con l’irruzione di stasera e il registro che hai trovato, non ci stiamo limitando ad arrestare una vedova nera. Stiamo smantellando l’intera rete. Questo tizio a terra è Yuri Sokolov, uno dei ‘ripulitori’ del sindacato. Hanno commesso un errore fatale venendo qui.”

I mesi che seguirono furono un estenuante vortice giudiziario.

La scoperta del registro e della chiavetta USB fu la chiave di volta. La polizia riuscì a decrittare i file, che contenevano le prove dei conti offshore, i contatti dell’organizzazione e persino i video di sorveglianza interni che l’organizzazione usava per ricattare politici e banchieri conniventi. Katerina Ivanova, alias Vanessa, non poteva più fingere di essere una vittima o una semplice truffatrice. Era accusata di tre omicidi premeditati, un tentato omicidio (il mio), sequestro di persona, associazione a delinquere di stampo mafioso transnazionale e tortura.

Il processo iniziò in un piovoso martedì di novembre.

L’aula del tribunale era gremita di giornalisti, avvocati e curiosi. Il caso della “Vedova Nera” aveva catturato l’attenzione dei media nazionali e internazionali.

Quando Katerina entrò nell’aula, quasi non la riconobbi. Senza i vestiti firmati di seta, senza il trucco immacolato e i gioielli scintillanti, sembrava una persona diversa. Indossava un tailleur grigio e anonimo, i capelli castani raccolti in una coda austera. Eppure, nonostante l’assenza di orpelli, la sua postura era rigida, fiera, e i suoi occhi scuri bruciavano di un’intelligenza feroce e malevola.

Quando i nostri sguardi si incrociarono nell’aula, non distolse gli occhi. Le sue labbra si incurvarono in un impercettibile, gelido sorriso. Voleva farmi sapere che non era sconfitta. Che mi disprezzava ancora.

Ma io non ero più l’uomo debole e avvelenato che le aveva permesso di invadere la mia vita. Mi sedetti al banco dell’accusa, affiancato da Greco e dal mio avvocato, e sostenni il suo sguardo fino a quando non fu lei a voltarsi verso il giudice.

Le prime udienze furono dedicate all’esposizione delle prove finanziarie e tossicologiche. Furono ascoltati i medici legali che avevano riesumato i corpi dei suoi precedenti mariti. Il quadro clinico era identico al mio: progressiva insufficienza cardiaca indotta da piccole dosi di aconitina, culminata in un arresto cardiaco letale scatenato da una dose massiccia finale.

La difesa di Katerina, guidata da uno degli avvocati penalisti più costosi e spietati del paese (pagato probabilmente con gli ultimi fondi occulti del sindacato), tentò l’impossibile. Cercarono di dipingerla come una donna abusata dai precedenti mariti, una vittima di circostanze, e nel mio caso, sostennero che Maria avesse inventato tutto per gelosia, e che io mi fossi avvelenato da solo in un tentativo di suicidio per incastrare la mia fidanzata dopo aver scoperto un presunto tradimento.

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