I due agenti di polizia si fecero avanti, afferrando Julian per le braccia e costringendolo ad alzarsi in piedi mentre lui continuava a balbettare suppliche incoerenti, le lacrime che gli rigavano finalmente il viso imbellettato. Eleanor cercò disperatamente di infilare nella borsetta alcune posate d’argento dal tavolo, ma l’ufficiale giudiziario le bloccò il polso con fermezza professionale, togliendogliele di mano e depositandole sull’inventario sequestrato.
«Avete quindici minuti», disse l’ufficiale con voce piatta. «Prendete i vostri cappotti e uscite sul marciapiede.»
Mi voltai lentamente, facendo perno sulle stampelle verso la porta d’ingresso spalancata sul sole tiepido del pomeriggio di Chicago.
«Clara! Clara, ti prego! Non puoi farmi questo! Dove andremo? Non abbiamo niente! Non abbiamo un soldo!» urlava Julian alle mie spalle, la voce spezzata dall’isteria mentre veniva scortato verso le scale di servizio per recuperare la sua valigia.
Mi fermai per un istante sulla soglia di quella casa che non era mai stata un focolare, ma solo una gabbia dorata costruita sulla mia stessa ingenuità. Sentivo il dolore alla gamba, forte e pulsante, ma per la prima volta dopo sei lunghi anni sentivo anche i miei polmoni riempirsi d’aria pulita.
Senza voltarmi a guardare le macerie che mi lasciavo alle spalle, risposi con voce serena:
«Prendi un’aspirina, Julian. Vedrai che ti passa.»
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