Richiusi la lettera con cura. Una singola lacrima mi rigò la guancia. Non era di tristezza, ma di profonda catarsi.

Isabella aveva finalmente aperto gli occhi, pagando un prezzo altissimo, distrutta dalla stessa donna che pretendeva di adorarla. Eleanor, invece, aveva trovato la sua prigione definitiva: non le sbarre di metallo, ma la gabbia dorata della sua stessa follia narcisistica. Aveva voluto il mondo intero, e alla fine era rimasta padrona solo delle ombre nella sua testa.

La porta a zanzariera cigolò. Julian uscì sul portico, portando due tazze di tè. Guardò la lettera sulle mie ginocchia, ma non fece domande. Sapeva leggere i miei silenzi meglio di chiunque altro.

“Tutto bene?” mi chiese, sedendosi accanto a me e accarezzandomi la pancia, che iniziava appena a mostrare la rotondità della mia prima gravidanza.

Misi la lettera di Isabella in tasca. Forse, tra qualche anno, quando il bambino sarebbe cresciuto, le avrei risposto. Forse le avrei dato una piccolissima, sorvegliata possibilità. Ma non oggi. Oggi apparteneva solo a noi, alla luce, al futuro.

“Sì,” risposi, appoggiando la testa sulla sua spalla, sentendo la vita che cresceva dentro di me, forte e protetta. “Tutto è esattamente come deve essere. Finalmente, siamo liberi.”

E mentre guardavamo insieme il fiume scorrere verso l’oceano, seppi che la storia di Eleanor e Isabella Carter era finita. Ma la storia di Natalie, la figlia del Capitano, era appena iniziata.