«Non l’avreste mai trattata come spazzatura?» la interruppe Emily, trovando improvvisamente la sua voce. Non urlò, ma il suo tono misurato e dignitoso risuonò chiaramente. «Quindi va bene umiliare e picchiare qualcuno, purché non sia ricco o imparentato con il futuro marito di sua figlia? È questa la vostra morale, signora?»
Eleanor aprì la bocca, ma non ne uscì alcun suono. Somigliava a un pesce tirato fuori dall’acqua.
Vanessa scoppiò in lacrime. Lacrime vere, disperate, dettate dal panico. Capiva che le fondamenta del suo castello d’oro stavano crollando.
«Ale, ti prego!» singhiozzò, cercando di afferrargli le mani, ma lui si ritrasse con repulsione. «Sono mortificata! Ti giuro che non sono così, ho avuto un crollo di nervi, perdonami! Mi farò perdonare, chiederò scusa a Emily pubblicamente…»
«Non ce ne sarà bisogno,» disse Alessandro, la voce svuotata da ogni emozione, fredda come il marmo sotto i loro piedi. Guardò Vanessa come se la stesse vedendo per la prima volta. E in un certo senso, era così.
Per due anni era stato accecato dalla sua bellezza, dalla sua apparente dolcezza, dalla maschera perfetta che lei e la sua famiglia avevano cucito apposta per accalappiare l’erede dell’impero De Luca. Aveva ignorato i piccoli campanelli d’allarme, l’arroganza celata verso il personale di servizio al ristorante, le battute snob della sua famiglia. Aveva giustificato tutto pensando che fosse solo l’educazione di un certo ceto sociale, un difetto che il tempo avrebbe smussato. Ma vederla colpire sua sorella con puro, gratuito sadismo aveva frantumato il vetro dell’illusione per sempre.
«Non ci saranno scuse pubbliche, Vanessa. E non ci sarà alcun perdono.» Alessandro infilò la mano nella tasca interna dello smoking e tirò fuori un piccolo telecomando per il sistema audio della sala, che il DJ gli aveva affidato per i discorsi. Premette un tasto, spegnendo la musica classica di sottofondo che ancora suonava debolmente. Il click risuonò come un colpo di pistola.
«Signore e signori,» annunciò Alessandro, la sua voce ora amplificata dagli altoparlanti, riempiendo ogni angolo della sala sfarzosa. «Vi chiedo scusa per avervi fatto viaggiare fin qui e per avervi fatto indossare i vostri abiti migliori. Ma il matrimonio è annullato. Potete godervi il cibo e le bevande, o potete tornare alle vostre case. Ma non ci sarà nessuna cerimonia. Non sposerò questa donna. Mai.»
Un grido strozzato sfuggì dalle labbra di Vanessa. Cadde letteralmente in ginocchio, l’abito di seta bianca che si macchiava nel lago di champagne e frammenti di vetro. «No! Non puoi farlo! Gli inviti, la stampa, le nostre famiglie! Mi stai umiliando davanti a tutti!»
«Tu ti sei umiliata da sola nel momento in cui hai alzato le mani su un’altra persona,» rispose lui impassibile.
Il padre di Vanessa, Arthur, un uomo d’affari sull’orlo della bancarotta che aveva scommesso tutto sull’unione con i De Luca, scattò in piedi dal tavolo d’onore, rosso in viso.
«De Luca, ascoltami bene! Non puoi piantare in asso mia figlia all’altare per un capriccio! Abbiamo firmato dei contratti, questo ricevimento costa una fortuna!»
Alessandro si voltò verso di lui, e per la prima volta un sorriso amaro e spietato gli curvò le labbra.
«Arthur. Sono molto felice che tu abbia menzionato i costi.» Alessandro fece un passo avanti, la sua presenza riempiva la stanza. «C’è un’altra verità, un ultimo piccolo dettaglio che voi e la vostra deliziosa famiglia avete trascurato mentre eravate troppo occupati a cercare di manipolarmi per salvare la vostra azienda fallita.»
Arthur sbiancò. Tutti i presenti pendevano dalle labbra di Alessandro.
«Voi credevate che la mia famiglia possedesse “qualche albergo”. Non vi siete mai presi la briga di fare una vera ricerca perché eravate troppo accecati dall’idea di mettere le mani sul mio conto in banca. Questo hotel,» Alessandro allargò le braccia, indicando gli stucchi d’oro, i lampadari di cristallo e la sala immensa, «l’Hotel Imperial, e l’intera catena a cui appartiene… è di proprietà della mia famiglia. Più precisamente, le quote di maggioranza appartengono a Emily, ereditate direttamente dal nostro defunto nonno.»
La stanza sprofondò in un silenzio ancora più tombale del precedente. Emily si raddrizzò, la spina dorsale dritta, l’espressione fiera e implacabile di una vera CEO. Non sembrava più una cameriera spaventata; sembrava una regina in incognito.
«E sai qual è la parte più divertente, Arthur?» continuò Alessandro, godendosi ogni secondo della distruzione dell’arroganza di quella famiglia. «Tutto questo matrimonio, dal fiorista al catering, dalle stanze degli ospiti al vino francese che state bevendo, è stato messo sul conto della casa. Sulla fiducia. Perché io ve l’avevo concesso, sapendo dei vostri “problemi di liquidità”. Ma dal momento che tua figlia ha appena aggredito la proprietaria dell’edificio in cui vi trovate, i privilegi di credito sono stati revocati con effetto immediato.»
Alessandro guardò l’orologio. «Avete esattamente trenta giorni per saldare la fattura di questo evento e pagare il conto delle suite in cui state alloggiando. La stima, se non ricordo male, ammonta a circa duecentocinquantamila euro. In caso contrario, i nostri avvocati procederanno con il pignoramento dei vostri ultimi beni.»
Arthur si portò una mano al petto, crollando su una sedia. Eleanor iniziò a singhiozzare istericamente, sventolandosi il viso con le mani per non svenire.
Vanessa, ancora in ginocchio sui vetri rotti, guardò Alessandro con gli occhi spalancati, il trucco sbavato che le rigava il viso, rendendola grottesca. «Alessandro… ti amo. Ti prego. Non farmi questo.»
«L’amore richiede rispetto, Vanessa. E tu non sai nemmeno cosa significhi questa parola.»
Alessandro si voltò e guardò Emily. Tutta la durezza scomparve dai suoi occhi, sostituita da un affetto protettivo. «Andiamo via da qui, Emi. Penso che la tua sorpresa per oggi sia stata anche troppo movimentata.»
Emily annuì. Senza degnare di un ultimo sguardo la sposa a terra, la ragazza si girò. Alessandro le mise un braccio intorno alle spalle. I due fratelli camminarono lungo la navata centrale della sala, la stessa navata che Vanessa avrebbe dovuto percorrere trionfante. Gli ospiti si fecero da parte in religioso silenzio, abbassando lo sguardo in segno di rispetto, mentre i De Luca lasciavano la stanza.
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