Mi chiamo Eleonora. Ho sessantadue anni e ho trascorso gli ultimi trenta a costruire un impero immobiliare dal nulla, dopo che mio marito mi ha lasciata vedova con un bambino piccolo, Lorenzo, da crescere. Ho sacrificato la mia giovinezza, il mio tempo libero, persino la possibilità di innamorarmi di nuovo, tutto per assicurare a mio figlio una vita di privilegi che io non avevo mai conosciuto. E quel giorno, al suo matrimonio, il culmine di tutti i miei sforzi, ho ricevuto il mio ringraziamento.
Capitolo 1: Il Veleno Sotto il Pizzo
Isabella, la mia ormai nuora, era bellissima. Questo dovevo concederglielo. Quel giorno indossava un abito di pizzo francese cucito su misura che costava quanto un’automobile di lusso – un conto che, naturalmente, avevo saldato io senza battere ciglio. Era una ragazza che proveniva da una famiglia modesta ma con aspirazioni di grandezza. Fin dal primo giorno in cui Lorenzo me l’aveva presentata, avevo percepito in lei una fame insaziabile. Non fame d’amore, ma di status. Voleva i ristoranti stellati, le vacanze a Cortina, le borse firmate. Lorenzo, accecato dall’infatuazione, non vedeva l’arroganza dietro il suo sorriso dolce, né sentiva il veleno nascosto nelle sue frecciatine.
Per tre anni, avevo sopportato le sue mancanze di rispetto pur di non perdere mio figlio. Avevo abbozzato quando mi aveva definita “troppo vecchia per capire la moda”, avevo sorriso quando aveva scartato il cimelio di famiglia che le avevo regalato definendolo “pacchiano”, e avevo ingoiato il rospo quando aveva preteso di organizzare un matrimonio da trecentomila euro, aspettandosi che io firmassi ogni assegno in silenzio.
Il giorno del matrimonio, la tensione era alle stelle. Isabella era in preda a continue crisi isteriche. Se un fiore non era della sfumatura esatta di bianco, urlava contro i fioristi. Se un cameriere passava nel suo campo visivo, chiedeva che venisse licenziato. Io, cercando di mantenere la pace, avevo fatto da scudo tra lei e lo staff, risolvendo i problemi prima che potessero esplodere.
Ma poi, c’è stato “L’Incidente”.
Eravamo nella suite nuziale, poco prima del banchetto. Isabella si stava ritoccando il trucco, circondata dalle sue damigelle, che sembravano un branco di iene pronte ad assecondare ogni suo capriccio. Io ero entrata per informarla che avevamo dovuto spostare di un metro il tavolo della sua famiglia a causa di una corrente d’aria fredda che arrivava dalla finestra.
“Hai fatto cosa?!” strillò lei, alzandosi di scatto. Il suo viso, perfetto e scolpito, si contorse in una smorfia di pura rabbia.
“Isabella, tesoro, è solo un metro. Tua nonna avrebbe preso freddo…”
“Questo è il mio matrimonio! Mio!” urlò, avvicinandosi. “Sei sempre tu, Eleonora! Devi sempre controllare tutto! Non sopporti che per un giorno io sia al centro dell’attenzione e tu sia solo la vecchia madre messa da parte!”
Le damigelle trattennero il fiato. Io la guardai, mantenendo la mia solita calma, quella calma che avevo imparato a sfoderare nei consigli di amministrazione più ostili. “Isabella, abbassa la voce. Sto solo cercando di assicurarmi che tutto sia perfetto. Ho pagato questa villa profumatamente per…”
Non feci in tempo a finire la frase.
Smack.
La mano di Isabella colpì la mia guancia sinistra con una forza che mi fece girare il viso. Il bruciore fu immediato, accecante. Il silenzio nella stanza divenne di piombo. Portai lentamente la mano al viso, sentendo la pelle pulsare sotto le dita. L’aveva fatto davvero. Mi aveva schiaffeggiata.
In quel preciso istante, la porta si aprì e Lorenzo entrò, impeccabile nel suo smoking su misura.
“Che succede qui? Ho sentito urlare…” Si bloccò, guardando la mia guancia arrossata, poi Isabella, che respirava a fatica, e infine le damigelle pallide.
Isabella, con un’agilità da attrice consumata, scoppiò in un pianto isterico. Si gettò tra le braccia di Lorenzo, tremando. “Lorenzo! Tua madre… tua madre è impazzita! Mi ha insultata, mi ha detto che la mia famiglia è povera e che rovinerò la tua vita! Io non ce la faccio più, mi stava attaccando, mi sono solo difesa!”
Lorenzo mi guardò. Mi aspettavo che leggesse la verità nei miei occhi. Mi aspettavo che guardasse la donna che gli aveva rimboccato le coperte, che aveva lavorato giorno e notte per lui, e capisse che non avrei mai alzato la voce, figuriamoci aggredito una sposa.
Invece, gli occhi di mio figlio si indurirono. Erano freddi, estranei.
“Mamma,” disse, con una voce carica di disprezzo. “Perché devi sempre rovinare tutto? Perché non puoi semplicemente accettare che io ami un’altra donna? Sei tossica.”
“Lorenzo,” dissi, la voce che mi tremava per lo shock. “Lei mi ha appena colpita. Mi ha dato uno schiaffo per un tavolo spostato.”
“Basta bugie!” urlò lui. “Vattene. Esci da questa stanza. Non ti voglio al mio banchetto. Vai a casa, mamma. Hai già fatto abbastanza danni.”
Il mondo sembrò fermarsi. Guardai mio figlio, l’uomo che amavo più della mia stessa vita, stringere a sé la donna che mi aveva appena aggredita fisicamente, e difenderla. Il dolore alla guancia non era nulla in confronto alla voragine che mi si era aperta nel petto. Il mio cuore si spezzò, ma, incredibilmente, non piansi. La mia tristezza si cristallizzò all’istante, trasformandosi in qualcosa di duro, freddo e tagliente come il diamante.
Feci un respiro profondo. Raddrizzai le spalle.
“Va bene, Lorenzo,” dissi, con un tono così calmo e glaciale che vidi Isabella rabbrividire impercettibilmente. “Se è questo che vuoi. Vi lascio al vostro giorno speciale. Buona fortuna.”
Mi voltai e uscii dalla stanza senza voltarmi indietro.
Capitolo 2: Il Risveglio del Drago
Scesi le grandi scale di marmo della villa con passo misurato. Gli ospiti stavano gustando l’aperitivo nei giardini all’italiana, ignari del dramma appena consumatosi. Il sole stava tramontando, tingendo le acque del lago di riflessi dorati e purpurei. Era un quadro perfetto. Peccato che la cornice fosse marcia.
Mentre camminavo verso il parcheggio privato, la mia assistente personale, Clara, mi venne incontro correndo. Aveva visto la mia espressione da lontano e sapeva che qualcosa non andava.
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