Scesi nello studio. La polizia aveva portato via quasi tutto, ma io avevo ancora il mio cellulare. Avevo conservato una copia delle fotografie di tutti i documenti di Elena, decriptate dalle mie notti insonni passate a studiare le carte. Avevo notato un dettaglio che apparentemente era sfuggito alla scientifica, o forse non gli avevano dato peso. Sul retro di uno dei certificati di matrimonio falsi, c’era una sequenza di numeri annotata a matita leggera: coordinate GPS. Le avevo cercate su Google Maps settimane prima: puntavano a una cassetta di sicurezza in una banca privata a Lugano, in Svizzera.
Era lì che si nascondevano i miei soldi rimanenti e, probabilmente, il tesoro personale di Katerina.
La mattina dopo, presi una decisione folle. Non dissi nulla a Morelli. Indossai il mio cappotto migliore, il filo di perle che mi aveva regalato il mio defunto marito, e mi recai a Scampia.
Era un viaggio agli inferi. I palazzoni grigi si ergevano come monoliti di disperazione contro il cielo plumbeo. Sapevo dove trovare i contatti giusti; da giovane, prima di diventare un’infermiera modello e madre di famiglia, ero cresciuta nei quartieri spagnoli. Conoscevo le regole, conoscevo il linguaggio. Ci vollero due giorni e cinquemila euro in contanti (i miei ultimi risparmi liquidi) per far arrivare un messaggio a Gennaro ‘O Corvo’.
L’incontro avvenne in un deposito merci abbandonato vicino al porto di Napoli. L’aria era satura di salsedine e odore di gasolio. Quattro uomini armati mi perquisirono. Ero terrorizzata, le ginocchia mi tremavano così forte che faticavo a stare in piedi, ma mantenni la schiena dritta.
Gennaro emerse dall’ombra. Era esattamente come nella foto, ma dal vivo emanava un’aura di malevola arroganza che toglieva il respiro. Zoppicava leggermente e masticava un sigaro spento.
“Hai fegato, vecchia,” gracchiò con una voce che sembrava carta vetrata. “Venire fin qui. Da sola. Sai che potrei farti sparire nel cemento di questo porto in cinque minuti?”
“Lo so,” risposi, cercando di non far tremare la voce. “Ma so anche che sei un uomo d’affari. E le persone morte non pagano i debiti.”
Gennaro rise, una risata secca e priva di umorismo. “Katerina ci deve dei soldi. Quella troia russa pensava di poterci fregare. Tu l’hai fatta arrestare, ci hai fatto perdere il nostro miglior cavallo di razza. E ci hai fatto perdere i soldi della polizza di tuo figlio.”
“Mio figlio non è in vendita,” sibilai, facendo un passo avanti. Gli uomini intorno a me alzarono i fucili, ma Gennaro fece un cenno con la mano per fermarli. “Ma ho qualcosa che Katerina ti aveva nascosto. Le coordinate e i codici di accesso di un conto cifrato a Lugano. Contiene molto di più dei miei quattrocentoventimila dollari. Contiene il suo fondo pensione privato. Milioni, Gennaro. Soldi che non aveva mai intenzione di darti.”
L’avidità brillò negli occhi del boss. “E tu mi daresti questi codici per cosa? Per avere salva la vita?”
“Voglio uno scambio,” dissi con voce glaciale. “Voglio un documento scritto, firmato e sigillato col tuo nome. Una garanzia che tu, il tuo clan e chiunque altro non vi avvicinerete mai più a me e a mio figlio. Inoltre, voglio che vi occupiate di Katerina in carcere. Se mai dovesse uscire o parlare, voi ne pagherete le conseguenze. In cambio, vi darò le chiavi della banca in Svizzera.”
Gennaro mi scrutò a lungo. Ero una signora anziana, vestita in modo borghese, che dettava condizioni a un capoclan sanguinario. Era una mossa così surreale che funzionò. “Come so che i codici sono veri?”
“Ti darò la prima metà. Andate in Svizzera, verificate. Quando mi consegnerai la garanzia e mi assicurerai che Marco è al sicuro, ti darò la seconda metà.”
Il patto con il diavolo fu stretto. Tornai a casa tremante, chiudendomi in bagno e vomitando per l’adrenalina e il terrore. Avevo appena innescato una bomba a orologeria. Quello che Gennaro non sapeva, e che non avrebbe mai dovuto scoprire, era che la sera precedente, prima di andare a Napoli, avevo contattato un giornalista investigativo svizzero e la polizia federale elvetica, inviando in forma anonima la prova che quel conto conteneva i proventi dei traffici di armi e veleni del clan dei Casalesi, insieme alle impronte digitali di Katerina.
La trappola era scattata.
La primavera successiva, il processo contro Katerina Volkov (alias Elena) divenne l’evento mediatico dell’anno. “La Vedova Nera del Salotto Buono”, la chiamavano i giornali. L’aula del tribunale era gremita. Io sedevo in prima fila, stringendo la mano di Marco. Lui aveva riacquistato peso, i suoi capelli erano tornati folti, e sebbene i suoi occhi portassero ancora l’ombra del trauma, c’era una nuova luce di determinazione in lui.
Katerina entrò in aula accompagnata da due agenti. Indossava un sobrio tailleur grigio, i capelli castani raccolti in uno chignon. Appariva angelica, fragile, la vittima perfetta di un complotto. Il suo avvocato difensore, un principe del foro milanese pagato con chissà quali fondi neri, si alzò e iniziò un’arringa teatrale.
“Signori della giuria,” esordì l’avvocato, passeggiando davanti ai banchi. “Oggi vedete qui un mostro, o così l’accusa vuole farvi credere. Ma io vi chiedo di guardare i fatti. Cosa abbiamo? Le farneticazioni di una suocera gelosa, ossessiva, che non ha mai accettato che il figlio amasse un’altra donna. Una suocera che si è intrufolata nello studio della mia cliente, piazzando prove false. E un presunto avvelenamento che… guardate il signor Marco! È qui, in perfetta salute!”
L’indignazione mi fece ribollire il sangue, ma strinsi i denti. Aspettavo il mio momento.
Quando fui chiamata a testimoniare, camminai verso il banco degli imputati con passo fermo. Katerina mi fissò. I suoi occhi, quei due frammenti di ghiaccio siberiano, cercarono di perforare la mia corazza. Ma io le sorrisi. Un sorriso sottile, lo stesso che le avevo rivolto quando le avevo fatto bere il veleno. Lei trasalì impercettibilmente.
Risposi a ogni domanda dell’accusa con calma chirurgica. Raccontai dello schiaffo, dei soldi rubati, della cassaforte, della sostituzione della tazza di tè. L’avvocato della difesa cercò di smontarmi, gridando, accusandomi di aver falsificato tutto.
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