Poi parlò. Non gridò. Sussurrò con un filo di voce penetrante che tagliò il vento autunnale:
«Chiedile dove ha seppellito tuo fratello, Lorenzo.»
Il mondo crollò all’istante.
Accanto a Lorenzo, Clara non si limitò a sbiancare; il suo corpo parve svuotarsi di ogni goccia di sangue, di ogni respiro, di ogni scintilla vitale. Le labbra le divennero violacee. Il merletto strappato del suo abito da sposa, ormai ridotto a cenci sporchi d’acqua e terra, tremò violentemente quando le sue ginocchia cedettero. Sarebbe crollata sul ghiaino se Lorenzo non l’avesse sostenuta d’istinto, pur sentendo le proprie braccia trasformarsi in piombo.
«Cosa… cosa hai detto?» mormorò Lorenzo. La sua voce era un filo roco, spezzato, incapace di reggere il peso di quelle sette parole.
Lorenzo guardò la madre, che galleggiava a metà nella vasca come una sirena velenosa, e poi abbassò gli occhi su Clara. Il volto della ragazza non esprimeva orrore indignato o confusione. Esprimeva terrore puro, ancestrale. La confessione muta e inconfutabile di una condannata.
«Apri la lettera, figlio mio,» sibilò Beatrice, trascinandosi con fatica sui gradini scivolosi della fontana. Rifiutò la mano che il vecchio maggiordomo, sconvolto, provava a tenderle. «Aprila e leggi il referto del perito balistico di Lugano. Leggi l’atto notarile con cui ha venduto l’anima per arrivare a questo altare. Pensavi che Matteo fosse scomparso in mare per una tempesta al largo delle Egadi, vero? Pensavi che la barca si fosse rovesciata perché il destino è crudele. No, Lorenzo. Matteo sapeva chi era lei. E lei lo ha guardato affondare dopo aver sabotato le valvole di sentina.»
Un boato soffocato serpeggiò tra gli ospiti. Alcune dame della nobiltà fiorentina si portarono i fazzoletti alla bocca; uomini d’affari e senatori indietreggiarono di un passo, come se la tragedia fosse contagiosa. Matteo Brandi. Il primogenito sfrontato, l’erede designato, il fratello brillante e tormentato di Lorenzo, svanito tre anni prima nel Tirreno senza che il mare ne restituisse mai il corpo.
«Basta… ti prego, smettila…» gemette Clara, la voce strozzata in gola, gli occhi sbarrati che fissavano la busta come se contenesse una vipera pronta a morderla. «Lorenzo, non guardarla. Non ascoltarla, ti scongiuro… andiamocene via di qui…»
Lorenzo rimase immobile. Il suo smoking era bagnato marcio dove aveva stretto Clara per tirarla fuori dall’acqua; il suo petto si alzava e si abbassava con respiro corto e disordinato. Sentiva il battito cardiaco rimbombargli nelle tempie come un tamburo di guerra. Guardò la donna che cinque minuti prima avrebbe dovuto pronunciare i voti sacri con lui, la donna conosciuta per caso in una galleria d’arte a Ginevra due anni dopo la scomparsa di Matteo, colei che aveva raccolto i cocci della sua anima devastata dal lutto.
«Clara,» disse lui, con una calma innaturale, la calma gelida che precede i terremoti. «Di cosa sta parlando mia madre?»
Clara chiuse gli occhi. Una lacrima solcò la polvere e il mascara sul suo viso pallido, tracciando una linea scura sulla pelle candida. Non rispose. Quel silenzio fu più devastante dell’impatto di mille vasi di pietra.
Con passo lento e rigido, Lorenzo si staccò da lei. Ogni passo sulla ghiaia scricchiolava come ossa frantumate. Raggiunse il bordo della fontana, si chinò e strappò la busta dalla mano tremante e artigliata di Beatrice.
Sotto lo sguardo spietato della madre e il pianto soffocato della sposa, Lorenzo ruppe la ceralacca.
All’interno c’erano quattro fogli piegati. Il primo era un rapporto investigativo della polizia federale elvetica, mai reso pubblico, contrassegnato con la dicitura Riservato. Il secondo era una serie di fotografie scattate a distanza con un teleobiettivo: una banchina solitaria a Portovenere, un uomo con il profilo inconfondibile di Matteo che discuteva animatamente con una giovane donna dai capelli scuri. La donna era Clara. Ma il nome riportato in calce ai documenti non era Clara Valenti. Era Chiara Moretti.
Il terzo documento era un estratto conto bancario con un versamento milionario partito dal fondo fiduciario della famiglia Brandi e approdato su un conto cifrato a Vaduz due giorni prima che il panfilo di Matteo salpasse per l’ultima volta.
«Chiara Moretti,» lesse Lorenzo a voce alta, e la sua voce non tremava più; era morta, priva di qualsiasi inflessione umana. «Figlia di Alberto Moretti. L’ingegnere che mio padre rovinò trent’anni fa per prendersi la tenuta delle Colline Senesi.»
Dalla bocca di Beatrice uscì un rantolo che voleva essere una risata. «È venuta a prendersi tutto, stolto! Si è intrufolata nella vita di Matteo per distruggerci dall’interno. Matteo l’ha scoperta, ha capito la sua vera identità a bordo di quella maledetta barca, e lei non ha esitato! Poi, quando Matteo è scomparso, ha calcolato che restavi tu. Tu, il secondogenito debole, il sognatore, l’artista ingenuo che soffriva per il fratello morto! Ti ha studiato, ti ha sedotto, ti ha fatto credere nel grande amore per portarsi via l’ultimo brandello del nostro nome!»
La folla mormorava, disgustata e affascinata da quel macabro teatro.
Lorenzo abbassò i fogli. Si voltò verso Clara. Il vento le strappava i residui del velo, facendoli svolazzare come ali spezzate.
«È vero?» chiese semplicemente.
Clara alzò lo sguardo. Nei suoi occhi non c’era più la sposa tremante, la vittima indifesa dell’ira della suocera. C’era una stanchezza immensa, vecchia di generazioni, una tristezza abissale che cancellava ogni residuo di giovinezza dai suoi lineamenti.
Raddrizzò la schiena, incurante del vestito ridotto a brandelli, incurante dell’acqua che le bagnava la pelle e della vergogna pubblica. Si asciugò con il dorso della mano la guancia sporca.
«Chiara Moretti è morta il giorno in cui mio padre si è sparato nella sua officina sequestrata dagli avvocati dei Brandi,» disse lei, e per la prima volta la sua voce risuonò limpida, ferma, priva di tremore. «Tuo padre ha costruito questa villa, i vostri vigneti, i vostri titoli nobiliari sul sangue di uomini onesti che ha ridotto alla fame con la corruzione e la frode bancaria. Io non ho mai dimenticato le lacrime di mia madre quando ci hanno buttati in mezzo alla strada.»
Un sussulto scosse gli invitati. Beatrice gridò dall’acqua: «Menti, cagna! Tuo padre era un fallito! Una nullità!»
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