La donna un tempo fiera, prepotente e crudele era ora ridotta a un guscio immobile e pietoso attaccato a innumerevoli macchinari.
Il lato destro del viso dell’anziana donna era completamente cadente e privo di qualsiasi espressione umana.
Quella paralisi improvvisa aveva cancellato per sempre il suo sorriso sprezzante e la sua costante arroganza.
Arturo premette il pulsante verde di chiamata e portò il dispositivo all’orecchio, ascoltando i trilli lunghi, monotoni e vuoti.
“Pronto,” rispose improvvisamente la voce di Mariana, calma, estremamente professionale e del tutto priva di qualsiasi emozione superflua.
“Mariana, amore mio, sono io,” disse Arturo, la cui voce si spezzò miserevolmente per la prima volta in molti anni di finta felicità.
“Mia madre ha avuto un ictus gravissimo poche ore fa mentre era a casa da sola.”
“Siamo all’ospedale generale della città e il medico di turno dice che ha metà del corpo completamente e irreversibilmente paralizzato.”
Dall’altra parte della linea telefonica ci fu un silenzio pesante, denso, incomprensibile e profondamente insondabile.
“Mi dispiace molto per la gravità della sua attuale situazione clinica,” rispose Mariana, con lo stesso identico tono distaccato che avrebbe usato per un paziente sconosciuto.
“Ho un disperato bisogno di te qui, Mariana,” implorò Arturo, aggrappandosi con tutte le sue forze alla speranza che la sua devota moglie corresse immediatamente in suo soccorso.
“Tu sei un’infermiera con vent’anni di esperienza, tu sai esattamente come gestire queste cose orribili.”
“Tu sai perfettamente come si deve accudire un malato in queste condizioni critiche, mentre io sono totalmente perso.”
“Devi venire ad aiutarci, per favore, non so da che parte cominciare e mio fratello Diego è nel panico totale e non sa cosa fare.”
Mariana sospirò debolmente attraverso il microfono, un suono metallico che ad Arturo parve come un soffio di vento gelido e minaccioso in pieno inverno.
“Sono già all’interno dell’ospedale, Arturo,” disse lei semplicemente, prima di riattaccare bruscamente la chiamata in faccia a suo marito.
Arturo guardò il telefono spento con enorme confusione, senza capire minimamente cosa intendesse dire sua moglie con quelle ultime parole criptiche.
Circa cinque minuti dopo, l’uomo sentì il rumore secco e ritmico di tacchi eleganti che si avvicinavano rapidamente lungo il corridoio di linoleum bianco e asettico.
Mariana non indossava i vestiti casual e comodi che usava di solito in casa quando lui tornava stanco dai suoi lunghi viaggi di lavoro.
Non indossava nemmeno la tipica divisa sgualcita, macchiata e anonima da infermiera semplice che lui era abituato a vederle addosso anni prima.
Indossava un tailleur grigio scuro elegante e impeccabile, con un camice medico bianco candido perfettamente stirato che le donava un’aria di incredibile autorità.
Inoltre, c’era un grande badge identificativo dorato appuntato con orgoglio sul lato sinistro del suo petto.
Il badge professionale recitava chiaramente a lettere cubitali nere: “Dott.ssa Mariana Rojas, Direttrice Generale del Dipartimento di Infermieristica”.
Arturo rimase letteralmente a bocca aperta, rendendosi conto solo in quel preciso momento di quanto poco sapesse realmente della vita quotidiana di sua moglie.
Negli ultimi otto lunghi anni, mentre lui viaggiava spensierato tra Querétaro e Puebla fingendo che il loro matrimonio fosse normale, lei aveva scalato silenziosamente i vertici gerarchici dell’ospedale.
“Mariana, grazie a Dio onnipotente sei qui,” esclamò Arturo sollevato, facendo un passo in avanti per abbracciarla e cercare conforto.
Ma la donna sollevò immediatamente una mano ferma e decisa, fermandolo a un metro di distanza con uno sguardo scuro che tagliava come il vetro rotto.
“Non sono affatto qui come tua moglie, Arturo, sono qui solo ed esclusivamente perché questo è il mio reparto,” disse lei con una voce ferma che non ammetteva repliche.
Proprio in quel momento di enorme tensione, Diego e sua moglie Lorena apparvero in fondo al lungo corridoio illuminato dai neon.
Portavano con sé due bicchieri di cartone contenenti del pessimo caffè bollente preso dai distributori automatici della sala d’attesa.
Lorena era perfettamente truccata nonostante la tragedia familiare, con i capelli freschi di parrucchiere e abiti firmati, e sembrava più seccata che sinceramente preoccupata per la salute della suocera.
“Ah, Mariana, vedo che sei finalmente arrivata,” disse Lorena con un sorriso incredibilmente falso e visibilmente tirato.
“Meno male che ci sei tu a occuparti di questa situazione spiacevole, in fondo tu sei sempre stata l’esperta di famiglia in queste faccende da malati.”
“Io e il mio povero Diego stavamo giusto dicendo tra noi che non abbiamo assolutamente lo spazio necessario nella nostra casa per ospitare tua suocera.”
“E poi io soffro terribilmente di ansia e di attacchi di panico, non potrei mai sopportare lo stress psicologico di lavare e imboccare una persona invalida tutti i giorni.”
“La porterete sicuramente a vivere nel vostro appartamento, non è vero?” chiese Diego in modo vile, guardando il fratello maggiore con un’espressione carica di assurda pretesa.
“In fondo voi avete la stanza degli ospiti perennemente libera, e Mariana è praticamente un’infermiera nata apposta per fare questo genere di sacrifici.”
Arturo guardò speranzoso verso Mariana, aspettando fiduciosamente che lei annuisse, che si sottomettesse in silenzio come aveva sempre fatto con le pesanti faccende di casa nel corso degli anni.
Ma Mariana si raddrizzò con estrema fierezza, incrociò le braccia sul petto in un gesto di totale chiusura e guardò tutti e tre i membri della famiglia con una superiorità assolutamente glaciale.
“Mi dispiace davvero molto dover deludere le vostre comode aspettative, ma io non porterò mai Teresa in casa mia,” dichiarò Mariana, scandendo bene e ad alta voce ogni singola parola.
“Non le darò mai più da mangiare, non le farò il bagno, non le somministrerò le medicine e non la accoglierò mai più sotto il mio stesso tetto.”
Arturo sentì immediatamente il sangue caldo salirgli alla testa, travolto da un pericoloso misto di profonda vergogna e della solita, incontrollabile rabbia che provava quando veniva pubblicamente sfidato.
“Stiamo parlando di mia madre, Mariana!” sibilò Arturo a denti stretti, cercando con enorme fatica di non urlare sguaiatamente in mezzo al silenzioso reparto ospedaliero.
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