Si erano rintanati in un motel a tre stelle fuori città, pagando in contanti con i pochi soldi che mia madre aveva trovato nelle sue borse firmate. La tensione tra loro era esplosa quasi subito. Charles accusava Elaine di aver viziato Madison e assecondato le sue folli spese architettoniche; Elaine incolpava Charles di non aver letto le scartoffie legali o di non aver corrotto il giudice giusto. Erano topi in gabbia, costretti a divorarsi a vicenda.
Ma la peggio la ebbe Madison.
Privata della sua carta di credito platino, del suo attico e, soprattutto, della sua illusione di superiorità, subì un crollo nervoso pubblico. Cercò di presentarsi al suo circolo di tennis esclusivo, pretendendo di cenare sul conto del suo (ormai ex) ricco fidanzato, un banchiere che l’aveva scaricata con un laconico messaggio non appena i giornali avevano pubblicato la notizia dello sfratto esecutivo. Fece una scenata, lanciò un bicchiere contro un cameriere e fu portata via dalla polizia locale, ripresa dai cellulari dei presenti. Il video divenne virale. La “Regina di Blackwood” ridotta a una furia scarmigliata e in lacrime sul retro di un’auto della polizia.
Io, invece, avevo una missione.
Con la struttura di vetro ormai ridotta in polvere e portata via, mi dedicai alla ricostruzione. Assunsi uno dei più rinomati architetti restauratori del paese, un uomo di nome Gabriel Thorne. Gabriel non era il tipico professionista in giacca e cravatta; aveva le mani callose di chi lavorava il legno da una vita, gli occhi scuri e attenti di uno studioso, e un profondo, quasi sacro rispetto per gli edifici storici.
Quando lo portai sulle fondamenta scoperte dell’ala ovest, gli porsi i vecchi progetti originali che avevo trovato nel caveau di Eleanor.
«Voglio che torni esattamente com’era,» gli dissi, incrociando le braccia contro il vento freddo di fine gennaio. «Non una replica approssimativa. Voglio gli stessi intarsi in mogano, lo stesso parquet a spina di pesce, la stessa angolazione per le finestre a bovindo. E, soprattutto, voglio il camino in pietra al suo posto, con il leone intatto.»
Gabriel passò i polpastrelli sulle vecchie cianografie, il suo sguardo che vagava sulle macerie. «Costruire qualcosa di nuovo è facile,» mormorò, con una voce profonda e ruvida che stranamente mi calmava. «Ricreare un’anima perduta richiede tempo, devozione e una quantità di denaro che spaventerebbe chiunque. Sei sicura di volerlo fare?»
«Non ho mai desiderato nient’altro in tutta la mia vita.»
I mesi che seguirono furono un periodo di rinascita spirituale per me. Mentre gli operai di Gabriel erigevano le impalcature e iniziavano a lavorare la pietra originale salvata dalla demolizione, io prendevo le redini del patrimonio finanziario della famiglia. O meglio, del patrimonio di Eleanor. Sotto la guida attenta e spietata di Thomas Sterling, imparai a leggere bilanci, a valutare investimenti immobiliari e a liquidare le società di comodo che mio padre aveva usato per finanziare il suo stile di vita dissoluto. Scoprii che Charles era stato non solo crudele, ma anche profondamente incompetente. Aveva dissanguato il capitale. Io lo feci risorgere, chiudendo accordi spietati e tagliando i rami secchi.
A maggio, lo scheletro dello studio era completato, e Gabriel e io passavamo le serate al centro della stanza ancora grezza, sotto la luce delle lampade da cantiere, bevendo tè caldo e studiando campioni di legno.
Lavorare con lui era diverso da qualsiasi interazione umana avessi mai avuto. Non mi giudicava per il mio passato, non era intimorito dalla mia improvvisa ricchezza, e non tollerava i miei momenti di cinismo.
«Tua nonna sapeva che il potere corrompe, vero?» mi chiese una sera Gabriel, spazzolando via la segatura da un pannello di mogano magnificamente intagliato.
«Sì. Ecco perché ha lasciato il potere a colei che era abituata a non averne affatto. Sperava che avrei saputo gestirlo meglio.»
Gabriel si voltò verso di me, i suoi occhi scuri fissi nei miei. «E tu credi di farcela? Stai ricostruendo questo posto per onorare lei, o per erigere un monumento alla caduta della tua famiglia?»
La sua domanda mi colpì come uno schiaffo, ma un colpo pulito, sincero. Guardai il legno massiccio, le pareti che prendevano forma. «All’inizio, confesso che era solo vendetta,» ammisi, la voce che tremava leggermente nell’aria fredda. «Volevo che soffrissero. Volevo cancellare ogni loro traccia da questa terra. Ma ora… ora voglio solo casa mia. Voglio il mio rifugio.»
Gabriel allungò una mano scabra e segnata dal lavoro, posandola delicatamente sulla mia guancia, sul punto esatto dove la pelle aveva sanguinato per il diamante di Madison. Il suo tocco era caldo e sicuro. «Allora faremo in modo che sia invulnerabile,» sussurrò.
Fuori da quel rifugio, tuttavia, i lupi stavano diventando disperati.
Arrivò l’estate. L’aria umida di agosto portò con sé una visita inaspettata.
Ero seduta nella biblioteca principale, esaminando dei documenti legali, quando il nuovo maggiordomo, un signore inglese impeccabile di nome Harrison che avevo assunto da poco, entrò con espressione turbata.
«Signorina, c’è un uomo al cancello principale. Sta facendo una scenata. Sostiene di essere suo padre e pretende di vederla. Ho detto alla sicurezza di non aprire, ma lui si rifiuta di andarsene.»
Chiusi il fascicolo con un tonfo secco. «Fallo entrare fino al portico frontale, Harrison. E chiedi a due guardie di restare a distanza di sicurezza.»
Uscii all’aperto. L’aria era pesante, carica di un imminente temporale estivo. Quando vidi l’uomo che si trascinava lungo il vialetto di ghiaia, a stento lo riconobbi. Charles Hastings era invecchiato di dieci anni in sei mesi. Il suo abito sartoriale era liso, le scarpe impolverate, i capelli grigi unti e disordinati. Non c’era traccia della sua arroganza spavalda; sembrava un guscio vuoto, uno spettro tormentato dalla sua stessa avidità.
Si fermò ai piedi dei gradini, guardando dal basso verso l’alto la figlia che aveva sempre disprezzato.
«Cosa vuoi, Charles?» chiesi, senza un briciolo di inflessione nella voce. Non lo chiamavo “padre” da quella fatidica cena.
Lui deglutì, le mani che gli tremavano lungo i fianchi. «Elaine è in ospedale. Ha avuto un principio di infarto due giorni fa. L’assicurazione sanitaria l’abbiamo persa con i conti… e l’ospedale pubblico… non è un posto per lei. Ti prego. Ho bisogno di soldi per trasferirla in una clinica privata. Solo un prestito. Ti firmerò qualsiasi cosa.»
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