L’orologio.
Il mattino seguente convocai Arthur.
«L’orologio a pendolo francese,» dissi senza preamboli appena entrò. «Quello che Vanessa voleva disperatamente. Dove si trova ora?»
Arthur consultò il suo tablet, le dita che volavano sullo schermo. «Quando i beni di Sterling sono stati sequestrati dalle autorità federali, la maggior parte è stata catalogata per l’asta giudiziaria. Tutti i regali di nozze e i mobili destinati alla nuova casa di Julian e Vanessa sono finiti in un magazzino governativo nel Queens. L’asta pubblica per la liquidazione di quel lotto è fissata per il prossimo fine settimana.»
«Abbiamo l’inventario?»
«Sì,» disse Arthur, facendo scorrere un documento. «Lotto 405. Orologio a pendolo d’epoca, stile Impero. Valore stimato di partenza: ottantamila dollari.»
Sorrisi, un sorriso sottile, quasi crudele. «Cinquantamila dollari per il guscio di legno. Cinquanta milioni in criptovalute nascosti nell’ingranaggio. Ecco perché Blackwood l’ha avvicinata. Vanessa sapeva di quell’orologio. Richard doveva averle accennato qualcosa, forse un indizio, e lei nella disperazione lo ha rivelato a Blackwood.»
«Allora dobbiamo muoverci,» concluse Arthur, comprendendo l’urgenza. «Manderò un nostro agente sotto copertura all’asta. Compreremo quell’orologio, costasse anche un milione di dollari.»
«No,» lo interruppi. L’idea si stava formando chiara nella mia mente, perfetta e implacabile come il meccanismo di un orologio svizzero. «Blackwood non agirà in prima persona. Manderà dei prestanome. E anche Vanessa ci sarà. È disperata, Arthur. Blackwood le ha dato una scadenza. Lei crede che, se riuscirà a prendere la chiave prima di lui, potrà usarla per negoziare la sua salvezza, o forse per fuggire in un Paese senza estradizione. Parteciperò all’asta io stessa.»
«Eleanor, è troppo pericoloso,» protestò il mio avvocato. «Se Blackwood capisce che siamo sulle tracce del dispositivo…»
«Voglio che lo capisca,» dichiarai con freddezza. «Voglio che Vanessa mi veda comprarlo. Voglio che capisca che, per l’ennesima volta, l’ho battuta. Sarà allora che la sua disperazione si trasformerà in panico acuto. E le persone in preda al panico commettono errori fatali.»
Il deposito giudiziario nel Queens era un edificio anonimo, umido e polveroso, il cimitero delle illusioni spezzate di decine di truffatori e finanzieri falliti. La sala d’aste era illuminata da freddi neon che facevano sembrare tutto spettrale.
Indossavo un tailleur nero e occhiali da sole scuri. Stevens era al mio fianco, la sua mole imponente e il suo sguardo attento che tenevano a distanza i curiosi. Mi sedetti in terza fila.
La sala si riempì lentamente: antiquari, collezionisti, e individui dall’aria decisamente losca. E poi, la vidi.
Vanessa entrò a testa bassa, cercando di nascondersi dietro il bavero del cappotto. Indossava un cappellino calcato sulla fronte. Si sedette nell’ultima fila, vicino all’uscita. I suoi occhi guizzavano nervosamente in ogni direzione, come quelli di un animale braccato. Non mi notò. Era troppo concentrata sulla sua stessa paura.
L’asta procedette con una lentezza snervante. Quadri, vasi Ming, argenteria: i resti della grandezza artificiale di Richard Sterling venivano smembrati e venduti al miglior offerente.
«Lotto 405,» annunciò finalmente il banditore, battendo il martelletto. «Orologio a pendolo francese del diciannovesimo secolo, pezzo eccezionale. Base d’asta: ottantamila dollari.»
L’orologio fu spinto sul palco su un carrello. Era davvero maestoso, il legno lucido rifletteva i neon, il pendolo d’ottone era immobile dietro il vetro polveroso.
«Novantamila,» disse la voce tremante di Vanessa dal fondo della sala. Aveva alzato la sua paletta. Chissà chi le aveva prestato quel denaro, o cosa aveva dovuto promettere a Blackwood per avere un tetto massimo.
«Centomila,» rispose un uomo corpulento seduto due file dietro di me. L’uomo di Blackwood, senza dubbio. Stavano giocando su due tavoli.
«Centodieci,» rilanciò Vanessa.
Attesi. Lasciai che si logorassero a vicenda, le offerte che salivano a scatti di diecimila dollari, fino ad arrivare a centocinquantamila. Il volto di Vanessa era una maschera di sudore freddo. La sua mano tremava ogni volta che alzava la paletta. Stava finendo i fondi.
«Centottantamila,» disse l’uomo di Blackwood, con voce piatta e annoiata.
Vanessa abbassò la paletta, trattenendo a stento un singhiozzo di disperazione. Aveva perso. La sua unica via d’uscita le stava scivolando via.
Il banditore guardò la sala. «Centottantamila dollari, prima chiamata… seconda chiamata…»
Mi tolsi gli occhiali da sole e alzai lentamente la mia paletta, numerata 001.
«Mezzo milione di dollari,» dissi. La mia voce, ferma e cristallina, tagliò il mormorio della sala come una scure.
Un silenzio di tomba calò nell’ambiente. Tutte le teste si voltarono verso di me. L’uomo di Blackwood si raddrizzò sulla sedia, accigliato, parlando febbrilmente in un auricolare nascosto.
Ma fu la reazione di Vanessa la cosa che mi diede più soddisfazione. Quando mi vide, sbarrò gli occhi. Il colore abbandonò del tutto il suo volto. Si portò una mano tremante alla bocca, capendo all’istante che il suo incubo peggiore si era appena materializzato. Sapeva che non stavo comprando un mobile. Sapeva che io sapevo.
«Mezzo milione di dollari!» balbettò il banditore, riprendendosi dallo stupore. Guardò l’uomo di Blackwood, aspettando un rilancio. Ma l’uomo scosse la testa. Blackwood era un professionista; non voleva attirare l’attenzione federale con rilanci assurdi in un’asta pubblica per un pezzo di legno.
«Aggiudicato alla signora in terza fila!»
Il colpo del martelletto risuonò come una campana a morto per Vanessa. Si alzò di scatto e corse fuori dalla sala, quasi inciampando sulle sedie. Non mi voltai a guardarla. L’amo era stato inghiottito. Ora dovevo solo riavvolgere la lenza.
Feci trasportare l’orologio direttamente nella nostra tenuta di campagna nel Berkshire, la stessa in cui Richard e Vanessa erano stati arrestati. Era una casa isolata, immersa in quaranta acri di bosco fitto. Il luogo perfetto per una resa dei conti privata.
Quella sera stessa, con l’aiuto di un perito di massima fiducia e sotto lo sguardo vigile di Stevens, smontammo il pezzo di antiquariato.
Richard Sterling, nella sua perfidia, era un uomo banale. Non aveva creato compartimenti segreti complessi. Aveva semplicemente svitato la base di ottone del peso del pendolo principale, inserito il piccolo dispositivo USB resistente all’acqua, e riempito lo spazio vuoto con del piombo fuso per bilanciarne il peso.
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