Capitolo 7: L’Eredità del Sangue e dell’Inchiostro
Tre anni dopo, il tintinnio dei calici di cristallo riempiva l’aria del salone principale della tenuta di Lenora. Era una serata di inizio estate, l’aria profumava di gelsomino e le grandi porte finestre erano aperte sui giardini illuminati. Kalista si guardò riflessa in uno specchio con cornice dorata: l’abito da sera blu notte le scivolava addosso con un’eleganza severa, ma il suo accessorio più importante non era la collana di diamanti che Lenora le aveva regalato per la laurea. Era la spilla a forma di bilancia, simbolo del superamento dell’esame di abilitazione alla professione forense.
Ora era l’Avvocato Kalista Vance.
Lenora era seduta su una poltrona di velluto cremisi al centro della stanza, circondata dai membri del consiglio di amministrazione della Vance Holdings, l’impero immobiliare e finanziario che aveva fondato quarant’anni prima. I capelli di Lenora erano ormai completamente bianchi, un’aureola di neve filata che le conferiva un’aura di maestà incontrastata. Nonostante l’età e l’artrite che le aveva rallentato i movimenti, il suo sguardo rimaneva affilato come quello di un falco.
“Un brindisi,” annunciò Arthur Pendelton, sollevando il suo calice. Il vecchio avvocato era ormai prossimo alla pensione, ma aveva ritardato il suo ritiro solo per fare da mentore a Kalista. “Alla nostra nuova associata, e alla futura guardiana di questa famiglia.”
“A Kalista!” fecero eco i presenti.
Kalista sorrise, avvicinandosi a Lenora e sfiorandole la spalla con affetto. Ma dietro i sorrisi e la celebrazione, c’era un’ombra che nessuno osava menzionare. Un’ombra che portava il nome di Thatcher.
La sua condanna a cinque anni era stata ridotta per buona condotta. Il giorno precedente, i documenti legali sulla scrivania di Kalista le avevano confermato l’inevitabile: Thatcher Vance era stato rilasciato sulla parola.
“Stai pensando a lui, vero?” mormorò Lenora, la voce così bassa che solo Kalista poté sentirla. Non le sfuggiva mai nulla.
“Non voglio che rovini la tua serata, zia,” rispose Kalista, stringendo il gambo del calice. “La sicurezza della tenuta è stata raddoppiata. Non può avvicinarsi a te.”
“Non è per la mia incolumità che mi preoccupo, bambina mia,” disse Lenora, fissando il liquido ambrato nel suo bicchiere. “Thatcher non è un uomo coraggioso. Non oserà un attacco frontale. Ma è un uomo disperato. E gli uomini disperati, quando vengono messi all’angolo, scavano tunnel sotterranei pur di fuggire o colpire. Devi essere pronta, Kalista. L’esame di stato ti ha preparata per i tribunali, ma non per il veleno di chi condivide il tuo stesso sangue.”
Kalista annuì lentamente. Sapeva che Lenora aveva ragione. Il processo aveva distrutto Thatcher, ma non aveva cancellato i segreti che portava con sé, né i contatti che aveva coltivato in vent’anni da vicepresidente.
Dall’altra parte della città, in un modesto motel alla periferia industriale, Thatcher Vance sedeva sul bordo di un letto sfondato. Indossava un completo stropicciato che tre anni prima gli sarebbe sembrato uno straccio indegno. La prigione lo aveva invecchiato di un decennio. I suoi capelli biondi erano ora radi e grigiastri, la pelle del viso scavata.
Fissava il display incrinato del suo telefono cellulare prepagato. C’era un solo messaggio, arrivato da un numero sconosciuto, ma con una firma inconfondibile: Ho un piano. Dobbiamo vederci. – C.
Coraline.
Sua zia. La donna che aveva testimoniato il falso per lui e che, per questo, era stata ridotta in rovina da Lenora. Thatcher sapeva che avrebbe dovuto ignorare il messaggio. La sua libertà vigilata dipendeva dal tenersi lontano da chiunque fosse coinvolto nel suo caso. Ma l’odio viscerale che nutriva per sua madre e per Kalista – la nipote “perfetta” che gli aveva rubato il trono – bruciava più forte di qualsiasi istinto di autoconservazione.
Digitò una risposta, le dita tremanti per l’astinenza dall’alcol: Dove?
Capitolo 8: L’Alleanza dei Rinnegati
Il Diner 77 era un locale anonimo aperto ventiquattr’ore su ventiquattro, noto per il caffè bruciato e per i tavoli in formica perennemente appiccicosi. Quando Thatcher vi entrò, nascosto sotto un cappellino da baseball, quasi non riconobbe la donna seduta al tavolo d’angolo.
Coraline Vance non era più la dama dell’alta società fasciata in abiti di lino e gioielli di design. Indossava un cappotto liso, il trucco era sbavato e i suoi occhi guizzavano nervosamente. Aveva perso tutto: la sua galleria d’arte, la sua villa, la sua reputazione. Lenora l’aveva schiacciata senza pietà.
“Thatcher,” sussurrò Coraline, la voce raschiante. Non ci fu alcun abbraccio. Solo l’urgenza di due predatori affamati.
“Zia Coraline. Sei… cambiata.”
“Risparmiami la pietà, Thatcher. Siamo entrambi in questo inferno per colpa di quella vecchia megera. E di quella piccola vipera di Kalista.” Coraline si sporse in avanti, abbassando la voce. “Non mi hai risposto per tre anni. Ho dovuto vendere anche l’ultimo dei miei quadri per sopravvivere. Ma ora… ora ho trovato qualcosa.”
Thatcher sbuffò, prendendo il menu consunto. “Non mi interessa. Voglio solo trovare un lavoro che non richieda di pulire pavimenti e andarmene in un altro Stato.”
“Non essere patetico!” sibilò Coraline, afferrandogli il polso con una forza insospettabile. “Lenora ti ha tolto il fondo fiduciario, ma tu sei stato vicepresidente per anni. Conoscevi ogni angolo della Vance Holdings. E so per certo che, prima che ti arrestassero, avevi le mani nei progetti di espansione a sud. I terreni di Cypress Point.”
Thatcher si irrigidì. Cypress Point era stato il suo progetto segreto. Terreni paludosi che Lenora riteneva senza valore, ma che Thatcher aveva scoperto essere cruciali per un enorme piano di sviluppo autostradale governativo. Aveva pianificato di comprarli tramite società di comodo, rivenderli al governo a peso d’oro e intascarsi la differenza. Prima che potesse completare l’operazione, Kalista lo aveva fatto arrestare.
“I contratti preliminari sono ancora nei server ombra dell’azienda,” disse Thatcher a denti stretti. “Ma non posso accedervi. Non ho più le password.”
“Non ti servono le password,” sorrise Coraline, un sorriso che le scoprì i denti in un modo quasi ferino. “Ti serve qualcuno che voglia abbattere la Vance Holdings tanto quanto noi. Qualcuno che abbia i soldi e gli avvocati per fare una scalata ostile usando quei terreni come grimaldello.”
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