Reid mi chiamava ostinatamente decine di volte al giorno, lasciando lunghi, lagnosi e patetici messaggi nella mia segreteria telefonica in cui piangeva a dirotto, implorando in ginocchio il mio perdono e la mia infinita comprensione materna.
Nei suoi messaggi vocali via via sempre più deliranti e disperati, giurava solennemente che avrebbe chiesto immediatamente il divorzio e lasciato la perfida Tessa, se solo io gli avessi dato una seconda possibilità, lo avessi richiamato e avessi riaperto il mio cuore generoso e, soprattutto, il mio grosso portafoglio.
Tessa, in un ridicolo e grottesco impeto di disperazione mescolata alla sua solita e insopprimibile avidità cronica, mi inviò persino una lunghissima e formale email all’indirizzo principale della segreteria della mia azienda in fase di acquisizione.
In quella patetica, sgrammaticata missiva elettronica, la nuora offriva una lunga serie di scuse vuote, retoriche e del tutto prive di reale pentimento morale.
Arrivava persino a incolpare vilmente lo stress emotivo della serata, presunti squilibri ormonali immaginari e un accusato eccesso di vino rosso d’annata per il suo comportamento verbale, da lei stessa sfacciatamente definito come ‘tragicamente e ingiustamente frainteso’.
Non mi degnai di rispondere a nessuno dei due, nemmeno con un monosillabo, e non feci neanche lo sforzo di esprimere la mia sacrosanta rabbia, perché oramai l’avevo superata del tutto.
Cancellai sistematicamente ogni singolo messaggio vocale lacrimoso senza ascoltarlo fino alla fine, archiviai definitivamente le loro lunghe email nel cestino del computer senza leggerle e bloccai definitivamente e permanentemente i loro due numeri di cellulare tramite il mio operatore telefonico di fiducia.
Non lo facevo certo per una infantile ripicca o per una qualche meschina rabbia repressa da vendicare, ma semplicemente perché la mia anima ferita era finalmente guarita da un’infezione letale durata decenni.
Non avevo mai più alcun bisogno di loro, né della loro finta devozione opportunistica, e sicuramente non volevo più essere l’ancora di salvezza di parassiti mascherati da parenti stretti.
Nathan, il mio fidato, brillante e sempre impeccabile avvocato di famiglia e d’azienda, venne di persona nel mio piccolo appartamento il piovoso martedì mattina successivo all’incidente scatenante.
L’uomo in abito grigio portava con sé una pesante borsa di cuoio marrone rigonfia all’inverosimile e una vera e propria, formidabile montagna di documenti legali scritti in piccolo da leggere accuratamente e firmare uno ad uno.
Quando la mia elegante penna stilografica d’oro siglò in modo deciso l’ultimo e definitivo contratto di vendita del mio impero logistico, lui ritirò soddisfatto i preziosi fogli, mi guardò intensamente e con affetto da sopra i suoi spessi occhiali da vista e sorrise dolcemente in mia direzione.
«Le mie più sincere e calorose congratulazioni formali, signora Wilma, da questo preciso istante in poi sei ufficialmente una delle donne d’affari in pensione più ricche, libere e indipendenti dell’intero stato.»
«Cosa pensi di fare adesso, nella pratica, con tutto questo improvviso tempo libero e questo stratosferico, smisurato capitale accumulato nel corso di un’intera vita di sacrifici?» mi chiese con genuina curiosità professionale mescolata a un sincero affetto umano nei miei confronti.
Fino a quel momento di riflessione condivisa non ci avevo ancora pensato con la dovuta attenzione che la situazione meritava, ma la risposta mi venne naturale, inaspettatamente limpida, fluendo come acqua di fonte dal profondo della mia anima rinata.
«Per quaranta, lunghi, interminabili anni della mia vita ho viaggiato in lungo e in largo esclusivamente per pressanti motivi pratici legati al noioso lavoro aziendale quotidiano,» dissi, guardando per un momento le mie stesse mani rugose, le quali portavano i segni indelebili e irrimediabilmente impressi dal tempo spietato, dallo stress psicologico e dalla fatica fisica incessante di chi ha costruito tutto dal nulla.
«Ho visto con i miei stessi occhi stanchi l’interno sporco di centinaia di magazzini industriali squallidi, ho camminato in enormi depositi di camion puzzolenti di gasolio e grasso, e ho presieduto sale riunioni anonime, fredde e del tutto identiche l’una all’altra sparse qua e là in quattro noiosi stati diversi della nazione.»
«Ora, mio caro e prezioso amico Nathan, voglio finalmente e liberamente vedere il resto del mondo vero, quello bello, brillante e incontaminato.»
«Voglio vedere con i miei occhi l’azzurro sconfinato e profondo dell’oceano aperto, voglio passeggiare a piedi nudi su infinite e calde spiagge tropicali e voglio respirare l’aria salmastra al mattino presto, bevendo caffè pregiato.»
«Voglio mangiare lentamente, masticando con gioia, in ristoranti meravigliosi in cui il personale mi serve con classe per il semplice, squisito piacere di farlo e per la mia gentilezza.»
«Non voglio mai più mangiare in posti in cui sono stata costretta a pagare segretamente conti astronomici per essere poi a malapena tollerata dalla mia stessa, ingrata famiglia in uno sgabuzzino o in un corridoio.»
E così, in modo rapido e metodico, mantenni scrupolosamente ogni singola, silenziosa promessa fatta a me stessa in quel fatidico giorno della liberazione.
Vendetti il mio modesto e polveroso appartamento situato al secondo piano in ombra su Sycamore Street in meno di due brevi e frenetiche settimane di trattative.
Donai con profonda e immensa gioia la maggior parte dei miei vecchi mobili ingombranti e graffiati, e cedetti in blocco tutti i miei tristi, formali vestiti di colori scuri a un rifugio locale per donne in grave difficoltà economica.
Acquistai un guardaroba completamente nuovo, fatto su misura e raffinato, composto da dozzine di capi realizzati in morbida seta, lino fresco di alta sartoria e brillanti colori vivaci che ricordavano la primavera.
Erano abiti stupendi che per innumerevoli anni mi ero ostinatamente negata, pensando a torto di non meritare l’attenzione di nessuno e di dover semplicemente sfumare nello sfondo grigio dell’esistenza altrui.
Guidata dai preziosi consigli di un eccellente agente immobiliare di lusso, acquistai pagando rigorosamente in contanti una villa luminosa, immensa e ariosa situata direttamente sulle scogliere della costa pacifica.
In quella casa meravigliosa e piena di ampie vetrate, il suono costante e rilassante delle onde del mare si infrange contro gli scogli scuri e culla dolcemente ogni mattina le mie nuove, lente giornate, cancellando del tutto dalla mia mente le mie logoranti passate preoccupazioni per le scadenze lavorative.

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