Salvatore avanzò lentamente. Non tolse mai gli occhi da Vanessa, né l’arma dalla sua figura tremante, mentre si abbassava per raccogliere il cofanetto. Il velluto era logoro, antico. Lo riconobbe immediatamente. Era un carillon che aveva regalato a Isabella durante la loro luna di miele in Francia, un oggetto che credeva fosse andato perduto nel trasloco dopo la sua morte.

Con un movimento fluido, aprì il coperchio. Il meccanismo musicale era stato strappato via. Al suo posto c’erano un mazzetto di lettere scritte a mano, una piccola fiala di vetro vuota e un foglio ripiegato, marchiato con il logo di un laboratorio tossicologico clandestino svizzero.

Salvatore abbassò la pistola, tenendola comunque lungo il fianco, pronta, mentre con la mano sinistra apriva il primo foglio. Era la grafia elegante e sottile di Isabella.

Se qualcuno sta leggendo queste parole, significa che non ce l’ho fatta. Significa che il veleno ha vinto.

Il respiro di Salvatore si fermò. La stanza divenne improvvisamente asfissiante. Continuò a leggere, i suoi occhi che divoravano le righe macchiate da lacrime vecchie di quattro anni.

Da mesi mi sento debole, il mio cuore perde colpi. Ho creduto fosse lo stress, finché non ho trovato le gocce nel tè che Vanessa mi preparava con tanta cura ogni pomeriggio. Ho mandato un campione di sangue in Svizzera. Il referto è qui dentro. Aconitina. Un estratto letale, lento, inarrestabile se somministrato a piccole dosi. Sta distruggendo il mio miocardio. Vanessa sorride, mi stringe la mano, e mi sta uccidendo lentamente sotto il naso di mio marito. Vuole il potere, vuole il trono, e sa che finché vivo io, non potrà mai averli.

Non posso dirlo a Salvatore. Vanessa mi ha minacciata. Ha detto che se parlo, se gli rivelo la verità, suo padre scatenerà una guerra di mafia che ridurrà la città in cenere, e che in quel caos, Nicholas “potrebbe avere un incidente”. Non posso permettere che mio figlio muoia. Devo sacrificare me stessa per proteggerlo. Nasconderò questa scatola sotto le assi del pavimento della vecchia stanza dei giochi, sperando che un giorno, quando sarà più grande, Nicholas possa trovarla e capire quanto lo amavo. Perdonami, Sal. Ti amerò per l’eternità.

Il foglio tremò tra le dita di Salvatore. Guardò il referto tossicologico. Poi guardò la fiala vuota.

Per quattro anni aveva pianto una morte naturale. Per quattro anni aveva convissuto con l’assassina di sua moglie, facendola sedere al suo tavolo, permettendole di toccare suo figlio. E quel giorno, Nicholas doveva aver trovato la scatola blu nel suo vecchio nascondiglio. Vanessa lo aveva sorpreso, capendo subito cosa fosse, e aveva cercato di ucciderlo spingendolo dalle scale prima che potesse parlarne.

Il silenzio che seguì fu più terrificante di qualsiasi urlo. Salvatore ripose i fogli nella scatola blu, la chiuse con uno scatto secco e la mise con cura nella tasca del suo lungo cappotto.

Ripose lentamente la Beretta nella fondina.

Vanessa, vedendo l’arma sparire, sembrò riprendere un briciolo di speranza folle e disperata. “Salvatore, ascoltami, era la guerra! Mio padre voleva un’alleanza, ma non si fidava di te, non finché avevi Isabella! È stata una mossa calcolata, l’ho fatto per noi, per la stabilità delle nostre famiglie! Tu sei un boss, tu capisci questo linguaggio!”

“Sì,” rispose Salvatore, in un sussurro rauco e demoniaco. “Io capisco questo linguaggio.”

Fece un passo verso di lei. Vanessa indietreggiò fino a sbattere contro il muro di pietra accanto al camino.

“E Nicholas?” mormorò Salvatore, il viso a pochi centimetri da quello di lei, i suoi occhi che sembravano buchi neri capaci di risucchiare l’anima. “Un bambino di sei anni. Era una mossa politica anche cercare di spezzargli il collo sulle scale?”

“Io… io ho avuto paura! Lui aveva visto le carte… non potevo permettere che tu… che tu scoprissi…”

“Che tu sei un cancro,” concluse Salvatore per lei. La sua voce era completamente priva di umanità. La trasformazione era completa. In quel momento, nella stanza non c’era un marito, non c’era un padre. C’era solo Il Diavolo di New York, l’uomo che aveva costruito un impero sul sangue e sulla cenere.

Salvatore si voltò verso la porta sventrata. “Vincenzo!” chiamò.

Il gigantesco luogotenente apparve sulla soglia quasi istantaneamente, seguito da altri due soldati pesantemente armati.

“Prendetela,” ordinò Salvatore, sistemandosi i gemelli d’oro ai polsi senza nemmeno guardare la moglie che si dimenava e urlava. “Portatela nelle vecchie celle frigorifere sotto il porto, quelle dismesse dal cartello russo.”

“No! Salvatore, ti prego! Mio padre ti ucciderà! L’intera famiglia Moretti muoverà guerra!” strillò Vanessa mentre gli uomini di Vincenzo la afferravano senza alcuna delicatezza, bloccandole le braccia dietro la schiena.

Salvatore si fermò sulla soglia, voltandosi a metà. Il suo profilo era tagliente, un’ombra spietata contro la luce del corridoio. “Lascia che i Moretti muovano guerra. Radrò al suolo l’intero loro albero genealogico, iniziando dai più vecchi e scendendo fino all’ultimo bastardo che porta il loro nome. Sarà il più grande massacro che questa città abbia mai visto dal Proibizionismo. E quando tuo padre ti cercherà, Vanessa…” Salvatore abbozzò un sorriso glaciale che non raggiunse gli occhi. “…gli manderò i tuoi resti un pezzo alla volta. Iniziando dalle tue preziose mani.”

Vanessa iniziò a urlare, un suono acuto e bestiale, finché uno degli uomini non le premette uno straccio imbevuto di cloroformio sulla bocca. Il suo corpo si accasciò, floscio e inerte.

“Vincenzo,” disse Salvatore, mentre passava accanto al suo luogotenente. “Che non muoia velocemente. Assicurati che ogni secondo per i prossimi quattro anni sia un’agonia che le faccia implorare la morte.”

“Sì, Boss,” rispose Vincenzo, un oscuro luccichio di rispetto e obbedienza negli occhi.

Rinascita nelle Ombre

Tre giorni dopo, il sole autunnale cercava coraggiosamente di farsi largo tra le nuvole grigie, filtrando attraverso la grande finestra della camera d’ospedale. L’odore pungente di disinfettante sembrava essersi leggermente attenuato, sostituito dal profumo di un enorme mazzo di gigli bianchi – i fiori preferiti di Isabella – appoggiati sul comodino.