Clara non la degnò nemmeno di uno sguardo. Teneva gli occhi inchiodati su Lorenzo, implacabile e straziata allo stesso tempo.
«Sì, Lorenzo. Sono venuta per distruggervi. Ho passato sette anni a costruire una donna inesistente, un fantasma chiamato Clara Valenti, abbastanza colta per piacere ai tuoi circoli, abbastanza discreta da non destare sospetti. Ho avvicinato Matteo. Era il bersaglio più facile: arrogante, spendaccione, ossessionato dalle donne e dal gioco d’azzardo.» Fece una pausa amara. «Ma tua madre mente su una cosa. Una cosa fondamentale.»
Lorenzo serrò i pugni così forte che le unghie gli tagliarono i palmi, lasciando macchie scure sulla carta che teneva in mano. «Quale cosa?»
«Io non ho ucciso Matteo.»
«Bugiarda!» ululò Beatrice, aggrappandosi al bordo della fontana e tentando di alzarsi, mentre l’acqua le colava lungo il corpo curvo e grottesco. «I registri navali! Il rapporto balistico dimostra che a bordo ci fu una sparatoria!»
«C’è stata una sparatoria, sì,» continuò Clara, fissando Lorenzo dritto negli occhi con un’intensità quasi insostenibile. «Perché Matteo non è morto affogato per mano mia. Matteo ha inscenato la sua morte. Quel milione di franchi a Vaduz non era il compenso per il mio tradimento: era il prezzo che Matteo ha pagato per fuggire per sempre da questa famiglia maledetta! Da te, Beatrice! Dalle tue manipolazioni, dal tuo controllo asfissiante, dalle prove con cui ricattavi persino i tuoi stessi figli!»
Il silenzio tornò a regnare, più cupo e soffocante di prima. Persino il vento sembrò fermarsi tra le fronde degli ulivi secolari.
Lorenzo barcollò, come se fosse stato colpito fisicamente al petto. «Matteo… è vivo?»
«Lo era tre anni fa,» rispose Clara, con la voce che tornava a incrinarsi per un dolore autentico. «Quando ha scoperto chi ero veramente, a bordo del panfilo, non ha chiamato la polizia. Ha riso. Ha riso esattamente come ha riso tua madre poco fa, ma con disperazione. Mi ha detto che mio padre non era stata la prima vittima di Casa Brandi e non sarebbe stata l’ultima. Mi ha detto che odiava il suo nome, odiava sua madre, odiava le ipocrisie su cui si fondava il loro patrimonio. Mi propose un patto: mi diede l’accesso ai conti neri che teneva nascosti a Beatrice per ricominciare la mia vita, a patto che io lo aiutassi a sparire per sempre. Gli spari sulla barca, il sangue sulla murata, le valvole aperte… era tutta una messa in scena per fermare le ricerche.»
«E poi?» domandò Lorenzo, con un filo di voce che bruciava di terrore. «Perché sei tornata da me? Se avevi i soldi, se avevi ottenuto la tua vendetta contro la famiglia… perché venire a cercare me?»
Clara abbassò la testa. I suoi capelli neri le ricaddero sul viso bagnato, nascondendo le lacrime che ricominciavano a scendere silenziose.
«All’inizio… all’inizio volevo finire l’opera,» confessò con voce spezzata. «Matteo mi aveva detto che eri debole. Che eri la spina dorsale morale che teneva in piedi l’impero Brandi dopo la morte di tuo padre, e che se fossi crollato tu, tua madre sarebbe rimasta sola con i suoi debiti e i suoi fantasmi. Volevo farti innamorare, sposarti con un accordo patrimoniale, e poi spogliarvi dell’ultimo centesimo della tenuta di Cerignola, esattamente come tuo padre aveva fatto con noi.»
Fece un passo verso di lui. Lorenzo indietreggiò d’istinto, come di fronte a uno spettro. Il gesto ferì Clara più di qualsiasi percossa.
«Ma non avevo previsto te, Lorenzo,» mormorò lei, tendendo le mani aperte, senza difese. «Non avevo previsto la tua gentilezza. Non sapevo che tu fossi diverso da loro. Tu soffrivi davvero per Matteo; eri dilaniato dal senso di colpa per non essere stato con lui quella notte. Tu trattavi gli ultimi con rispetto, passavi le giornate a restaurare le vecchie case coloniche, non avevi nulla dell’arroganza velenosa di Beatrice né della spietatezza di tuo padre. Mi sono innamorata dell’uomo che dovevo distruggere. Ho cercato di fuggire, ricordi? Sei mesi fa a Venezia, quando sparì per tre giorni e tu mi cercasti per tutta la città… volevo andarmene prima che fosse troppo tardi!»
«Non credere a una sola parola!» urlò Beatrice, riuscendo finalmente a mettersi in piedi, gocciolante, la maschera di cipria sciolta in rivoli biancastri sulla pelle grinzosa. «È un’attrice! Una calcolatrice spietata! Se Matteo fosse vivo, si sarebbe fatto vivo con sua madre! Mi avrebbe cercata!»
Clara si voltò lentamente verso la vecchia nobildonna. Il suo sguardo era di una pietà fredda, glaciale.
«Non ti ha cercata perché ti disprezzava, Beatrice. Ti disprezzava a tal punto da preferire vivere sotto falso nome in un sobborgo sperduto del Sud America piuttosto che respirare la stessa aria che respiri tu. E sapeva cosa c’era nell’ultimo testamento segreto di tuo marito. Quello che tu hai bruciato nella stufa dello studio la notte in cui il Conte morì.»
A quelle parole, la furia di Beatrice si congelò all’istante. La donna rimase a bocca aperta, gli occhi spalancati dal terrore, le dita che persero la presa sul marmo della fontana. Per la prima volta, la matriarca apparve per ciò che era realmente: una vecchia megera sconfitta, consumata dall’avarizia e dal veleno che aveva sparso per tutta la vita.
Lorenzo guardò la madre. Vide il terrore nei suoi occhi e capì. Conosceva lo sguardo di Beatrice quando veniva messa con le spalle al muro: lo stesso sguardo che aveva quando licenziava i coloni senza preavviso o quando minacciava i parenti poveri. Era la colpevolezza pura.
Il giovane sposo si voltò di nuovo verso il giardino. Gli invitati avevano iniziato a muoversi. Nessuno osava parlare a voce alta, ma il brusio era un’onda che montava. Alcuni ospiti più cauti stavano già scivolando via verso i cancelli monumentali di ferro battuto, salendo frettolosamente sulle loro berline nere per evitare di essere coinvolti nello scandalo che l’indomani avrebbe riempito le prime pagine dei quotidiani nazionali. Il prete, che era rimasto pietrificato accanto all’altare improvvisato sotto il gazebo di gelsomini, si tolse la stola con dita lente e tremanti, fece un frettoloso segno della croce e scomparve dietro le quinte della villa.
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