Una lacrima solitaria scivolò lungo la guancia intatta di Savannah, bagnando il cuscino.
Mi voltai verso la detective Vance. «Detective, dov’è adesso?»
«Una nostra pattuglia è andata al vostro appartamento un’ora fa», rispose Vance sistemandosi il distintivo sulla cintura. «Non c’era. La portinaia dell’edificio ha riferito che la signora Bernice Bennett ha lasciato lo stabile con una valigia circa quaranta minuti dopo che voi siete usciti per venire qui. È salita su un taxi.»
«So dove è andata», dissi, sentendo una freddezza glaciale impadronirsi di ogni mia terminazione nervosa. «È tornata nella sua casa a La Jolla. La sua fortezza. Pensa che lì nessuno oserà toccarla.»
«Signor Bennett», ammonì la detective, «lasci fare a noi. Abbiamo già una squadra pronta per l’esecuzione del mandato di custodia cautelare. Non faccia sciocchezze.»
«Non farò alcuna sciocchezza, detective. Vengo con voi solo per assicurarmi che non si inventi scuse con i vicini per fuggire dalla porta sul retro. Quella casa ha tre uscite diverse. Io ci sono cresciuto, voi no.»
La collina di La Jolla si affacciava sull’Oceano Pacifico come un trono per i privilegiati della California meridionale. Ville in stile coloniale spagnolo o moderniste in vetro e travertino si susseguivano lungo strade bordate da palme altissime e giardini curati con perizia maniacale da schiere di giardinieri messicani.
La casa di mia madre era una villa su due livelli con muri bianchi a calce, tegole rosse e un patio alberato che Robert, mio padre, aveva comprato negli anni Ottanta prima che il mercato immobiliare impazzisse. Era una casa che trasudava una rispettabilità antica, silenziosa, quasi ecclesiastica.
Quando le due volanti della polizia e la mia vecchia berlina si fermarono davanti al vialetto ghiaioso, erano passate le dieci di sera. Le finestre del pianterreno erano illuminate da una luce dorata e calda.
Scesi dall’auto prima che i due agenti in uniforme potessero dirmi di restare indietro. La detective Vance mi affiancò con passo svelto, tenendo una mano vicina alla fondina della sua Glock di servizio.
«Bennett, stia dietro di me. Non entri senza il mio ordine.»
Non risposi. Camminai lungo il vialetto con il rumore della ghiaia che scricchiolava sotto gli stivali. Quando raggiungemmo la grande porta in legno di mogano intagliato, non suonai il campanello. Avevo ancora la chiave d’emergenza nel portachiavi, la stessa chiave che usavo da quando avevo quattordici anni. La infilai nella toppa, feci fare due scatti alla mandata e spalancai la porta.
L’interno della casa era un museo congelato nel tempo. Tappeti Aubusson, porcellane di Capodimonte nelle vetrine illuminate, l’odore acre del tè Earl Grey mescolato a quello della lavanda sintetica.
Bernice era seduta sul divano di velluto damascato del salone principale. Indossava una vestaglia di seta grigia, i capelli erano stati risistemati con una piega perfetta, e teneva tra le dita curate una tazza di porcellana con il piattino appoggiato sulle ginocchia. Sul tavolino basso davanti a lei c’era una cartella aperta con diversi documenti notarili e una busta di corrispondenza legale.
Quando ci vide entrare – me, la detective Vance e due agenti in divisa con i cinturoni carichi di manette e radio gracchianti – non si scompose minimamente. Posò la tazza con un gesto lento, quasi aristocratico.
«Christopher», disse, senza degnare gli agenti di uno sguardo. «Trovo oltremodo volgare che tu abbia portato degli sconosciuti in questa casa senza avvisarmi. Suppongo tu sia venuto per scusarti della scenata isterica di questo pomeriggio.»
Feci un passo avanti, fermandomi a tre metri dal divano. La guardai con un distacco che non avevo mai provato per nessun essere umano prima di allora. Non sentivo odio. Sentivo solo il vuoto orrendo che si prova guardando una tomba vuota.
«Non sono venuto a scusarmi, Bernice.»
Usai il suo nome di battesimo per la prima volta nella mia vita.
La parola colpì la donna con più forza di uno schiaffo. Un lampo di sorpresa e sdegno le increspò la fronte levigata dai trattamenti estetici. «Come osi rivolgerti a me in questo modo? Io sono tua madre! Ti ho cresciuto da sola dopo la morte di tuo padre! Ho sacrificato ogni cosa per darti una posizione, per farti diventare l’uomo rispettabile che sei!»
«Tu hai cercato di uccidere mia figlia», dissi con voce piatta.
«Quella non è tua figlia!», sbottò lei, perdendo all’istante la patina di nobiltà decaduta che amava indossare. La sua voce si fece stridula, velenosa. «Quella ragazzina senza famiglia, venuta dal nulla, con una madre alcolizzata morta in un parcheggio per roulotte! Ti ha incastrato con una pancia per mettere le mani sull’eredità dei Bennett! Io ho protetto questa famiglia! Tuo padre mi ha lasciato il compito di proteggere il nostro nome e i nostri beni da parassiti come lei!»
«Signora Bernice Bennett», intervenne la detective Vance facendo un passo deciso verso il divano e tirando fuori un foglio ripiegato dalla tasca interna della giacca. «Ho un mandato di arresto per aggressione aggravata, violenza domestica reiterata e lesioni gravi a danno di Savannah Bennett. Si alzi e metta le mani dietro la schiena.»
Bernice rise. Una risata secca, acuta, priva di gioia. «Un mandato? A me? Detective, lei sa chi è il procuratore distrettuale di questa contea? Ceniamo insieme due volte al mese al Country Club di Torrey Pines. Mio marito ha donato un’ala intera all’ospedale pediatrico di questa città. Questa farsa finirà domani mattina prima delle nove con il vostro licenziamento.»
«Signora, si alzi», ripeté l’agente Vance, il tono privo di qualunque cedimento. «Non glielo chiederò una terza volta.»
Uno dei due agenti in uniforme si avvicinò al divano, estraendo le manette d’acciaio con un tintinnio secco che risuonò nella stanza come un rintocco funebre.
Fu in quel momento che la corazza di Bernice cominciò a mostrare le prime crepe. Si alzò in piedi, ma le sue ginocchia cedettero per un istante, costringendola ad appoggiarsi al bracciolo del divano. Guardò me, e nei suoi occhi comparve per la prima volta un terrore cieco, viscerale.
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