«Non ho bisogno di un nuovo nome, ispettore. Mi chiamo Elara. Ho passato vent’anni a sentirmi dire che ero inutile, invisibile, una bocca da sfamare senza valore. Non mi nasconderò dietro un nome inventato ora che mi sono ripresa la mia vita.»

Uscimmo nel cortile freddo. Il vento portava con sé l’odore acre del fango e l’eco lontana delle sirene della città che continuava a vivere oltre i cancelli della tenuta.

Guardai per l’ultima volta la facciata maestosa di Blackwood Manor. Le finestre buie sembravano occhi spenti che fissavano il vuoto. Pensai a mio padre nella sua cella d’isolamento a contare i giorni che lo separavano dall’ergastolo; pensai a mia madre che delirava tra le mura bianche del manicomio penale; pensai a Kyle che puliva i pavimenti della mensa del carcere con la stessa scopa che per anni aveva costretto me a usare.

Nessuna vendetta avrebbe mai potuto cancellare il passato, né restituire la vita a zia Clara o la salute agli abitanti della valle avvelenata. Ma il cerchio si era chiuso. Il peso della verità era stato ristabilito con la precisione inflessibile di una bilancia che non perdona.

Salii sull’auto dell’ispettore De Luca. Quando il motore si accese e le ruote cominciarono a muoversi lungo il viale, non mi voltai indietro nemmeno per un istante. Davanti a me c’era solo la strada aperta verso la città, immersa nella luce limpida e fredda di un nuovo inizio.

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