Mi voltai. Gavin stava correndo verso di me, senza cappotto, la camicia dello smoking mezza sbottonata, i capelli spettinati dal vento invernale. Sembrava più vecchio di dieci anni; la patina di successo e sicurezza che Laurel gli aveva costruito addosso si era sciolta come neve al sole.
Si fermò a due passi da me, ansimando per lo sforzo, le mani infilate nelle tasche dei pantaloni per ripararsi dal freddo pungente.
«Mamma… perdonami,» disse, e la sua voce si spezzò in un singhiozzo umido, infantile. «Ti prego. Ho sbagliato tutto. Non dovevo permetterle di parlarti così. Ero sotto pressione… c’erano i senatori, c’erano i soldi… ho perso la testa. Ma tu non puoi abbandonarmi così. Siamo la tua famiglia. Io sono tuo figlio.»
Lo guardai a lungo. Cercai nei suoi lineamenti l’ombra di Richard, cercai il bambino che mi teneva la mano mentre attraversavamo la strada per andare a comprare il gelato alla crema, ma vidi solo un uomo di trentacinque anni che non era mai diventato adulto.
«Sei mio figlio, Gavin,» dissi con dolcezza, senza un filo di rancore nella voce. «E proprio perché sei mio figlio, è arrivato il momento che tu impari a camminare con le tue gambe.»
«Ma non abbiamo niente!» gridò lui, guardandosi attorno disperato. «La villa… le macchine… la campagna… Laurel dice che se non sistemiamo i debiti entro quarantott’ore chiederà il divorzio e mi porterà via anche l’ultimo dollaro!»
«Allora scoprirai presto quanto vale davvero il vostro matrimonio,» risposi. «Se Laurel ti ama per l’uomo che sei, troverete un piccolo appartamento in affitto a Lakewood, ti cercherai un lavoro normale in uno studio legale di periferia e imparerete cosa significa costruire una vita insieme con la fatica e il sudore della fronte. Proprio come abbiamo fatto tuo padre ed io quarant’anni fa.»
Gavin scosse la testa con orrore, come se gli avessi proposto di gettarsi da una rupe. «Non posso farlo… io non so come si fa! Non posso vivere come un signor nessuno!»
«Allora impara, Gavin. Perché il fondo fiduciario non pagherà più una sola delle tue spese. Da stasera, sei un cittadino come tutti gli altri.»
Aprii la portiera del taxi. Prima di salire, allungai la mano ed estrassi dalla borsa l’ultima ciambella rimasta integra nella scatola: quella semplice, con la glassa al cioccolato che gli compravo sempre dopo le partite di baseball delle leghe giovanili. Gliela porsi.
Gavin guardò il pasticcio avvolto nella carta oleata, poi guardò me, con le lacrime che gli rigavano le guance arrossate dal gelo.
«Prendila,» dissi piano. «Questa è mia. L’ho pagata con i miei soldi, non con quelli della holding. È l’ultima cosa che riceverai da me finché non avrai imparato a guadagnarti il rispetto del mondo con le tue sole forze.»
Lui esitò per un istante, poi allungò una mano tremante e prese il pasticcio. La sua presa era debole, insicura, come quella di un naufrago che afferra un ramo secco mentre la corrente lo trascina via.
Salii sul taxi e chiusi la portiera.
«Dove andiamo, signora?» chiese il tassista, azzerando il tassametro.
«Verso Arvada, figliolo,» risposi, appoggiando la schiena contro il sedile consumato e respirando l’aria calda del riscaldamento dell’auto. «A casa.»
Mentre il taxi si immetteva sul viale illuminato lasciandosi alle spalle l’imponente sagoma di vetro del Grand Horizon, guardai nello specchietto retrovisore.
Gavin era ancora lì, fermo sotto il lampione nella notte ghiacciata di Denver, una figura solitaria e minuscola nello smoking spiegazzato, con una ciambella al cioccolato stretta tra le mani gelate, mentre la prima neve dell’inverno cominciava a cadere silenziosa sulle sue spalle scoperte.
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