Ettore Grimaldi si appoggiò allo schienale della sedia, congiungendo le mani sotto il mento. I suoi occhi brillavano di pura, avida crudeltà. “È perfetto. Straordinario. Con questo, non solo ci ritireranno i lotti di Genova, ma li compreremo per pochi spiccioli pur di non farci divulgare queste informazioni.”
Ettore si voltò verso il suo assistente. “Prepara il bonifico su conto svizzero per la signorina. E prenota la telefonata con Eleonora Visconti.”
Valeria sentì le ginocchia cederle per il sollievo. Ce l’aveva fatta. Era di nuovo ricca. Si stava prendendo la sua rivincita.
Il telefono al centro del tavolo fu collegato. Ettore compose il numero personale di Eleonora Visconti, mettendolo in vivavoce per permettere a tutti di godersi la resa della loro acerrima nemica.
Uno squillo. Due. Alla terza chiamata, la voce di Eleonora risuonò nella sala, cristallina e pacata.
“Ettore. Speravo chiamassi. L’asta per Genova è domani, pensavo volessi congratularti in anticipo per la nostra vittoria.”
Ettore rise, una risata grassa e prepotente. “Temo che le cose andranno diversamente, Eleonora. Ho davanti a me un documento molto interessante. Si chiama ‘Progetto Giano’. Le dice nulla? Parla di tangenti e conti a Panama. Credo che la Finanza lo troverebbe affascinante.”
Ci fu un momento di silenzio dall’altra parte. Valeria sorrise apertamente. L’aveva piegata. L’aveva finalmente piegata.
“Capisco,” disse Eleonora. Il suo tono, tuttavia, non aveva la minima incrinatura di panico. “Suppongo che l’uccellino che ti ha portato questa interessante informazione sia Valeria. Sento il profumo della sua disperazione fin da qui.”
Valeria trasalì. Come faceva a saperlo?
“Non importa chi me l’abbia dato, Eleonora,” ringhiò Ettore, perdendo il sorriso. “Importa che ti ho in pugno. Se non ritiri l’offerta per Genova entro questa sera e non mi cedi i lotti a prezzo di costo, domani questo file sarà su tutti i giornali d’Europa e sulla scrivania del procuratore capo.”
La risata di Eleonora che seguì gelò il sangue nelle vene di tutti i presenti. Fu una risata elegante, divertita, il suono di un predatore che vede la preda saltare volontariamente nella trappola.
“Ettore, Ettore,” sospirò la matriarca. “Sei sempre stato un costruttore mediocre, ma pensavo fossi un giocatore di scacchi migliore. Di’ al tuo informatico di scorrere fino a pagina 42 del documento. Guardate il numero di conto corrente di Panama indicato per l’anno 2018.”
Ettore fece un cenno furioso al suo tecnico. Il ragazzo, sudando freddo, scorse le pagine fino ad arrivare al punto indicato.
“Leggi il numero, Ettore,” sussurrò Eleonora.
“IT… 40… X… 032…” Ettore si fermò, la voce che si spegneva.
“Continua, te lo prego,” lo incalzò Eleonora, la sua voce ora intrisa di acciaio.
“Questo… questo non è un IBAN di Panama,” mormorò il tecnico. “C’è una sequenza alfanumerica nascosta.” Evidenziò i numeri con il mouse, applicando un filtro di contrasto.
Sullo schermo, la stringa di numeri bancari si rivelò essere un codice crittografico che componeva una frase precisa: FALSO DOC – PROPRIETÀ VISCONTI – TRAPPOLA ESPIONAGGIO.
Ettore Grimaldi impallidì. Valeria sentì l’aria abbandonare i suoi polmoni. L’intera sala riunioni sprofondò nel terrore assoluto.
“Quel documento, Ettore, è un falso totale,” dichiarò Eleonora, la sua voce che rimbombava in vivavoce come la sentenza di un dio spietato. “L’ho creato io cinque anni fa, per testare la lealtà di quella povera, stupida ragazzina che credeva di poter derubare la mia famiglia. Contiene una filigrana digitale che si attiva nel momento in cui viene scaricato o inoltrato. Franco, il mio capo della sicurezza, ha tracciato il ping dal portatile di Valeria ieri notte. E ha tracciato l’inoltro ai tuoi server dieci minuti fa.”
“Eleonora, aspetta…” balbettò Ettore.
“Non aspettare niente,” lo interruppe lei con violenza. “Hai appena commesso un crimine federale: estorsione e spionaggio industriale, usando documenti che sapevi essere stati sottratti illegalmente. Il mio ufficio legale ha già registrato questa telefonata, in cui confessi il tentativo di ricatto. I carabinieri stanno entrando nella hall del tuo edificio in questo esatto momento.”
Ettore si alzò di scatto, facendo cadere la sedia all’indietro. Il panico esplose nella sala. Gli avvocati della Grimaldi iniziarono a urlare, afferrando i loro telefoni.
“Per quanto riguarda te, Valeria,” continuò Eleonora. La sua voce si abbassò a un sussurro tagliente, diretto dritto all’anima della donna.
Valeria stava piangendo. Lacrime di vero, incolmabile terrore. Non c’era scampo. Non ce n’era mai stato.
“Ti ho dato un’opportunità tre anni fa,” disse Eleonora. “Ti ho dato cinquantamila euro e l’opportunità di vivere una vita tranquilla, mediocre, onesta. Ti ho lasciata andare, risparmiandoti la prigione. Ma l’avidità è un cancro, Valeria. E tu ne sei terminale.”
“Per favore…” singhiozzò Valeria, cadendo in ginocchio sul tappeto di lusso, stringendosi lo stomaco come se le avessero sparato. “Vi prego, signora Visconti, vi prego…”
“Non mi hai supplicato quando mi hai colpito davanti ai miei amici. Non mi hai supplicato quando hai cercato di derubare mio figlio. Hai fatto il tuo patto con il diavolo, Valeria. E ora il diavolo è venuto a riscuotere.”
Il suono delle sirene della polizia iniziò a farsi sentire, cupo e inesorabile, proveniente dalla strada sottostante.
“L’asta di Genova è vinta, Ettore. La tua azienda è distrutta. E tu, Valeria, hai finalmente trovato il tuo vero posto nel mondo: dietro le sbarre,” concluse Eleonora. “Franco, chiudi la comunicazione.”
Il telefono emise un suono sordo. La chiamata era terminata.
Le porte della sala riunioni furono spalancate con forza. Una squadra di poliziotti in borghese entrò rapidamente, mostrando i distintivi. “Ettore Grimaldi, Valeria Conti,” disse il capitano, leggendo da un mandato ufficiale. “Siete in arresto per tentata estorsione aggravata, spionaggio industriale e furto di dati riservati. Avete il diritto di rimanere in silenzio…”
Mentre le manette d’acciaio scattavano fredde intorno ai polsi di Valeria, lei smise di lottare. Smise di urlare. Guardò le sue mani ruvide, ora imprigionate. Guardò Ettore Grimaldi, l’uomo potente che ora sembrava un vecchio distrutto, trascinato via dai poliziotti.
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