Con il vitale, sapiente e indispensabile aiuto legale di Nathan, ho istituito regolarmente la ‘Tate Foundation’, un’organizzazione filantropica generosamente finanziata con decine di milioni di dollari e dotata di un solido, incorruttibile consiglio di amministrazione formato da esperti di carità.
La mia amata fondazione è strettamente e rigorosamente dedicata a finanziare in modo mirato piccole, promettenti imprese avviate esclusivamente da donne single coraggiose.
È un ente nato per aiutare madri lavoratrici che, proprio come me in tempi lontani e difficili, non hanno nient’altro a disposizione nella loro vita di sacrifici che un’idea brillante nella testa e una determinazione forgiata nel puro acciaio per realizzarla.
Subito dopo aver sistemato meticolosamente ogni singolo dettaglio degli affari legali in patria, ho preparato personalmente i miei nuovi e lussuosi bagagli firmati e ho iniziato finalmente a viaggiare in prima classe, servita e riverita in tutto il mondo.
Sono andata nella splendida, soleggiata Italia per un mese intero di vacanza, perdendomi felicemente e volontariamente passeggiando per le antiche, magiche e tortuose strade di ciottoli risalenti ai romani di Roma e per i ponti storici di Firenze.
Ho assaporato il vero cibo tradizionale cucinato con passione e il superbo gelato artigianale seduta languidamente all’ombra nelle piazze storiche affollate, godendo dell’arte rinascimentale.
Non ho mai dovuto guardare il mio orologio con l’ansia dei minuti contati o fermarmi per rispondere alle fastidiose, estenuanti chiamate di un figlio in perenne, drammatica crisi esistenziale e costantemente a caccia di liquidità per salvarsi dai debiti.
Ho successivamente visitato i remoti, silenziosi santuari shintoisti e gli antichi, maestosi templi in Giappone durante il magico e poetico periodo della meravigliosa fioritura dei ciliegi primaverili.
Proprio in quel paese così lontano ho trovato una pace spirituale profonda, zen e fortemente radicata che non avevo mai nemmeno sfiorato nella mia caotica, iperattiva vita precedente di instancabile imprenditrice della logistica pesante.
Ho in seguito camminato a piedi nudi sulle immense, nere e selvagge spiagge vulcaniche della remota Nuova Zelanda, sentendo il forte, impetuoso vento gelido e salato dell’oceano antartico scompigliarmi felicemente i corti capelli bianchi che ora mostro con orgoglio.
Mi sono persino sorpresa spessissimo a ridere da sola a crepapelle e ad alta voce, passeggiando sulle scogliere, per la pura, disarmante e semplice gioia di esistere e di essere l’unica, vera e incontrastata padrona del mio stesso tempo.
Nel frattempo, attraverso i report regolari e precisi del mio informatissimo Nathan, ho continuato mio malgrado a ricevere aggiornamenti, del tutto non richiesti da parte mia ma forse inevitabili per via delle mie precedenti conoscenze comuni in città, sulla tragica e inarrestabile parabola discendente della vita coniugale e professionale dei miei carnefici, Reid e Tessa.
Il contraccolpo sociale, economico e soprattutto professionale scaturito da quella disastrosa e umiliante sera al ristorante fu per loro assolutamente immediato e indicibilmente brutale su tutti i fronti possibili.
La prestigiosa, rigida e rinomata azienda di logistica in cui l’ingrato Reid lavorava, esaminando attentamente la faccenda attraverso gli occhi dei suoi superiori, ritenne unanimemente che il suo debole comportamento denotasse una profonda, insanabile mancanza di vera leadership carismatica, di coraggio manageriale e di fondamentale integrità morale.
Senza troppe formali cerimonie o preavvisi, il comitato esecutivo al completo trovò rapidamente un solido, inattaccabile pretesto burocratico legale per annullare ufficialmente e revocare con effetto immediato la sua tanto sudata, desiderata e pubblicizzata promozione a vicepresidente.
Mio figlio Reid fu spietatamente declassato di livello e spostato di peso in un ruolo aziendale del tutto marginale, grigio e intellettualmente mortificante.
Fu letteralmente e fisicamente isolato in un ufficio piccolo, senza finestre, lontano dai colleghi potenti che lo avevano appena visto fallire miseramente come uomo ancor prima che come abile, astuto dirigente in ascesa.
Tessa, dal canto suo, fu crudelmente privata dall’oggi al domani del prestigio sociale fasullo che tanto bramava e dei fondi bancari apparentemente illimitati che io avevo sempre, scioccamente e segretamente, garantito dietro le quinte tramite infiniti e cospicui bonifici.
In poche, durissime settimane di stress e litigi furibondi, la nuora divenne la sbiadita ombra sfiorita e disillusa di se stessa, vittima consenziente della sua stessa, vuota superficialità mondana.
Le cosiddette amiche dell’alta borghesia locale che credeva scioccamente di avere, donne altrettanto vuote, calcolatrici e avide quanto lei, la scaricarono e la ignorarono senza alcuna minima pietà umana.
Si allontanarono rapidamente da lei come se fosse affetta dalla peste non appena compresero chiaramente che la sua altezzosa, fastidiosa aura di superiorità elitaria non era più sostenuta e giustificata da un reale e sostanzioso potere economico alle spalle e che il nome di suo marito era ormai diventato tossico nel ristretto e pettegolo mondo aziendale.
Il loro superficiale e stanco matrimonio, che in fondo al cuore era sempre stato costruito più sulla comodità finanziaria, sulle apparenze e sull’immagine pubblica perfetta che sul vero, puro amore reciproco, iniziò a sgretolarsi rumorosamente pezzo dopo pezzo sotto il peso insostenibile e schiacciante dei nuovi debiti contratti e degli aspri rimpianti accumulati.
Ho sentito dire di recente da alcuni conoscenti che, severamente pressati dalle minacce legali di creditori inferociti e dalle banche, alla fine i due coniugi hanno dovuto vendere in tutta fretta, e in grave perdita, la loro enorme, ostentata e pacchiana casa di lusso con piscina.
Si sono dovuti rassegnare a trasferirsi in fretta e furia, portando via scatoloni in un modesto furgone a noleggio, in un quartiere molto più umile, economico e tristemente periferico della vasta città.
È un posto non molto diverso, in termini di status sociale, da quello in cui vivevo io umilmente su Sycamore Street proprio nel periodo in cui stavo segretamente e generosamente pagando con il mio duro lavoro per sovvenzionare la loro ridicola e costosissima illusione di grandezza nobiliare.
Ma vi assicuro sinceramente che queste notizie, per quanto indubbiamente deprimenti da ascoltare per chiunque altro, non mi davano alcuna gioia maligna, né mi esaltavano in una sorta di sinistra vendetta compiuta, né tantomeno mi rattristavano o mi facevano provare compassione materna per il loro penoso destino.
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