“Tu mi hai incoraggiata!” urlò di rimando Valeria, i capelli arruffati, gli occhi cerchiati di nero per le notti insonni. “Mi hai detto tu che dovevo dimostrarle che non la temevo! Mi hai detto tu di fregarle i documenti per la casa!”
Il padre di Valeria, un uomo che aveva vissuto per anni al di sopra delle sue possibilità sperando di colmare i debiti con il matrimonio della figlia, ebbe un lieve malore e fu ricoverato. I creditori, sapendo che i Visconti avevano tagliato i ponti, iniziarono a chiamare ininterrottamente. La bancarotta era ormai imminente.
Valeria non si arrese subito. Accecata dall’illusione di avere ancora dei diritti, andò da uno degli avvocati più aggressivi della città, chiedendo di fare causa ad Alessandro per “danni morali” e rottura della promessa di matrimonio. Voleva metà del patrimonio, sosteneva di essere stata ingannata e abbandonata all’altare (o meglio, subito dopo l’altare).
L’avvocato, un uomo viscido ma scaltro, l’ascoltò con attenzione, poi chiese un anticipo di centomila euro. Valeria, ovviamente, non li aveva. Cercò di offrirgli i gioielli che indossava il giorno del matrimonio, ma quando aprì la custodia, trovò solo un biglietto di Eleonora: “I veri diamanti di famiglia restano in famiglia. Ti ho lasciato le repliche in zirconi per non appesantirti le tasche durante la fuga. E.”
Senza soldi, senza contatti e con una reputazione completamente distrutta, le porte della società le furono sbattute in faccia una dopo l’altra. I suoi presunti amici, quelli che bevevano il suo champagne e volavano sui jet privati pagati dai Visconti, non rispondevano più alle sue chiamate. La cancellarono dai social media. Divenne un paria.
Il Resoconto Finale
Due mesi dopo il disastroso quasi-matrimonio, Valeria ricevette una formale convocazione nello studio dell’Avvocato Moretti, il legale della famiglia Visconti.
Sperando scioccamente che Alessandro avesse avuto un ripensamento, o che almeno le offrissero una liquidazione per farla sparire e mettere a tacere i pettegolezzi, Valeria si presentò. Indossava il suo vestito migliore, un tailleur nero che ormai le stava largo, e aveva cercato di coprire le occhiaie con strati di trucco.
Quando entrò nella lussuosa sala riunioni rivestita in mogano, il suo cuore sprofondò. Alessandro non c’era. C’erano solo l’Avvocato Moretti ed Eleonora Visconti, seduta immutabile come una statua di marmo, perfettamente vestita in un completo blu navy.
“Siediti, Valeria,” disse Eleonora, senza nemmeno alzare la voce.
Valeria esitò, poi prese posto dall’altra parte del lungo tavolo. “Cosa volete da me? Mi avete già tolto tutto. Sono finita sui giornali, mio padre sta per perdere la casa…”
“Tuo padre sta perdendo la casa a causa della sua pessima gestione finanziaria, non a causa mia,” rispose Eleonora freddamente. “Io gli avevo solo offerto un’ancora di salvezza. Un’ancora che tu hai tranciato di netto. Ma non siamo qui per parlare dei debiti di tuo padre.”
L’Avvocato Moretti aprì una cartellina di pelle e fece scivolare un documento attraverso il tavolo verso Valeria. Era una copia di un atto giudiziario.
“Questo,” spiegò l’avvocato, “è un capo d’accusa formale per frode, falsificazione di documenti legali e tentata appropriazione indebita aggravata. La perizia sui documenti del fondo fiduciario è completa. Lei ha falsificato la firma di Alessandro su un atto notarile.”
Valeria iniziò a tremare. “Se andiamo in tribunale, racconterò a tutti di come Eleonora mi trattava! Dirò alla stampa che mi costringeva a farlo, che mi umiliava psicologicamente!”
Eleonora fece una mezza risata, un suono secco e privo di umorismo. “Vai pure dalla stampa, ragazzina. Racconta la tua storia. Racconta come la perfida miliardaria ti opprimeva costringendoti a fare shopping a via Condotti, a viaggiare in prima classe alle Maldive e a regalare a tua madre gioielli pagati con la mia carta di credito. Sai cosa succederà? I giornalisti rideranno di te. E i giudici ti manderanno in prigione per cinque anni.”
Valeria fissò il documento. Il panico, quello vero, freddo e paralizzante, le serrò la gola. “Cosa… cosa volete?”
“Voglio che tu sparisca,” disse Eleonora, sporgendosi leggermente in avanti. “Voglio che tu esca dalla vita di mio figlio, dalla nostra città e dai nostri affari, per sempre.”
Moretti fece scivolare un secondo documento sul tavolo. “Questa è un’ammissione di colpa firmata e un accordo di non divulgazione. Se lei firma questo, la signora Visconti ritirerà le denunce penali per frode. Non andrà in prigione. Inoltre, le verrà concessa una somma unica di cinquantamila euro.”
Valeria alzò lo sguardo, incredula. “Cinquantamila? Sono noccioline! Ne spendevo di più in un mese per le scarpe!”
“Erano i miei soldi, quelli che spendevi per le scarpe,” la corresse Eleonora, spietata. “Cinquantamila euro sono più di quanto meriti, ma ti permetteranno di pagare l’affitto in una città lontana da qui, di comprarti una macchina utilitaria usata e di iscriverti a un corso di formazione professionale per imparare a lavorare, qualcosa che non hai mai fatto un giorno in vita tua.”
“È un insulto,” sibilò Valeria, le lacrime che le pungevano gli occhi.
“È la tua unica alternativa al carcere, Valeria,” intervenne l’avvocato Moretti. “Ha trenta secondi per decidere. Dopodiché, chiamerò la Procura.”
Valeria guardò la penna d’oro massiccio posata accanto ai documenti. Guardò Eleonora, cercando nel viso della donna un briciolo di pietà, di esitazione. Non trovò nulla. Eleonora Visconti non era diventata un titano della finanza essendo morbida. Era un predatore all’apice della catena alimentare, e Valeria, nella sua incommensurabile stupidità, aveva scelto di infilare la testa nelle sue fauci.
Con le mani che le tremavano violentemente, Valeria prese la penna e firmò in calce a tutte le pagine.
Quando posò la penna, Eleonora annuì. Moretti ritirò i documenti e le porse un assegno circolare.
“Puoi andare,” disse Eleonora.
Valeria si alzò. La sconfitta era totale. Non c’era più arroganza, non c’era più fuoco. Era stata schiacciata sotto il peso della sua stessa vanità. “Spero che un giorno tu e Alessandro proviate il dolore che mi state infliggendo,” mormorò debolmente.
“Non credo proprio,” rispose Eleonora. “Noi non falsifichiamo firme e non alziamo le mani su chi ci offre ospitalità. Addio, Valeria.”
L’Epilogo
Tre anni dopo.
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