Lavorare a Villa Aurora fu un’esperienza che mise alla prova ogni nostra singola competenza. La villa era mozzafiato, con i suoi affreschi sbiaditi, i pavimenti in cotto e le grandi finestre che si affacciavano sulle colline punteggiate di cipressi. Ma era anche un labirinto burocratico. Lavorare con le Belle Arti italiane per ottenere i permessi per montare tensostrutture e illuminazioni fu una vera e propria battaglia diplomatica.
La famiglia Moretti era tanto affascinante quanto esigente. Isabella, la sposa, era una ragazza dolce ma perennemente ansiosa, mentre sua madre, la Contessa Eleonora, era una donna che faceva sembrare Diane una tenera nonnina. Eleonora ispezionava personalmente ogni singolo nastro, ogni singolo fiore, cambiando idea in continuazione.
Un pomeriggio, a sole due settimane dall’evento, mi trovavo nel cortile principale, circondata da campioni di lino per le tovaglie, quando Eleonora mi si avvicinò con passo militare.
“Claire, cara,” iniziò, con quel tono mellifluo che solitamente precedeva un disastro. “Ho riflettuto sulle composizioni di rose bianche. Sono troppo banali. Voglio le peonie. Peonie color corallo.”
Sbattei le palpebre. “Contessa, siamo ad agosto. Le peonie fioriscono in primavera. È botanicamente impossibile trovare diecimila peonie fresche in Italia in questo momento.”
“Non m’interessa la botanica, m’interessa il risultato,” rispose lei, sollevando il mento. “Le faccia arrivare dal Sud America o dalla Nuova Zelanda. Non mi importa quanto costa. Voglio le peonie.”
Rimasi in silenzio per tre secondi. Poi, attingendo a tutta la diplomazia che avevo affinato negli anni, sorrisi. “Sarà fatto, Contessa. Entro stasera le avrò trovato le peonie più belle dell’emisfero australe.”
Quando Eleonora si allontanò soddisfatta, mi lasciai cadere su una panca di pietra, massaggiandomi le tempie. Julian, coperto di polvere dopo aver supervisionato il restauro della fontana di Nettuno, si sedette accanto a me.
“Problemi?” chiese, passandomi una bottiglietta d’acqua.
“Diecimila peonie color corallo ad agosto. Devo chiamare tre diversi importatori olandesi e sperare in un miracolo,” sospirai, appoggiando la testa sulla sua spalla. “A volte mi chiedo se non eravamo più tranquilli a Chicago a organizzare gala di beneficenza.”
Julian mi baciò i capelli. “Tu non sei fatta per la tranquillità, Claire. Sei fatta per conquistare il mondo. E lo stiamo facendo. Guarda questo posto.”
Alzai lo sguardo. I giardini, un tempo trascurati, erano tornati al loro antico splendore grazie a Julian. I labirinti di bosso erano perfetti, i vialetti di ghiaia bianca riflettevano la luce del sole toscano e la grande fontana cantava di nuovo con l’acqua cristallina. Era un capolavoro.
“Hai ragione,” sussurrai. “Stiamo creando qualcosa di magico.”
La magia, però, si infranse tre giorni dopo, a Chicago.
Erano le quattro del mattino in Italia quando il mio telefono squillò, rompendo il silenzio della nostra camera da letto a Firenze. Il suono stridente mi fece sobbalzare, col cuore in gola. Julian accese l’abat-jour, stropicciandosi gli occhi.
Guardai lo schermo. Era Richard Sterling.
“Pronto, Richard?” risposi, la voce impastata di sonno e terrore. Richard non chiamava mai a quell’ora, a meno che…
“Claire.” La voce di Richard era grave, incrinata da un’emozione che non gli avevo mai sentito prima. “Mi dispiace chiamarti così tardi. È Diane.”
Mi misi a sedere di scatto, il sangue che mi defluiva dal viso. Julian si mise seduto accanto a me, stringendomi il braccio. “Cosa è successo?”
“Ha avuto un altro infarto. Questa volta è stato massiccio. È al Northwestern Memorial. Claire… non credo che passerà la notte. I medici dicono che è solo questione di ore. Devi tornare.”
Non so come riuscii a non urlare. La stanza iniziò a girare. L’aria divenne improvvisamente rarefatta. “Stiamo arrivando. Dille… dille di aspettarmi, Richard, ti prego.”
La corsa verso l’aeroporto di Peretola, il volo disperato fino a Francoforte e la coincidenza per Chicago furono un’agonia inenarrabile. Lasciai il mio team e Julian a Firenze, ordinando a mio marito di restare per supervisionare l’arrivo dei fornitori – il matrimonio era tra quattro giorni e l’assenza di entrambi avrebbe compromesso l’intero evento. Ma Julian si rifiutò categoricamente.
“Il matrimonio può andare all’inferno,” disse, mentre mi aiutava a chiudere la valigia. “Sarah è perfettamente in grado di gestire Eleonora Moretti per due giorni. Diane è la nostra famiglia. Io vengo con te.”
Arrivammo all’ospedale di Chicago che era ormai notte fonda. I corridoi asettici e illuminati al neon mi sembrarono lunghi chilometri. Quando entrammo nella stanza di terapia intensiva, il suono ritmico e lento del monitor cardiaco era l’unico rumore.
Diane era nel letto. Sembrava minuscola, la sua pelle diafana contrastava crudelmente con i tubi e i fili che la tenevano in vita. Richard era seduto accanto a lei, il viso segnato da lacrime silenziose. Quando ci vide entrare, si alzò per farci posto, abbracciandomi forte prima di uscire per lasciarci soli.
Mi precipitai al fianco di Diane, cadendo in ginocchio accanto al letto. Julian si mise dall’altra parte, prendendole la mano.
“Diane… siamo qui,” sussurrai, le lacrime che ormai scorrevano libere, calde e amare, sul mio viso.
Le sue palpebre fremettero. Con uno sforzo che sembrò costarle un’energia enorme, aprì gli occhi. Il colore azzurro, solitamente vibrante, era ora opaco, ma la sua mente era ancora lì, lucida e consapevole.
Cercò di sorridere, le labbra pallide che si curvavano appena. “Siete… siete tornati dall’Italia… per una vecchia rompiscatole,” mormorò, la voce flebile come il fruscio di foglie secche.
“Non potevamo non esserci,” disse Julian, la voce rotta. “Hai ancora troppe persone da tormentare, Diane. Non puoi andartene.”
Lei emise una risata soffocata, che si trasformò in un colpo di tosse debole. “Ho fatto… ho fatto la mia parte, ragazzi miei.” Voltò lo sguardo verso di me. I suoi occhi si fissarono nei miei con un’intensità che mi mozzò il fiato. “Claire.”
“Sono qui, mamma,” dissi. Era la prima volta che la chiamavo così. Non ci avevo mai pensato prima, ma in quel momento, sentii che era l’unica parola giusta.
Una lacrima solitaria le scivolò lungo la guancia. “La mia bambina forte,” sussurrò. “Hai costruito… un impero dalle macerie. Non lasciare mai… che nessuno cerchi di abbatterlo. Non farti mai dire che non sei abbastanza. Sei… sei stata la figlia che la vita mi ha regalato in ritardo, ma… al momento giusto.”
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