Capitolo II: L’Interrogatorio
Alle tre del mattino, la stanza dei colloqui della Procura della Repubblica odorava di fumo stantio, polvere d’archivio e caffè freddo di macchinetta.
L’ispettore capo De Luca entrò portando una cartella ingiallita spessa come un mattone, sbattendola sul tavolo di formica grigia. Aveva la cravatta allentata e le maniche della camicia arrotolate fino ai gomiti. Si sedette di fronte a me, mentre un giovane cancelliere preparava il registratore a bobina per il verbale formale.
«Abbiamo dovuto dividere la famiglia in tre blocchi separati,» disse De Luca, appoggiando gli avambracci sul tavolo. «Tuo padre ha già minacciato di far radiare tre magistrati, me compreso. Dice che è tutto un montaggio dei servizi segreti industriali per screditare l’offerta pubblica d’acquisto sulle acciaierie di Taranto. È convinto che entro domattina il viceministro chiamerà il prefetto per farlo rilasciare con tante scuse.»
«Il viceministro era tra gli invitati stasera,» feci notare, stringendo la borsa di ghiaccio contro la mascella fasciata. «Ed era tra i nomi che comparivano nei registri dei versamenti esteri sul telo del proiettore. Dubito che farà telefonate. Sarà troppo occupato a distruggere i dischi rigidi del suo ufficio a Roma.»
De Luca emise una risata breve, priva di allegria. «Vero. I colleghi della capitale hanno già perquisito due delle sue residenze private un’ora fa. Ma parliamo di tua madre. Lydia è in preda a una crisi isterica completa. Continua a ripetere che tu sei instabile, che hai rubato documenti privati manipolandoli ad arte, e che l’hai aggredita fisicamente prima di scappare.»
«Il referto del dottor Moretti è allegato al fascicolo, ispettore. La direzione dell’impatto sul mio viso dimostra che il colpo è partito dall’alto verso il basso, sferrato da un uomo destrorso con un anello con castone al mignolo. Mio padre indossa quell’anello d’oro massiccio con lo stemma di famiglia da quarant’anni. Se controllate la sua mano destra, troverete la traccia dell’impatto sulla pelle delle sue nocche, e probabilmente tracce microscopiche del mio DNA sotto la pietra di diaspro rosso.»
Il cancelliere smise di digitare per un istante, guardando me e poi l’ispettore.
De Luca sospirò, scuotendo la testa con ammirazione non dissimulata. «Non ho mai visto una testimone di vent’anni preparare un’istruttoria così a tenuta stagna senza l’assistenza di un collegio difensivo. Da quanto tempo pianificavi questa notte, Elara?»
«Dal giorno in cui è morta zia Clara,» risposi senza esitare.
Il silenzio calò pesante nella stanza, interrotto solo dal ronzio monotono della lampada al neon sopra di noi.
«Tua zia,» mormorò l’ispettore, aprendo una sezione specifica della cartella. «Clara Thorne. Deceduta tre anni fa per arresto cardiaco improvviso nella sua villa di collina. Il caso fu archiviato senza autopsia su richiesta espressa di tuo padre, che presentò un certificato del medico di famiglia attestante una patologia coronarica pregressa.»
«Zia Clara non aveva problemi di cuore,» dissi, e per la prima volta la mia voce perse quella freddezza metallica, incrinandosi appena sotto il peso di un dolore mai sopito. «Zia Clara era una maratoneta dilettante. Faceva dieci chilometri ogni mattina prima di andare alla presidenza del comitato etico. Ma aveva scoperto da dove provenivano i rottami ferrosi a basso costo che Arthur importava per le sue acciaierie. Aveva minacciato di convocare l’assemblea straordinaria degli azionisti per revocare a mio padre le deleghe operative.»
Fissai De Luca dritto negli occhi. «Tre giorni prima della riunione, zia Clara mi chiamò in lacrime. Mi disse che se le fosse successo qualcosa, dovevo cercare dietro il pannello di legno della biblioteca della tenuta, sotto la terza mensola dei classici latini. È lì che ho trovato il primo blocco di documenti. Ed è lì che ho trovato la fiala vuota di digitale idrosolubile che Arthur aveva dimenticato di gettare via dopo aver ripulito la tazza della tisana di Clara.»
Il magistrato di turno, il dottor Barone, che era rimasto in silenzio sulla soglia della stanza con le braccia conserte ad ascoltare, fece un passo avanti. Il suo volto era scuro come una notte di burrasca.
«Quella fiala esiste ancora?» chiese Barone.
«È nel deposito bagagli della stazione centrale, dentro una cassetta di sicurezza a combinazione. Il biglietto di deposito è cucito all’interno della fodera della giacca che vi ho consegnato stasera. Contiene ancora tracce organiche sufficienti per una spettrometria di massa.»
Barone si voltò verso De Luca con un’espressione che non lasciava spazio a interpretazioni. «Fai preparare immediatamente un decreto di riesumazione della salma di Clara Thorne. E aggiungi l’imputazione di omicidio premeditato al capo d’accusa di Arthur Thorne. Niente cauzione. Niente arresti domiciliari. Isolamento totale fino all’udienza preliminare.»
Capitolo III: Il Crollo delle Illusioni
Alle sei del mattino, il sole sorse su una città stravolta dai titoli dei giornali. La facciata dorata di Blackwood Manor era stata sigillata con i nastri gialli della polizia scientifica. I furgoni delle televisioni stazionavano lungo tutta la strada collinare, mentre i vicini facoltosi guardavano dalle loro terrazze con binocoli e sguardi colpevoli, temendo che le indagini potessero risalire anche ai loro affari paralleli.
Fui trasferita in un appartamento protetto alla periferia nord della città, un alloggio anonimo con persiane blindate e una pattuglia fissa di piantone davanti al portone d’ingresso.
Elena mi portò una borsa con vestiti puliti e una copia fresca di stampa del quotidiano.
In prima pagina c’era la foto scattata durante la festa: Arthur Thorne con le manette ai polsi, gli occhi sbarrati dal terrore e la camicia strappata sul colletto; accanto, il fermo immagine della mia figura sulla balconata, con il viso tumefatto e lo sguardo inflessibile puntato verso il basso. Il titolo a caratteri cubitali recitava: ‘IL GIUDIZIO DI BLACKWOOD: LA FIGLIA CANCELLATA RIVESA LA DINASTIA DEL VELENO’.
«Kyle ha parlato,» disse Elena, sedendosi al tavolo della piccola cucina e versandosi un bicchiere d’acqua minerale.
«Davvero?» chiesi, sfogliando le pagine interne dense di trascrizioni di chat e verbali. «Pensavo che il suo senso dell’onore familiare durasse almeno fino al primo pasto carcerario.»
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