Io non ero lì con loro. Ma non ero sola.
Tirai fuori il blocco da disegno. Guardai gli schizzi fatti a Roma, a Firenze, a Venezia. Non erano perfetti, l’acquerello ha una sua natura ribelle. Ma erano vibranti, pieni di vita.
La mattina dopo, mi svegliai presto. L’aria era pervasa dal cinguettio degli uccelli. Mentre preparavo il caffè, squillò il telefono. Era Julian, il mio insegnante di pittura.
«Gail, bentornata! Com’è andato il viaggio?»
«Splendido, Julian. Ma dimmi, hai bisogno di me? Sono a malapena atterrata.»
«In realtà, sì. Il centro civico ha approvato i fondi per un nuovo progetto. Vogliono creare uno spazio ibrido: un orto comunitario curato dagli anziani del quartiere, integrato con uno spazio artistico all’aperto per i ragazzi delle scuole superiori. Hanno bisogno di un coordinatore. Qualcuno che conosca l’arte, che ami il giardinaggio e che, francamente, non si lasci mettere i piedi in testa né dall’amministrazione cittadina né dagli adolescenti.»
Ascoltai, e un’energia potente, calda, ricominciò a scorrermi nelle vene.
«Julian… stai proponendo me per il lavoro?»
«Sei la prima persona a cui ho pensato. Gail, tu hai trasformato la tua intera esistenza. Credo tu possa aiutare questo quartiere a fare lo stesso. Che ne dici? Ne parliamo domani davanti a un caffè?»
Guardai fuori dalla finestra. L’alba stava dipingendo il cielo con striature rosa, oro e indaco, i colori esatti dell’acqua di Venezia al mattino presto.
«Accetto il caffè, Julian. Ma ti dico già che accetto anche il lavoro.»
Riagganciai, e per un lungo momento rimasi immobile al centro della mia piccola cucina. Pensai a Vivian e al suo corso di sartoria. Pensai a Renee che finalmente aveva smesso di dover essere perfetta, permettendosi di essere felice. Pensai a Sophie, che ora guardava il mondo con occhi più vasti.
Eravamo state tutte, in un modo o nell’altro, spostate dalle nostre sedie sicure. Alcune di noi dalla crudeltà involontaria degli altri, alcune dalla malattia, altre ancora dal tempo che avanza implacabile. C’eravamo sentite esiliate, inutili, rotte.
Ma la verità è che non esiste un solo posto a tavola che definisce il nostro valore. Il mondo intero è una stanza piena di luce, se si ha il coraggio di alzarsi in piedi e camminare verso la finestra.
Presi i miei pennelli, li immersi nell’acqua limpida, e mi preparai a dipingere un nuovo capitolo. Il capotavola era vuoto. Non ne avevo più bisogno. Il mio posto, adesso, era ovunque scegliessi di portarmi.
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