“E per quanto riguarda Vanessa?” chiese Vincenzo, esitando solo per una frazione di secondo.
Gli occhi di Salvatore si indurirono, trasformandosi in schegge di granito. “Andiamo a farle visita.”
Capitolo 3 – Echi di Ghiaccio
Le celle frigorifere dismesse sotto il porto di Brooklyn erano un labirinto di cemento armato, ruggine e oscurità. Un tempo usate dalla mafia russa per conservare carne di contrabbando – e occasionalmente cadaveri scomodi – ora erano il dominio privato di Salvatore.
L’odore di salsedine, sangue rappreso e ammoniaca era opprimente. Quando la pesante porta d’acciaio della cella numero 4 fu aperta, lo stridio dei cardini arrugginiti riecheggiò come un lamento infernale. All’interno, la temperatura era vicina allo zero. Una singola lampadina a incandescenza pendeva dal soffitto, proiettando ombre tremolanti.
Vanessa era incatenata a una sedia di metallo saldata al pavimento. I suoi vestiti di alta moda, un tempo simbolo del suo inavvicinabile status sociale, erano ora stracci sporchi e laceri. Il suo viso perfetto era scavato, le labbra spaccate dal freddo e dalla disidratazione, i capelli biondi opachi e appiccicati alla fronte. Quando vide Salvatore, un fremito di terrore puro e animale le scosse l’intero corpo.
Salvatore entrò a passi lenti, il suono delle sue scarpe di pelle italiana che rimbombava nel silenzio glaciale. Dietro di lui, Vincenzo rimase sulla soglia, immobile come una statua di pietra.
“Salvatore…” gracchiò Vanessa. La sua voce era irriconoscibile, graffiata dai giorni passati a urlare nel vuoto. “Ti prego… fa’ che finisca. Ti prego.”
Lui si fermò a un metro da lei. Non c’era trionfo nel suo sguardo, solo un vuoto inesorabile. Tirò fuori dalla tasca interna del cappotto un piccolo oggetto cilindrico e lo fece rotolare sul pavimento di cemento. Si fermò proprio contro la scarpa rovinata di Vanessa. Era il sigillo d’oro della famiglia Moretti, l’anello che portava suo zio, il braccio destro di suo padre. Era incrostato di sangue secco.
Gli occhi di Vanessa si sgranarono, fissando l’anello come se fosse un serpente a sonagli.
“La tua famiglia è polvere, Vanessa,” sussurrò Salvatore, la sua voce liscia e letale come la lama di un rasoio. “Tuo padre, Carlo, è rintanato come un ratto nell’ultimo dei suoi rifugi nel Queens. Tutti i suoi uomini migliori sono morti. Le sue attività sono cenere. Non verrà a salvarti. Nessuno sa che sei qui, e se lo sapessero, non avrebbero il coraggio di venire a prenderti.”
“Io… io non volevo uccidere Nicholas,” singhiozzò lei, le lacrime che le congelavano quasi istantaneamente sulle guance pallide. “È stato un incidente! Io volevo solo…”
“Tu volevi distruggere le uniche cose pure che avessi mai avuto,” la interruppe lui, la voce improvvisamente carica di un’ira oscura che fece tremare le pareti stesse. Si chinò in avanti, afferrandole il mento con una mano coperta da un guanto di pelle nera. “Hai sorriso a mia moglie, hai finto di essere sua sorella, e l’hai avvelenata. Goccia dopo goccia. L’hai guardata morire. Hai dormito nel suo letto. Hai baciato suo figlio. Tu non sei umana, Vanessa. Sei un’infezione.”
“L’ho fatto per noi! Per il potere!” urlò lei, la disperazione che rasentava la follia. “Tuo figlio sarebbe cresciuto debole con lei! Isabella era troppo morbida per questo mondo! Io… io potevo darti un erede vero! Potevamo dominare tutto!”
Salvatore la lasciò andare con disgusto, pulendosi il guanto con un fazzoletto che poi gettò a terra. “Isabella aveva più forza nel suo ultimo respiro di quanta tu ne abbia in tutto il tuo corpo. Ha sacrificato se stessa per proteggere nostro figlio dalla tua rabbia velenosa. Ha nascosto la verità sapendo che avresti ucciso Nicholas se l’avessi smascherata allora. È morta nel terrore per salvargli la vita. E tu osi chiamarla debole.”
Si voltò, allontanandosi verso la porta. “Tienila sveglia,” ordinò a Vincenzo senza voltarsi indietro. “E abbassa la temperatura di altri tre gradi.”
Mentre la pesante porta d’acciaio si chiudeva, recidendo le ultime urla disperate di Vanessa, Salvatore sentì un peso enorme che gli schiacciava il petto. La vendetta non stava riportando indietro Isabella, ma stava lentamente chiudendo il cerchio dell’inferno in cui Vanessa li aveva gettati.
Capitolo 4 – La Rinascita della Tenuta Vance
Il giorno in cui Nicholas tornò a casa, la tenuta era cambiata. I pesanti cancelli di ferro si aprirono per accogliere non un prigioniero, ma il principe legittimo. Salvatore aveva licenziato metà della servitù, quella assunta da Vanessa, sostituendola con persone di assoluta fiducia e devozione, per lo più vedove e parenti di suoi uomini fedeli caduti in passato, persone che sapevano cosa significasse la lealtà e la cura.
Le finestre, da cui Vanessa faceva sempre filtrare solo una luce severa e grigia, erano ora spalancate per lasciar entrare i raggi dorati del sole d’autunno. Le orchidee velenose di cui la donna si circondava erano state sradicate, sostituite da decine di vasi di gigli bianchi e rose rampicanti.
Quando l’autista aprì la portiera, Salvatore prese suo figlio tra le braccia, sollevandolo con una delicatezza assoluta per non premere sulle costole ancora in via di guarigione, e lo portò dentro casa superando il foyer. C’era un tappeto persiano nuovo a coprire le scale. Il sangue era stato lavato via, ma Salvatore sapeva che quella macchia sarebbe rimasta impressa per sempre nella sua memoria.
Portò Nicholas nella sua camera da letto, una stanza enorme che fino a poche settimane prima sembrava asettica come una stanza d’albergo, ma che ora era stata riempita di giocattoli, nuovi libri, un gigantesco telescopio per guardare le stelle e una coperta di lana morbida cucita a mano.
“Siamo a casa, piccolo,” sussurrò Salvatore, adagiandolo sul letto e rimboccandogli le coperte.
Nicholas si guardò intorno. C’era un senso di pace che non aveva mai provato in quelle mura. “Vanessa non c’è più?” chiese, per l’ennesima volta, come se avesse bisogno di continue conferme.
“Non c’è più, Nicholas. Nessuno farà più male a te o a papà.”
Nicholas annuì. Poi, con gli occhi grandi e seri, indicò la tasca del gilet del padre. “La scatola.”
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