“Non bestemmiare la memoria di tua madre, Ethan,” dissi, alzandomi a mia volta. La mia statura non era imponente, ma in quel momento mi sentivo un gigante. “Lei ti ha amato più di quanto meritassi. Ti ha protetto per tutta la vita. Ma quando le hai spezzato il cuore derubandola per mantenere le tue amanti, ha deciso di proteggere il suo onore, non la tua codardia.”
“Non è giusto!” urlò lui, la voce acuta, simile a quella di un bambino a cui è stato tolto un giocattolo. “Quelli sono i soldi di mio padre! Sono miei!”
“Non sono tuoi. Non lo sono mai stati,” risposi freddamente. “E ora, Ethan, la storia finisce qui. Non ti permetterò di trascinare il nome di Diane nel fango per pagare i tuoi debiti. Accetta la sconfitta e scompari. Perché se provi a fare un solo passo falso, giuro su Dio che userò il potere che mi ha lasciato per annientarti.”
Lo guardai negli occhi, e per la prima volta vidi che ci credeva. Vide la donna che ero diventata, la donna che non poteva più essere manipolata, ferita o intimidita. Era finita. La sua misera commedia era arrivata all’ultimo atto.
Barnes, capendo che non c’era alcun compenso facile da spremere da quella situazione, chiuse rumorosamente la cartellina. “Andiamo, Ethan. Non c’è nulla da fare qui,” disse, sbrigativo, dirigendosi verso la porta.
Ethan rimase immobile per qualche secondo. Guardò me, poi Richard, poi Julian. Era un guscio vuoto, un uomo consumato dalla propria superbia. Si voltò lentamente e uscì dalla stanza. E quella fu l’ultima volta che l’ombra di Ethan Sterling offuscò la mia vita.
Tre giorni dopo, Julian e io atterrammo a Firenze. Eravamo esausti, addolorati, ma profondamente in pace.
Il matrimonio a Villa Aurora fu il capolavoro della mia carriera. Nonostante l’assenza, il mio team, guidato da Sarah, aveva lavorato impeccabilmente. La notte del ricevimento, la villa toscana brillava sotto migliaia di candele sospese, i tavoli imperiali erano ricolmi delle famose peonie color corallo (che erano arrivate dalla Nuova Zelanda con un volo cargo speciale, costando una fortuna che la Contessa aveva pagato senza battere ciglio), e gli invitati ballavano sotto le stelle al suono di un’orchestra dal vivo.
Julian e io ci ritagliammo un momento per noi, scivolando via dalla festa verso una delle terrazze più remote del giardino, affacciata sulla valle illuminata dalla luna.
L’aria era tiepida, profumata di lavanda e gelsomino. Julian mi avvolse in un abbraccio da dietro, appoggiando il mento sulla mia spalla.
“Ce l’abbiamo fatta,” sussurrò.
“Sì,” risposi, appoggiandomi a lui. “Ce l’abbiamo fatta. Sarebbe stata fiera di noi.”
“Ne sono sicuro. Ha avuto la figlia migliore che potesse desiderare.” Julian mi fece voltare verso di lui, accarezzandomi il viso con infinita dolcezza. “Sei stanca?”
“Fisicamente distrutta,” ammisi con un piccolo sorriso. “Ma dentro… mi sento viva. Mi sento pronta per qualunque cosa il futuro ci riservi.”
Julian sorrise, un lampo di mistero nei suoi occhi. “A proposito di futuro… credo che dovremo iniziare a cercare una casa più grande, a Chicago. L’attico è bellissimo, ma non so se sia adatto.”
Aggrottai la fronte, confusa. “Perché? È enorme, abbiamo spazio per…” Mi bloccai, vedendo l’espressione sul suo viso. Il mio cuore perse un battito, poi iniziò a correre.
Nelle settimane precedenti, tra la preparazione del matrimonio e il dolore per la perdita di Diane, non avevo prestato attenzione ai segnali del mio corpo. La stanchezza cronica, la leggera nausea al mattino… le avevo attribuite allo stress, al fuso orario, al lutto.
Mi portai una mano alla bocca, gli occhi sbarrati. “Julian… stai dicendo che…”
Lui annuì, gli occhi lucidi di gioia pura. “Ho visto i risultati delle tue analisi del sangue che il medico ti ha mandato via email stamattina, mentre tu eri al telefono con la fiorista. Claire… diventeremo genitori.”
Un’ondata di emozione, così forte e travolgente da farmi tremare le ginocchia, mi investì. Lacrime di felicità inarrestabile iniziarono a bagnarmi il viso. Mi lanciai tra le sue braccia, aggrappandomi a lui, mentre lui mi stringeva sollevandomi da terra sotto il cielo toscano.
Ridevamo e piangevamo allo stesso tempo, baciandoci, sussurrandoci promesse per il futuro. In quel momento, mentre la musica del matrimonio in lontananza riempiva l’aria della notte, capii che la vita aveva completato il suo ciclo perfetto.
Dal buio del tradimento ero passata attraverso le ceneri del dolore, avevo ricostruito il mio castello e ora, in quel momento di assoluta grazia, stavo per dare la vita.
Mentre guardavo Julian negli occhi, l’uomo che aveva riparato il mio giardino segreto e lo aveva fatto rifiorire, seppi già come l’avremmo chiamata se fosse stata una femmina. L’avremmo chiamata Diane, in onore della donna che mi aveva insegnato a non arrendermi mai. E le avrei raccontato, un giorno, di come sua madre era diventata una regina non ereditando un regno, ma forgiandosi la propria corona dal fuoco.
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