Annuii, comprendendo il peso di quella decisione. «È un gesto bellissimo, Renee. Ma sarà faticoso. Molto faticoso. Siete pronti a gestire l’assistenza ventiquattr’ore su ventiquattro?»
«Assumeremo un’infermiera per il giorno, mentre noi siamo al lavoro,» spiegò David. «Ma la sera e nei fine settimana toccherà a noi. So che stiamo chiedendo molto alla nostra famiglia, ma non abbiamo altra scelta.»
«Non siete soli,» dissi, coprendo la mano di Renee con la mia. «Ci sono io. Posso aiutare. Posso tenerle compagnia, posso cucinare.»
Renee mi guardò con una gratitudine immensa. «Grazie, Gail. Ma dovrai avere pazienza. Mia madre… non sta affrontando bene la cosa. È arrabbiata. Con Dio, con i medici, con se stessa. E a volte, riversa questa rabbia su chi le sta vicino.»
Sorrisi debolmente. «Credo di sapere qualcosa sulla rabbia delle donne che sentono di perdere il controllo della propria vita. Ce la caveremo.»
Una settimana dopo, l’infermiera spinse la sedia a rotelle di Vivian lungo il nostro vialetto. Era una giornata limpida e ventosa. Uscii per accoglierla insieme a Renee.
Vivian sembrava rimpicciolita. I suoi capelli, un tempo tinti di un biondo cenere impeccabile, ora mostravano una vistosa ricrescita bianca. Indossava una tuta di ciniglia – un capo che la vecchia Vivian non avrebbe mai nemmeno degnato di uno sguardo – e aveva una coperta di lana stesa sulle ginocchia.
«Mamma, benvenuta a casa,» le disse Renee, chinandosi per baciarla sulla guancia.
Vivian non sorrise. Guardò la casa, poi guardò me. I suoi occhi, un tempo acuti e giudicanti, erano ora velati di un’amarezza densa.
«Questa non è casa mia, Renee,» biascicò Vivian, le parole leggermente impastate. «Questa è casa tua. O forse di Gail, a giudicare da come fate i turni per controllarmi.»
Renee incassò il colpo chiudendo gli occhi per una frazione di secondo. «Mamma, dai, entriamo. Ti mostro la tua nuova stanza.»
L’inserimento di Vivian nella dinamica familiare fu tutt’altro che semplice. L’appartamento al piano terra era stato adattato perfettamente, ma l’umore della sua occupante era inavvicinabile. L’infermiera diurna, una donna robusta e paziente di nome Maria, riusciva a gestirla con dolce fermezza, ma quando arrivava la sera e Maria se ne andava, la casa si trasformava in un campo minato.
Vivian criticava tutto. Il cibo era troppo insipido o troppo salato. I bambini facevano troppo rumore. La televisione era troppo alta. E, inevitabilmente, le sue critiche più taglienti erano rivolte a Renee.
«Hai intenzione di uscire con quel maglione sformato?» le chiese una sera, mentre Renee stava uscendo per fare la spesa. «Sembri una disperata. Che diranno i vicini?»
«Mamma, vado solo al supermercato,» rispose Renee, la voce tesa.
«Non è una scusa per lasciarsi andare. Il decoro è tutto ciò che ci separa dagli animali.»
Io assistevo a queste scene con il cuore pesante. Vedevo Renee rimpicciolirsi di nuovo, vedevo l’ombra della bambina insicura riaffiorare sotto i colpi implacabili di una madre che usava la critica come unico scudo contro la propria vulnerabilità. David cercava di intervenire, ma Vivian lo zittiva con un’occhiata: «Non intrometterti tra madre e figlia, David. Sto solo cercando di aiutarla.»
Sapevo di dover fare qualcosa, ma dovevo muovermi con cautela. Se avessi attaccato Vivian frontalmente, lei avrebbe eretto un muro ancora più alto e Renee si sarebbe sentita in dovere di difenderla, in un contorto senso di lealtà filiale.
Decisi di usare la tattica dell’acqua. L’acquerello mi aveva insegnato ad aggirare gli ostacoli, non a sfondarli.
Un giovedì pomeriggio, feci una torta al limone e la portai nella stanza di Vivian. Stava guardando fuori dalla finestra, il volto immobile, le mani abbandonate sul grembo.
«Ho preparato una torta,» annunciai, entrando senza chiedere permesso, ma con un tono allegro. «E fuori piove, quindi ho pensato che una fetta di dolce e una tazza di tè Earl Grey fossero obbligatorie.»
Vivian girò lentamente la testa. «Non mangio dolci, Gail. Fanno male alla linea.»
«Alla nostra età, Vivian, la linea è una preoccupazione superata. Il piacere no,» ribattei, posando il vassoio su un tavolino e avvicinando una sedia. Versai il tè in due eleganti tazze di porcellana che sapevo lei apprezzava. «Ho usato il servizio buono. Pensavo lo gradissi.»
Vivian guardò la tazza, poi me. C’era un guizzo di gratitudine, subito represso. Con la mano sinistra, quella buona, prese la tazza, tremando leggermente.
Restammo in silenzio per un po’. Fuori, la pioggia batteva contro i vetri.
«È frustrante, vero?» dissi improvvisamente, guardando il giardino bagnato.
«Cosa?»
«Essere sedute qui. Sapere che fuori c’è un mondo che corre, che lavora, che fa progetti, e sentire che tu sei stata messa in panchina. Come se il tuo tempo fosse scaduto.»
Vivian serrò le labbra, posando la tazza con un tintinnio metallico. «Non sai di cosa parli. Tu cammini. Tu dipingi. Tu sei il fottuto angelo del focolare che tutti adorano.»
L’insulto era forte, ma non me la presi. Era puro dolore che parlava.
«Io so esattamente di cosa parlo,» risposi pacatamente. «Un anno fa, il giorno di Pasqua, tua figlia mi ha presa e mi ha messa in una stanza separata. Mi ha trattata come un mobile vecchio. Ero fisicamente sana, sì, ma dentro di me mi sono sentita morire. Mi sono sentita inutile, invisibile. E ho provato una rabbia tale da voler bruciare questa casa.»
Vivian mi guardò, per la prima volta con vero interesse. «E poi?»
«E poi ho capito che la rabbia è come bere veleno sperando che l’altro muoia. Danneggiava solo me. E rovinava i miei rapporti con le uniche persone che mi restavano. Tu sei arrabbiata, Vivian. Sei furiosa perché il tuo corpo ti ha tradita. Ma stai scaricando questa furia su Renee. E la stai distruggendo.»
«Renee è mia figlia. Devo guidarla,» protestò lei, ma la sua voce era meno tagliente.
«Renee è una donna di quarant’anni che si sta caricando sulle spalle il lavoro di una vita per tenerti qui, nella sua casa, anziché lasciarti in una clinica. La stai facendo sentire perennemente inadeguata. Pensi di insegnarle l’eccellenza, ma le stai solo insegnando la paura. La paura di non essere mai abbastanza per te.»
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