Poi sorrisi, un sorriso genuino, privo di quelle ombre che mi avevano perseguitato per anni. “E poi, chi lo sa. L’altro giorno stavo riordinando il vecchio baule in soffitta, e ho trovato alcuni vecchi investimenti di tuo padre che avevo dimenticato. Forse la vecchia suocera ha ancora qualche asso nella manica.”

Marco e Silvia risero, ignari della mezza verità celata in quelle parole. Prima che tutto precipitasse, prima del processo e del caos, quando l’ispettore Morelli mi aveva mostrato i fascicoli del conto offshore in Svizzera, avevo trattenuto per me un piccolo, insignificante dettaglio. Katerina non aveva un solo conto a Lugano. Ne aveva due. Il secondo, intestato a un’identità fittizia che la polizia non aveva mai scoperto, conteneva esattamente seicentoventimila dollari. La cifra esatta del suo “debito” per l’uscita.

Avevo speso settimane a decriptare l’accesso, usando la logica contorta che avevo imparato a conoscere esplorando la mente del mostro che viveva in casa mia. Quando c’ero riuscita, non avevo trasferito i soldi su un mio conto, sarebbe stato tracciabile e illegale. Li avevo donati, frammentati in decine di micro-bonifici anonimi, a centri di ricerca sulle malattie epatiche e a case rifugio per donne vittime di abusi finanziari. Avevo ripulito quei soldi sporchi di sangue restituendoli al mondo, trasformando il veleno di Katerina in una cura.

Solo una piccola frazione, diecimila euro, li avevo trattenuti e nascosti in contanti. Il costo esatto, pensai, per un futuro viaggio in Giappone per tre generazioni.

Guardai le colline toscane tingersi di oro sotto la luce del tramonto. Il bruciore sulla guancia sinistra era scomparso da anni, sostituito dal calore di una nuova vita. Avevo perso una battaglia e il fondo pensione, ma avevo vinto la guerra. E mentre il vento fresco della sera frusciava tra le foglie degli ulivi, chiusi gli occhi, ascoltando la risata di mio figlio, sapendo che finalmente eravamo al sicuro. Per sempre.

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