Mi chinai con calma. La mia schiena protestò con una fitta sorda all’altezza della quarta vertebra lombare, ma non emisi un lamento. Con dita lente e metodiche, raccolsi i frammenti della scatola di cartone e le ciambelle schiacciate: due glassate al cioccolato, tre con i granelli di zucchero colorati e una alla crema bavarese, la preferita di Gavin quando aveva sette anni e si sbucciava le ginocchia correndo dietro al cane nel cortile della nostra vecchia casa di periferia ad Arvada.
Le rimisi dentro il cartone unto, chiusi le alette spiegazzate e mi raddrizzai.
«Non c’è bisogno che ti disturbi a farmi accompagnare in guardaroba, Laurel,» dissi. La mia voce era bassa, priva di tremolii, piatta come la superficie di un lago ghiacciato nel cuore dell’inverno delle Montagne Rocciose. «Posso trovare la strada da sola.»
Laurel mi rivolse un sorriso tagliente, intriso di quella trionfante condiscendenza che riserva solo a chi considera già sconfitto. «Sapevo che avresti capito, cara. È questione di ottica politica. Quando Gavin sarà eletto al Senato dello Stato, ci sarà tempo per le riunioni di famiglia. Ma stasera… beh, stasera dobbiamo dimostrare di appartenere a un altro livello.»
Gavin osò finalmente sollevare gli occhi, ma non per guardarmi in viso; il suo sguardo scivolò sulla scatola rovinata che stringevo tra le mani e poi sulla macchia scura di glassa rimasta sul marmo lucido.
«Mamma… prendi un taxi per tornare a casa, se sei stanca,» mormorò, con quel tono frettoloso e incolore con cui si liquida un mendicante particolarmente insistente a un semaforo. «Ti chiamo io domani. Quando tutta questa confusione sarà finita.»
«Certo, Gavin,» risposi, fissandolo dritto nelle pupille sbiadite dall’alcol e dalla vanità. «Mi chiamerai domani.»
Feci un mezzo passo indietro, mi voltai e attraversai la sala principale. I miei passi risuonavano sommessi tra il tintinnio dei bicchieri di cristallo Baccarat, le risate gutturali dei lobbisti del petrolio e il brusio delle contrattazioni politiche a cinque zeri. Nessuno mi degnò di un secondo sguardo; ero invisibile, esattamente come Laurel aveva desiderato che fossi.
Ma non mi diressi verso la sala guardaroba. E non presi alcun taxi.
Attraversai l’atrio principale dell’hotel e svoltai a destra, infilando il corridoio riservato alla direzione generale. Lì, lontano dal clamore dei flash dei fotografi e dal fumo delle sigarette elettroniche dei giovani strateghi della campagna elettorale, regnava un silenzio felpato, interrotto solo dal ticchettio dell’orologio a pendolo in mogano massiccio.
Mi fermai davanti alla porta con la targa in ottone satinato: Direzione Generale – Julian Vance.
Bussai due volte con le nocche.
«Avanti,» rispose una voce profonda dall’interno.
Spinsi la porta. Julian Vance, proprietario di maggioranza della catena alberghiera Grand Horizon e presidente del comitato di gestione patrimoniale della Front Range Capital, era in piedi davanti alla grande vetrata che dava sulla skyline illuminata di Denver. Teneva tra le dita un sigaro spento e un fascicolo rilegato in pelle nera. Quando si voltò e mi vide sulla soglia, i suoi occhi grigi si spalancarono per la sorpresa, seguiti da un’espressione di immediata deferenza.
«Eleanor,» disse, posando il fascicolo sulla scrivania e affrettandosi verso di me con la mano tesa. «Cosa ci fai qui nei corridoi di servizio? Ti aspettavo al tavolo d’onore della sala plenaria. Avevo fatto riservare il posto alla destra del sindaco, come avevi richiesto.»
Guardò la scatola di cartone ammaccata che tenevo sotto il braccio, le mie scarpe basse da passeggio e il cardigan blu notte. Un lampo di comprensione, misto a una sottile ombra di disappunto, gli passò sul volto.
«Ti hanno fatto storie all’ingresso?» chiese, la voce che si abbassava di un tono. «Chi è stato? Il capo della sicurezza? Lo licenzio prima che scocchi la mezzanotte.»
«Nessun problema con la sicurezza, Julian,» dissi, sedendomi sull’ampia poltrona Chesterfield in pelle bordeaux di fronte alla scrivania. «È stata mia nuora. A quanto pare, il mio abbigliamento non è all’altezza dell’ottica politica della serata. Mi ha fatto scortare verso il guardaroba per non rovinare l’appetito ai donatori da cinquemila dollari a piatto.»
Julian rimase immobile per tre lunghi secondi, poi una risata incredula, quasi soffocata, gli salì alla gola. «Laurel? Quella ragazzina ambiziosa che fino a quattro anni fa gestiva le relazioni pubbliche di una catena di lavanderie industriali a Fort Collins? Ti ha cacciata dal tavolo d’onore?»
«Ha fatto cadere le ciambelle che avevo portato a Gavin,» aggiunsi, indicando la scatola con un cenno del mento. «Dice che erano da sagra parrocchiale. E mio figlio… mio figlio era troppo occupato a bere il suo terzo single malt per ricordare chi gli ha pagato la retta a Yale, la villa a Cherry Creek e i tre milioni di debiti pregressi che la società di suo suocero aveva accumulato prima del fallimento.»
Julian scosse la testa lentamente, tornando dietro la sua scrivania con un’andatura pesante. Si sedette, aprì il cassetto centrale ed estrasse una penna stilografica Montblanc con il fusto in platino.
«La stupidità umana non smette mai di stupirmi, Eleanor. Ma la tracotanza dei mediocri è ancora più letale. Quella ragazza non ha la minima idea di chi sia Douglas Vance, vero?»
«Nessuna,» risposi. «Quando mio marito Richard è morto quindici anni fa, ho scelto deliberatamente di far intestare tutte le partecipazioni societarie, le holding immobiliari e i trust offshore alla Douglas Asset Management. Gavin sapeva solo che un ‘comitato fiduciario di famiglia’ gestiva i fondi. Non si è mai preso la briga di leggere un singolo statuto, un singolo verbale di assemblea o un solo allegato fiscale. Per lui i soldi apparivano sul conto corrente per diritto divino. E Laurel ha semplicemente dato per scontato che io fossi la vedova pensionata che vive con la sicurezza sociale e i rimasugli della pensione delle ferrovie di Richard.»
Julian aprì il fascicolo in pelle nera. All’interno c’erano tre fogli pergamenati con l’intestazione ufficiale del comitato elettorale “Gavin Vance per il Senato del Colorado”.
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