Zoe correva lungo i sentieri di ciottoli bianchi con un paio di stivaletti di gomma rossi e una salopette di velluto scuro. Il terrore del giorno precedente sembrava essere svanito dalla sua memoria immediata con la grazia tipica dell’infanzia, anche se, ogni tanto, la bambina si fermava, si voltava di scatto verso la porta d’ingresso della serra e controllava dove si trovasse il padre.
Solo quando vedeva la sagoma scura di Adrian ferma accanto alle grandi piante di camelie, le sue spalle minute si rilassavano e riprendeva a osservare le foglie giganti della monstera deliciosa.
«Guarda, papà! Ci sono le arance piccole!» gridò Zoe, indicando un albero di kumquat carico di frutti dorati nell’angolo più assolato.
Adrian si avvicinò a passi lenti, le mani infilate nelle tasche. Si chinò accanto a lei, cogliendo uno dei piccoli frutti rugosi e porgendoglielo sul palmo aperto. «Questi sono mandarini cinesi, Zoe. La mamma li adorava. Ne metteva sempre due rami secchi sulla scrivania durante l’inverno perché diceva che portavano il sole dentro casa anche quando pioveva.»
La bambina prese il frutto tra le mani, annusandolo con curiosità prima di alzare lo sguardo verso il padre. «La mamma era bella come in quella foto d’argento sopra il camino?»
Adrian sentì una fitta antica trafiggergli il petto, ma questa volta non cercò di allontanarla. Accarezzò i capelli scuri della figlia, rimettendo a posto una ciocca che sfuggiva alla treccia ordinata. «Era molto più bella, stella mia. Aveva i tuoi stessi occhi, ma tu ridi di più di quanto ridesse lei a questa età.»
Ruth, che camminava a qualche metro di distanza portando una cesoia da giardinaggio per recidere alcuni rami secchi, si fermò a guardarli. Sul suo viso maturo si dipinse un’espressione di silenziosa devozione. Per quattro lunghi anni aveva custodito quel segreto in una villetta anonima tra le colline del Monferrato, tenendo la bambina lontana dai riflettori, dalle speculazioni dei giornali scandalistici e dall’odio velenoso delle famiglie che gravitavano attorno all’impero Sterling.
Elena Carducci era morta poche ore dopo aver dato alla luce Zoe, in una clinica privata svizzera, a causa di una complicazione cardiaca congenita che aveva tenuto nascosta a tutti, persino ad Adrian, pur di portare a termine la gravidanza. Aveva lasciato un testamento olografo in cui supplicava Adrian di tenere la bambina al sicuro, lontano dalla morsa spietata delle alleanze matrimoniali e dei consigli di amministrazione che dominavano la loro casta sociale, almeno finché la piccola non fosse stata abbastanza grande da comprendere il peso del proprio lignaggio.
Adrian aveva obbedito. Aveva creato una doppia vita: da una parte l’amministratore delegato implacabile, il pretendente ambito dai Chen per puntellare la loro dinastia vacillante, l’uomo d’affari senza scrupoli che scalava i mercati internazionali; dall’altra il padre segreto che ogni venerdì sera guidava per tre ore nella notte per passare poche ore rubate a leggere favole a una bambina che lo chiamava semplicemente papà, ignorando che quel nome valesse miliardi sui listini di mezza Europa.
Ma il castello di carte era crollato quando Arthur Chen, insospettito dai frequenti allontanamenti di Adrian e dai trasferimenti di fondi verso conti fiduciari minori, aveva incaricato un’agenzia investigativa privata di pedinarlo. Claire aveva trovato la pista. Non aveva capito la verità per intero, credendo che Zoe fosse il frutto di una volgare relazione extracontrannuale, un’onta inaccettabile per il suo orgoglio di rampolla dell’alta borghesia. E la sua reazione era stata quella di una bestia ferita: eliminare il problema prima che potesse macchiare la sua ascesa al trono della società combinata.
«Signor Adrian,» la voce discreta di Bernardo risuonò all’ingresso della serra, spezzando i suoi pensieri. «C’è una chiamata urgente dal porto di Genova. L’ingegner Maraldi dice che la guardia costiera ha bloccato il rilascio dei permessi di navigazione per il cantiere della nuova flotta. Sostiene che ci sia una segnalazione dell’ispettorato marittimo per presunte irregolarità nei certificati di stazza.»
Adrian si raddrizzò lentamente. I suoi occhi tornarono a essere due fessure d’acciaio freddo.
«I certificati di stazza?» mormorò l’uomo, un sorriso amaro che gli increspava le labbra. «Chi ha firmato la richiesta di ispezione straordinaria?»
«Un funzionario regionale dell’ufficio dogane. Un certo dottor Varisco.»
Il cerchio si chiudeva con la precisione prevedibile della mediocrità umana. L’avvocato Varisco, il vecchio complice dei Moretti e alleato storico della famiglia Chen nelle lobby portuali liguri, stava cercando di muovere le ultime pedine rimaste sulla scacchiera per rallentare l’avanzata del gruppo Sterling, sperando di creare un danno d’immagine sufficiente a far vacillare i consorzi bancari.
«Ruth,» disse Adrian voltandosi verso la donna. «Resta qui con Zoe per un’altra mezz’ora. Poi portala nella sala giochi al primo piano.»
«Non si preoccupi per la bambina, signore,» rispose Ruth con tono fermo. «Qui è al sicuro. Pensi a quello che deve fare.»
Adrian annuì, diede un bacio sulla sommità della testa a Zoe e seguì Bernardo verso la villa a passi lunghi e decisi. La tregua era durata meno di dodici ore. Il mondo esterno non si fermava a contemplare la pace di un rifugio lacustre; continuava a spingere contro le porte della fortezza, cercando crepe attraverso cui infiltrarsi.
Nello studio della villa, la linea satellitare con Genova era aperta.
La voce dell’ingegner Maraldi, il direttore tecnico dei cantieri, giungeva attraverso gli altoparlanti con una cadenza spezzata dall’ansia.
«Dottor Sterling, hanno bloccato tre scafi nel bacino numero quattro. Dicono che finché non viene completata la verifica dei carichi strutturali non possiamo procedere con le prove a mare della Libera. Ogni giorno di fermo ci costa duecentomila euro di penali con gli armatori scandinavi. Se perdiamo la finestra di consegna di venerdì prossimo, rischiamo la risoluzione contrattuale per inadempienza.»
Adrian sedeva con le braccia incrociate al petto, ascoltando senza interrompere. Accanto a lui, Marcus Vance, collegato in videoconferenza da una stanza d’albergo a Zurigo, esaminava i tabulati doganali sullo schermo laterale.
«Marcus,» disse Adrian quando l’ingegnere ebbe finito di sfogare la propria frustrazione. «Cosa sappiamo di questo funzionario doganale?»
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