Rimasi in silenzio per un lungo momento, ascoltando il rumore delle foglie dell’albero di fico che battevano piano contro la zanzariera del retro. Guardai verso il salotto: Savannah respirava piano, con una mano posata con infinita dolcezza sulla schiena minuscola di nostra figlia.

«Verrò», dissi all’uomo al telefono. «Domani mattina alle dieci.»

Quando riagganciai, mi accorsi che Savannah si era svegliata. Mi stava osservando con i suoi occhi limpidi, capaci di leggermi dentro prima ancora che aprissi bocca.

«Era la clinica, vero?», chiese senza alzare la voce per non disturbare la bambina.

Mi avvicinai e mi sedetti sul bordo del divano, posando una mano sulla sua gamba. «Sì. Bernice vuole vedermi prima dell’udienza per la perizia del tribunale. Posso dire di no, Savannah. Se questo ti agita anche solo per un secondo, cancello tutto adesso.»

Savannah scosse piano la testa. Allungò la mano libera e mi strinse le dita. «Non mi agita, Chris. So che non sei più lo stesso uomo di due mesi fa. Ma devi andare solo se serve a te. Non andare per pietà, e non andare per rabbia. Vai solo se serve a chiudere quella porta a chiave per sempre.»

«Serve a questo», risposi guardandola negli occhi. «Serve a mettere l’ultimo catenaccio.»

La struttura psichiatrica di Monte Vista sorgeva sulle colline sopra Del Mar, nascosta dietro alte siepi di lauroceraso e cancellate di ferro verniciate di verde scuro per dare l’illusione di un sanatorio privato di lusso. L’architettura cercava di imitare lo stile mediterraneo delle ville vicine, ma la presenza delle telecamere a circuito chiuso a ogni angolo e delle porte magnetiche a doppio sblocco tradiva la natura carceraria del luogo.

Fui perquisito all’ingresso con un metal detector portatile prima di essere accompagnato lungo un corridoio silenzioso e immacolato, dove l’odore di candeggina industriale copriva a stento quello dell’aria condizionata stantia.

La sala colloqui era una stanza quadrata con pareti insonorizzate di colore verde chiaro, un tavolo di legno massiccio ancorato al pavimento e quattro sedie pesanti prive di spigoli vivi. Da un lato della stanza, dietro una finestra con vetro a specchio unidirezionale, due infermieri della sorveglianza monitoravano la situazione.

Bernice era già seduta al tavolo quando entrai.

L’impatto visivo fu quasi sconcertante. La donna che per trent’anni aveva dominato la mia esistenza con abiti firmati, acconciature laccate e parure d’oro sembrava essersi rimpicciolita, svuotata dall’interno come un guscio d’insetto dopo la muta. Indossava una tuta di cotone grigio scuro senza cordoncini, fornita dalla clinica; i suoi capelli, non più tinti dal parrucchiere di fiducia, mostravano radici grigie e disordinate; le unghie, un tempo laccate con perizia maniacale, erano corte e spoglie.

Quando la porta metallica scattò alle mie spalle, Bernice sollevò la testa. Nei suoi occhi c’era una luce febbrile, instabile, un misto di speranza calcolatrice e rancore sopito.

«Christopher», disse, e la sua voce era leggermente impastata dagli antipsicotici che assumeva quotidianamente. Fece per alzarsi per venire verso di me, ma la guardia appostata nell’angolo della stanza fece un passo avanti, mettendole una mano sulla spalla per ricordarle le regole dell’istituto. Bernice si risedette con una smorfia di disgusto aristocratico mal trattenuto. «Vedi come mi trattano qui dentro? Come una criminale comune. Come una pazza senza diritti.»

Mi sedetti sulla sedia di fronte a lei, mantenendo la distanza del tavolo. Non dissi nulla. Aspettai.

Bernice cercò il mio sguardo, tentando di ritrovare quell’espressione di materna indulgenza che aveva usato per decenni per piegare la mia volontà. «Ho chiesto di vederti perché sapevo che saresti rinsavito, prima o poi. Un figlio non può dimenticare chi gli ha dato la vita. Quegli avvocati… quel giudice corrotto… mi hanno incastrata, Christopher. Hanno approfittato di un momento di esaurimento nervoso per spogliarmi di tutto. La mia casa a La Jolla… mi hanno detto che l’hanno venduta a degli speculatori per una miseria. La casa dove tuo padre ha investito ogni suo risparmio!»

La sua voce cominciava a salire di tono, riacquistando quell’intonazione stridula che avevo sentito risuonare nel corridoio del mio appartamento.

«E tutto questo per cosa?», continuò, allungando le mani sul tavolo verso di me, le dita che tremavano leggermente. «Per quella ragazzina viziata che ti ha manipolato dall’inizio alla fine. Scommetto che adesso comanda lei in casa tua. Scommetto che ha già iniziato a spendere ciò che resta dei tuoi soldi, vero? È così che fanno quelle come lei. Prendono un uomo perbene, lo allontanano dal suo sangue, e poi lo lasciano con le tasche vuote.»

Rimasi immobile a guardarla. Non sentivo la rabbia cieca che mi aveva bruciato le vene nel pronto soccorso, né l’orrore che mi aveva mozzato il fiato quando avevo letto le note del telefono. Sentivo solo una profonda, desolante lucidità. Quella donna davanti a me non era malata nel senso comune del termine; era semplicemente incapace di concepire l’esistenza di un altro essere umano al di fuori del proprio riflesso. Il suo egoismo era una struttura geologica, una roccia impermeabile a qualunque verità.

«È nata Clara», dissi con voce piana.

Bernice si interruppe a metà frase. La sua bocca rimase aperta per un istante, come se avesse ingerito un pezzo di vetro. «Cosa?»

«Tua nipote. È nata giovedì scorso. Pesa tre chili e duecento grammi. È sana, serena e bellissima.»

Per un secondo effimero, un battito di ciglia, vidi passare sul suo volto una crepa: l’ombra fugace di una nonna che avrebbe potuto essere parte di una storia felice. Ma l’ombra svanì all’istante, inghiottita dal veleno nero che governava i suoi pensieri.

«E tu… tu credi che ti appartenga davvero?», sibilò, inclinando il busto in avanti con un sorriso che rasentava la follia. «Chi ti dice che sia tua figlia, Christopher? Savannah lavorava in quel bar prima che tu la conoscessi. Chissà quanti uomini ha frequentato alle tue spalle mentre tu eri imbarcato sulle navi! Quella bambina è solo un assegno di mantenimento vivente per lei!»

L’agente nell’angolo fece un altro passo verso di lei, ma io feci un leggero cenno con la mano aperta per indicare che non c’era pericolo.

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