Il matrimonio era finito. La cerimonia era un cumulo di macerie.
Lorenzo lasciò cadere a terra la busta con i documenti. La carta bagnata si macchiò all’istante di terriccio.
Si tolse la giacca dello smoking, inzuppata d’acqua gelata, e la gettò con disprezzo sulla ghiaia. Rimase in camicia bianca, le maniche arrotolate, il petto ansimante.
«Vattene,» disse Lorenzo.
Clara trasalì. «Lorenzo…»
«Non a te,» chiarì lui, senza voltarsi verso di lei, ma puntando il dito indice contro la figura patetica di Beatrice che ancora tremava nell’acqua della fontana. «Tu, madre. Vattene da questa casa. Prendi le tue cose e sparisci a Firenze, nell’appartamento di tua sorella. Se entro stasera trovo ancora una sola traccia della tua presenza a Cerignola, consegnerò questo dossier e la testimonianza sul testamento bruciato alla procura della Repubblica. E non mi importerà nulla del nome dei Brandi. Non mi importerà se finiremo tutti in rovina.»
Beatrice sgranò gli occhi, incredula. «Tu… tu scacci me? Tua madre? Per questa… per questa sgualdrina assassina che ti ha ingannato dal primo giorno?»
«Tu hai avvelenato la mia vita prima ancora che io nascessi,» gridò Lorenzo, e la sua voce risuonò con una potenza tale che persino i corvi si alzarono in volo dai cipressi. «Hai spinto mio fratello a fuggire come un ladro pur di non vederti mai più! Hai rubato l’eredità di mio padre! E oggi hai trasformato la mia vita in questo circo orrendo!»
Scattò in avanti, afferrò Beatrice per un braccio con forza e la trascinò letteralmente fuori dalla vasca, depositandola sulla ghiaia senza alcuna grazia. La donna cadde sui gomiti, tossendo, priva di ogni dignità nobiliare.
«Uscite tutti!» gridò poi Lorenzo, rivolgendosi alla platea degli invitati rimasti a guardare. «Lo spettacolo è finito! Fuori dalla mia proprietà! Fuori!»
La folla si disperse in fretta, un fuggi fuggi vergognoso di abiti d’alta moda, gioielli e sguardi bassi. In meno di cinque minuti, il grande giardino all’italiana tornò vuoto. Restavano solo le sedie rovesciate, i fiori calpestati, il rumore costante dell’acqua della fontana che continuava a zampillare indifferente al dolore umano, e loro due.
Lorenzo e Clara.
Il silenzio che seguì fu più pesante di qualsiasi urlo. Clara stava rannicchiata contro il tronco rugoso di un vecchio leccio, tremante dal freddo, stringendosi addosso i brandelli del vestito nuziale. Non piangeva più con lacrime calde; il suo pianto era diventato un singhiozzo sordo, interiore, il tremito incontrollabile di chi ha visto franare tutto ciò che aveva cercato disperatamente di salvare.
Lorenzo si avvicinò lentamente a lei. Non c’era rabbia nei suoi occhi, ma un vuoto così profondo che sembrava non avere fondo.
«Mi hai amato davvero?» chiese lui. La domanda era semplice, disarmante, spogliata di ogni orgoglio.
Clara alzò il volto, gli occhi rossi e gonfi. «Più della mia stessa vita, Lorenzo. Più della vendetta che avevo giurato a mio padre sulla sua tomba. Il giorno in cui ho accettato la tua proposta di matrimonio, ho bruciato tutti i fascicoli che avevo raccolto sulla tua famiglia. Volevo solo essere Clara. Volevo solo essere tua moglie.»
Lorenzo guardò il terreno calpestato. Una brezza gelida fece stormire le foglie sopra di loro.
«Ma Clara non esiste,» rispose lui, con una tristezza infinita. «Clara era una maschera di cera creata per distruggere i Brandi. E Chiara Moretti è una donna che porta con sé fantasmi troppo grandi per essere esorcizzati.»
Fece una pausa, raccogliendo da terra lo scialle di lana che una delle damigelle aveva abbandonato su una sedia durante la fuga. Si chinò e lo posò delicatamente sulle spalle nude e tremanti di lei. Il contatto delle sue dita sulla pelle di Clara fu un lampo di calore effimero, subito spento.
«Non posso sposarti oggi,» disse Lorenzo a bassa voce. «E forse non potrò sposarti mai. Il sangue di mio fratello, reale o simulato che sia, e le ceneri di tuo padre saranno sempre seduti alla nostra tavola se proviamo a fare finta di niente.»
Clara strinse lo scialle attorno a sé, chinando il capo in segno di resa. Sapeva che aveva ragione. Il castello di menzogne e rancori secolari non poteva trasformarsi magicamente in un focolare sereno solo grazie alla forza di un sentimento, per quanto puro fosse diventato.
«Cosa farai adesso?» mormorò lei, con un filo di voce che si perdeva nel vento.
Lorenzo guardò verso l’orizzonte, dove le colline toscane si perdevano nella nebbia dell’imbrunire.
«Cercherò Matteo,» disse risoluto. «Dovrò andare fino in fondo a questa storia, costi quel che costi. Troverò mio fratello, guarderò negli occhi la verità e farò i conti con il debito morale che la mia famiglia ha accumulato con la tua gente. E tu…»
Si fermò, guardandola un’ultima volta prima di voltarsi.
«Tu devi decidere chi vuoi essere. Se Chiara Moretti, la figlia condannata all’odio eterno, o una donna libera che non ha più bisogno di vendicare i morti per poter vivere.»
Senza aggiungere un’altra parola, Lorenzo si voltò e camminò verso la villa monumentale, lasciando la sposa con l’abito a brandelli da sola nel giardino devastato. Mentre i primi lampi di un temporale autunnale illuminavano il cielo sopra le colline, Clara rimase immobile, sentendo dentro di sé che la sua vecchia vita era finita per sempre, ma che forse, tra le rovine di quel giorno orribile, era rimasto un piccolissimo granello di verità su cui, un giorno lontano, avrebbe potuto provare a rinascere.
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