“I suoi genitori erano attori, Marco,” intervenne Morelli con un sospiro pesante. “Li abbiamo già rintracciati stamattina, dopo che tua madre mi ha mandato le foto. Due comparse teatrali pagate duemila euro ciascuno per fingere di piangere al vostro matrimonio. La donna che hai sposato si chiama, o meglio, è nata come Katerina Volkov. È ricercata dall’Interpol dal 2018.”
La parola Interpol echeggiò nello studio come uno sparo. Marco emise un suono strozzato, a metà tra un singhiozzo e un urlo, e collassò tra le mie braccia. Lo strinsi forte, cullandolo come facevo quando era bambino e cadeva sbucciandosi le ginocchia. Ma questa ferita era troppo profonda, un cancro dell’anima che nessuna benda avrebbe potuto curare.
I mesi che seguirono furono una discesa in un inferno burocratico, medico e psicologico. Marco fu ricoverato in una clinica specializzata in tossicologia. Il veleno che Elena usava era un derivato sofisticato dell’aconito, modificato in laboratorio per accumularsi nei tessuti adiposi e simulare una lenta degenerazione degli organi interni, specificatamente fegato e cuore. I medici mi dissero che, se non fossi intervenuta quella mattina, Marco avrebbe avuto al massimo tre settimane di vita. Un “infarto fulminante” lo avrebbe portato via nel sonno, e la sua amabile vedova avrebbe pianto calde lacrime al funerale, prima di incassare i due milioni di euro della polizza sulla vita stipulata a suo nome.
Mentre Marco lottava per disintossicare il suo corpo e la sua mente, io mi lanciai a capofitto nelle indagini. Non ero più solo una suocera; ero diventata l’ombra della giustizia, mossa da una furia fredda e inesauribile. I seicentoventimila dollari della mia pensione erano spariti, ma non mi importava più dei soldi. Volevo capire il perché. Volevo scendere nelle fogne della vita di Katerina Volkov.
Elena, o Katerina, era sopravvissuta. Il suo stomaco era stato lavato appena in tempo all’ospedale. Ora risiedeva nel braccio di massima sicurezza del carcere femminile di Rebibbia. Non aveva detto una sola parola dal momento del suo arresto. Si era chiusa in un mutismo ostinato, con uno sguardo di ghiaccio che sembrava sfidare l’intero sistema giudiziario.
Un piovoso martedì di novembre, Morelli mi chiamò nel suo ufficio in questura. L’aria odorava di caffè stantio e carta stampata.
“Siediti, Clara,” mi disse, accendendosi una sigaretta nonostante i divieti. Sembrava invecchiato di dieci anni. “Abbiamo rintracciato il flusso dei tuoi soldi. E non ti piacerà.”
Mi accomodai sulla sedia di pelle logora. “Niente di questa storia mi piace, ispettore. Dimi tutto.”
“Ricordi i bonifici indirizzati a Napoli? Al ricattatore?” Iniziò a spargere delle stampe sulla scrivania. Fotogrammi sgranati di telecamere di sicurezza, estratti conto bancari, foto segnaletiche. “Non era un semplice ricattatore. Katerina non agiva da sola. O meglio, era una ‘risorsa’ per un’organizzazione molto più grande. La Camorra, Clara. Specificatamente, il clan dei Casalesi.”
Il sangue mi si gelò nelle vene. “La Camorra? Elena lavorava per la mafia?”
“La usavano. Era una predatrice eccezionale. Il clan forniva le identità false, la copertura, i contatti nel mondo dell’alta finanza. E soprattutto, i veleni irrintracciabili,” spiegò Morelli, picchiettando l’indice sulla foto di un uomo tarchiato, con il volto sfregiato e gli occhi neri come la pece. “Questo è Gennaro ‘O Corvo’ Esposito. Il chimico del clan. Ed era il suo ‘gestore’. Katerina doveva al clan una percentuale altissima su ogni colpo. Il 70% di ogni polizza incassata andava a loro.”
“Ma allora perché le servivano i miei soldi?” chiesi, aggrottando la fronte. “Se avrebbe incassato due milioni dalla morte di Marco…”
“Perché Katerina voleva uscire dal giro,” rivelò Morelli, spegnendo la sigaretta nel portacenere colmo. “Stava progettando di fuggire. I tuoi seicentoventimila dollari le servivano per comprare la sua libertà da Gennaro, o per pagare dei trafficanti di esseri umani in Sud America per farla sparire per sempre, fuori dalla portata della Camorra. Noi l’abbiamo arrestata prima che potesse completare il pagamento finale o la fuga.”
Rimasi in silenzio, metabolizzando la mostruosità della situazione. Quella donna aveva portato un pezzo della criminalità organizzata più spietata d’Europa nel mio salotto.
“C’è un problema, Clara,” aggiunse Morelli, abbassando la voce e sporgendosi in avanti. “Gennaro Esposito sa che Katerina è stata arrestata. E sa che l’operazione ‘Marco’ è fallita. Ma la Camorra non accetta perdite. Vogliono i soldi che Katerina gli aveva promesso come penale per l’uscita. Quei tuoi seicentoventimila dollari… lei non li aveva ancora trasferiti interamente. Ne ha mandati solo duecentomila. I restanti quattrocentoventimila sono nascosti su un conto di cui solo lei, e forse tu, potresti conoscere l’accesso.”
“Io? Io non so niente dei suoi conti!” sbottai, alzandomi in piedi.
“Loro credono di sì. Sei tu che hai scovato la sua cassaforte. Sei tu che l’hai fatta arrestare. Nelle logiche contorte di Gennaro Esposito, tu ti sei appropriata del tesoro di Katerina.” Morelli mi guardò con una gravità assoluta. “Clara, devi lasciare la città. Ti metteremo sotto protezione. La tua vita e quella di Marco sono in pericolo imminente.”
Tornai a casa quella sera con la sensazione di essere braccata. Le ombre dei pini nel giardino sembravano nascondere assassini, ogni auto di passaggio era una potenziale minaccia. Salii le scale e andai in camera di Marco. Dormiva. Aveva ripreso un po’ di colore, il respiro era regolare, e un accenno di sorriso gli increspava le labbra. Guardandolo, seppi con assoluta certezza che non avremmo continuato a scappare. Non avrei permesso che mio figlio, appena sfuggito alla morte per mano della donna che amava, vivesse il resto dei suoi giorni nel terrore, guardandosi alle spalle, nascosto in qualche anonima località protetta.
Non ero più la suocera compiacente, la vittima indifesa. Quello schiaffo che Elena mi aveva dato aveva risvegliato qualcosa di antico e feroce in me. Uno spirito di conservazione, un istinto materno che si trasforma in furia letale quando il nido viene minacciato.
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