Erano diventati per me, dopo tutto il processo di elaborazione emotiva che avevo vissuto in quei mesi, semplicemente dei freddi fatti clinici della vita, delle conseguenze logiche, giuste e del tutto naturali scaturite organicamente dalle loro pessime, arroganti e crudeli azioni di quella sera al ristorante.
Erano ormai per me eventi totalmente, irreparabilmente e felicemente scollegati dalle mie sensibili emozioni interiori, echi lontani di una vita precedente in cui non mi riconoscevo più affatto.
Ero finalmente, gloriosamente e definitivamente libera dal mio distruttivo bisogno cronico, quasi patologico e compulsivo, di intervenire all’ultimo minuto con il mio denaro e di salvarli sempre dall’inevitabile baratro verso cui correvano.
Avevo trascorso scioccamente la maggior parte e i migliori anni della mia preziosa esistenza adulta a limitare costantemente me stessa, censurando le mie opinioni per non ferire nessuno, e provando strenuamente a compiacere sempre e solo le pressanti aspettative degli altri.
Mi ero sforzata enormemente, anno dopo anno, di essere semplicemente la madre silenziosa, obbediente e sottomessa di Reid o il capo autoritario, inarrestabile, forte e solitario della Tate Freight.
Oggi, invece, alla serena, bellissima e saggia età di settant’anni suonati, guardandomi soddisfatta nel grande specchio del corridoio della mia tenuta, posso dire con enorme orgoglio e un radioso sorriso di essere finalmente e solamente me stessa: la donna chiamata Wilma.
Ho imparato, a mie ingentissime spese, sputando lacrime amare e inghiottendo mortificazioni, che la presunta invisibilità sociale non è una condanna crudele o un castigo divino imposto ingiustamente e forzatamente dalla cattiveria o dall’indifferenza sistematica degli altri.
L’invisibilità sociale è, invece, un pesante, asfissiante e rassicurante mantello grigio che noi stesse, nel nostro intimo, scegliamo volontariamente e perversamente di indossare addosso ogni mattina.
Lo facciamo quando, per paura dei conflitti, per eccessiva codardia o per troppo folle e cieco amore materno, dimentichiamo volutamente il nostro autentico, brillante, insostituibile e formidabile valore come esseri umani autonomi.
Tessa, con la sua abissale miseria d’animo, aveva stupidamente, ciecamente e crudelmente cercato di usare questa mia presunta invisibilità debole contro di me in pubblico, impugnandola come un’arma affilata, tagliente e letale per farmi rimpicciolire ulteriormente e umiliarmi definitivamente davanti a tutti i potenti dirigenti della città.
Voleva, con il suo gesto plateale e squallido, costringermi sadicamente a scomparire in fretta e silenziosamente in lacrime, andandomi a nascondere nel freddo bagno di servizio di un ristorante di lusso, il tutto solo per non disturbare visivamente e socialmente la sua patetica parata di insulsa vanità borghese.
Invece, senza saperlo minimamente e sottovalutando la mia proverbiale pazienza, quella donna sciocca e superficiale ha premuto accidentalmente il grosso interruttore rosso dell’autostima che ha scatenato su di loro la devastante, violenta tempesta purificatrice.
Una tempesta che, in un battito di ciglia, ha spazzato via per sempre la loro finta, fragile, imbarazzante e disgustosa illusione di perfezione mondana costruita sui soldi altrui.
Ora, mentre mi siedo comodamente sulla spaziosa e assolata terrazza di legno pregiato della mia bellissima, luminosa nuova casa, con una tazza fumante del mio costoso tè esotico preferito stretta nella mano sinistra e la fresca, salmastra brezza pomeridiana dell’oceano aperto che mi accarezza dolcemente il viso rilassato, guardo l’orizzonte azzurro e infinito che si staglia imponente di fronte ai miei occhi sorridenti.
Su questa meravigliosa e immensa terrazza esposta al sole, non c’è assolutamente, categoricamente nessuna sedia vuota accanto a me che attenda invano di essere riempita per compiacere l’approvazione di qualcun altro che mi disprezza.
C’è, al contrario, solo spazio immenso, aperto, libero e calorosamente accogliente per chiunque io scelga spontaneamente, di mia sponte, di far sedere vicino a me, e solo se lo farà dimostrando genuino, profondo rispetto e sincero, disinteressato affetto nei confronti della mia preziosa persona.
Non ho mai più bisogno, né ora né in futuro, di nascondere il mio amato nome di battesimo, né la mia strabiliante disponibilità economica, sulle prestigiose prenotazioni dei migliori ristoranti in circolazione o in nessun altro ambito pratico e sociale della mia nuova vita.
Non ho più alcun disperato, logorante, tossico bisogno interiore di tacere, di fare un passo indietro e di rimanere costantemente nell’ombra polverosa per permettere falsamente ad altre persone ingrate di brillare di una luce riflessa che non appartiene loro e che non hanno mai minimamente meritato di proiettare.
La mia voce interiore, così come quella esteriore che da oggi in poi uso orgogliosamente e quotidianamente per parlare con il mondo che mi circonda, ora è straordinariamente limpida, forte come il tuono, sicura come l’acciaio e meravigliosamente piena di inarrestabile vitalità giovanile.
E la cosa più bella, dolce, catartica, infinitamente liberatoria ed esaltante di tutta questa mia lunga, complessa e per anni silenziosamente dolorosa vicenda umana, risiede nella profonda comprensione di una singola, semplice e fondamentale verità della vita.
Ovunque io decida di viaggiare e andare liberamente d’ora in poi per il resto della mia prospera vita, in qualsiasi lussuosa stanza di albergo, grande nazione straniera o complessa situazione mondana io scelga con coscienza di entrare a far parte, il potere decisionale assoluto resta sempre e soltanto nelle mie mani, e non me lo lascerò mai più sottrarre da anima viva sulla terra.
Sono sempre io, e soltanto l’insostituibile me stessa, forte della mia saggezza raggiunta a caro prezzo, a decidere esattamente, in piena autonomia e con assoluta, incrollabile certezza del mio enorme valore, dove, in quale posto, con chi, e soprattutto come, sedermi al tavolo della mia vita per gustarmi in santa pace la mia meritata porzione di felicità duratura.
Non importa quanto possa sembrare emotivamente devastante, spaventoso, estremamente doloroso e oggettivamente difficile nei primissimi giorni di smarrimento o nelle prime drammatiche ore di strappo relazionale, ma l’atto chirurgico della recisione è essenziale per la sopravvivenza.

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